DeepMind

deepmindQuasi tre anni fa Google diramava un annuncio sensazionale: voleva dedicarsi alla salute dell’umanità.  Ma secondo Wired e altri scettici l’iniziativa sembrava una notizia a effetto, cucita per raccogliere il plauso dei media: tra auto senza pilota e occhiali robotici da un po’ Google si stava lanciando in una serie di progetti dai budget stellari, ma dai ritorni fumosi.

“Come intendete  – Google – trarne profitto? ”

“Non lo sappiamo ancora.”

Per Wired e non solo, questa risposta di Mountain View instillava una sincera diffidenza. Come si fa a spendere miliardi di dollari senza sapere come farli rientrare? Sono passati quasi tre anni e oggi Google più della NSA, coi suoi misteriosi algoritmi e le sue agende segrete ci fa sentire costantemente inquieti. Soprattutto quando crea intelligenze artificiali capaci di scandagliare profondamente i dati. Intelligenze che poi chiama DeepMind.

Proprio DeepMind pochi mesi fa annuncia la creazione di Streams, una app utile a monitorare i pazienti con patologie renali. In collaborazione nientemeno che con il Servizio Sanitario del Regno Unito. E se Wired tre anni prima aveva dei dubbi New Scientist denuncia: la collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale va ben oltre ciò che sembra:

“Stanno acquisendo i dati completi non solo sulle disfunzioni renali.”

MedConfidential, un gruppo che si occupa della riservatezza dei dati personali sulla salute, rivela: più di un milione e mezzo di cartelle cliniche e dati sui pazienti vengono letteralmente saccheggiati da DeepMind, che acquisisce informazioni sensibili: aborti, patologie da HIV, ricoveri per overdose. L’accordo afferma che DeepMind è tenuto a cancellare la sua copia dei dati alla fine del contratto, ma sono in molti a preoccuparsi dell’ennesima invasione di Big Data nelle nostre vite, l’ennesimo scavo alla ricerca di informazioni.

Sergey Brin e Larry Page, co-fondatori di Google

Il Data Mining, come richiama il nome, è una vera e propria attività estrattiva. Ancora oggi le compagnie minerarie si contendono risorse e territori, anche a colpi di stato, finanziando e manovrando gruppi pseudo-indipendentisti e pseudo-rivoluzionari, pur di mettere le mani sulle risorse, secondo un’etica ormai nota. Riguardo all’etica di Big Data quali garanzie abbiamo? Oggi le risorse sono le informazioni sulle nostre abitudini. Una materia prima che spesso forniamo volontariamente, o senza aver altra scelta quando banche, gestori di email e vari impostori ci chiedono in cambio di servizi che spesso sono anche a pagamento.

In questo caso è per la salute pubblica, dice Google. Le applicazioni in campo medico infatti sono immense: la medicina come non l’abbiamo mai vista prima. Esaminare nel dettaglio gli storici di malati che hanno sviluppato patologie può aiutare a comprendere l’on-set dei sintomi, affermano. Ma sorge un problema etico: Deep Mind, Streams etc., sostituiranno le decisioni dei medici?

“Non vogliamo formulare previsioni, ma indirizzare per tempo i medici a effettuare indagini cliniche specifiche”

Questo è quanto affermano da Mountain View. Con questa tecnologia, insistono, si potrebbero ridurre drasticamente le morti per setticemia, che in Regno Unito ogni anno sono più di 30.000. E hanno probabilmente ragione. Ma non possiamo fare a meno di pensare che c’è sempre un primo passo verso l’eliminazione della risorsa umana, e questo primo passo è l’affiancare all’essere umano un sistema del quale poi non si riuscirà più a fare a meno. Al momento opportuno il sistema prevarrà su tutte le decisioni, perché ormai irrinunciabile. Uno dei punti di forza di Big Data è che esternare dei sospetti ci fa sentire un po’ tutti dei trogloditi che non capiscono a fondo le innovazioni. Il problema (per Google) è che anche questa volta la questione viene sollevata non da un Neanderthal sfuggito alla glaciazione, ma da menti un po’ più a loro agio nell’era digitale che a caccia di Mammouth.

Il ‘ficcanasare’ di Google ha molti aspetti cui non siamo né preparati, né consapevoli. E non consola sapere che i legislatori hanno dimostrato di essere nella stessa situazione dell’uomo della strada. Hai voglia a dire che il Data Mining ha come scopo solo la pubblicità mirata: è come ridurre ai consigli per gli acquisti un’attività estrattiva e di controllo planetaria. Per esempio sarebbe ingenuo pensare che servizi fantascientifici come Google translator non siano stati realizzati grazie a milioni di documenti disponibili in rete, per non parlare delle email, dei nostri post, sui quali non abbiamo mai garanzia di privacy, né di proprietà intellettuale. Molti suggerimenti allo strapotere di Big Data li forniamo noi, felici di partecipare al progresso in cambio di un miglioramento delle nostre vite. O della nostra salute. Lo facciamo senza pensare che gli unici scopi che muovono colossi del genere sono: il profitto, e fare terra bruciata negli orticelli dove prospera la concorrenza.

“Chiaramente, il futuro dipende in parte dalla condivisione delle informazioni. In linea di principio non sono contro l’uso di tecnologie innovative per l’assistenza sanitaria, ma quando va a beneficio di una società privata, senza che i pazienti mettano bocca, stiamo intraprendendo una strada preoccupante.”

Scrive su Wired  Subhajit Basu, professore associato all’università di Leeds.

Quale scenario si prospetta? I colossi attingono alla citizen science e ai data base pubblici approfittando della incompetenza dei legislatori, della lentezza dei governi nel colmare i vuoti giuridici. Subito dopo ci offrono qualcosa di tremendamente innovativo, su cui baseremo la nostra attività, tanto è utile. In un attimo non ne potremo più fare a meno, e ci ritroveremo a comperare, con i soldi nostri o con quelli pubblici, che è la stessa cosa, un prodotto che abbiamo creato proprio noi fornendo i nostri dati, magari a nostra insaputa. Alle condizioni che si profilano sempre più chiare: il monopolio assoluto.

Per approfondire:

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