Palinuro fatale

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Palinuro, costa

La mattina del 19 agosto scorso a Palinuro, provincia di Salerno, 12 subacquei si danno appuntamento al centro Diving per la prima immersione delle 9 di mattina. La motobarca del Diving – Valeria – si dirige verso Cala del Salvatore delimitata da una parete che cade a picco in acqua e che prosegue fino alla profondità di 50 metri.

Su quel tratto di costa la roccia carbonatica, che ha proprietà elevate di solubilità, ha lasciato spazio a grotte e anfratti dissolvendosi a causa dell’erosione marina e delle acquee sulfuree sotterranee.

Questo capolavoro naturale creato dall’azione antagonista di acqua e roccia minerale è l’attrazione, a volte fatale, che rende la costa di Palinuro meta preferita dei subacquei.

Alcuni subacquei esplorano le pareti ricche di fauna, altri con esperienze più consolidate e brevetti tecnici adeguati decidono di esplorare i segni del lavoro carsico che si trovano nelle profondità delle grotte. Non c’è altro da fare nelle grotte oltre ad ammirare colonne, stalattiti, livelli marini un tempo emersi, sorgenti sulfuree. La fauna marina si sviluppa con la luce solare. Nelle grotte esiste solo una limitata campionatura di fauna che si è adattata a vivere al buio.
Quella mattina solo tre subacquei hanno l’esperienza, l’attrezzatura e i brevetti idonei per esplorare la Grotta Scaletta: Mauro Cammardella, titolare del diving; Mauro Tancredi, suo cugino medico; Silvio Anzola. Perché?

L’esplorazione di una zona buia, profonda, stretta e confinata come una grotta richiede requisiti fisici e psicologici adatti a pochi. Molti possono esplorare il fondo del mare sotto costa: il sole e la parete, sono punti di riferimento precisi. Ma quando si entra dentro una grotta abbandonando i punti di riferimento ai quali siamo abituati entra in gioco la claustrofobia. Quel campanello di allarme che ti dice che la tua bussola interna sta perdendo i riferimenti per orientarti e sei in pericolo.

Il brevetto da speleo sub pretende una buona attitudine nel tenere la mente sotto controllo. Bisogna evitare di cadere preda di ansia, stress, panico. L’esperienza in grotta è come cercare di muoversi in una miniera. Con molte più difficoltà. In primis la pressione dell’acqua che già dopo i 30 metri affatica tutti i movimenti del corpo a causa del peso della massa d’acqua che lo schiaccia. La fatica a muoverti in un ambiente 830 volte più denso e più pesante dell’aria richiede più ossigeno, ti costringe quindi a chiamare più aria dall’erogatore. A volte l’aria che respiri dall’erogatore non ti sazia, ne chiami di più e più spesso. Questa respirazione breve, veloce, accompagnata dall’accelerazione del battito cardiaco si chiama ‘andare in affanno’. Se vai in affanno devi essere una persona incredibilmente equilibrata per rimettere sotto controllo la mente che ordina ai polmoni di ristabilire un respiro normale per decelerare il battito del cuore. Serve pensare ‘positivo’, ingannare la mente che anche nella peggiore delle situazioni tutto è sotto controllo, che a breve si ritornerà in superficie a respirare liberamente.

La seconda difficoltà è il tempo di permanenza in profondità. Il passaggio di congiunzione delle due grotte in questo caso, quello più stretto e difficile, è a -50. Dopo i -40 metri hai pochi minuti per stazionare a quella profondità prima di risalire e fare decompressione pena narcosi o embolia. Sai che ti devi muovere entro la tabella di marcia stabilita precedentemente senza intoppi.

Terza difficoltà: impossibilità di comunicazione tra subacquei. Anche a gesti è impossibile far capire all’altro subacqueo le proprie intenzioni in caso di problema: percorso sbarrato – devi tornare indietro – ho perso il compagno – cambio di programma – sono rimasto impigliato – .. ecc.. sono informazioni praticamente impossibili da comunicare in acqua, a quella profondità, in condizioni di poca visibilità (abbiamo persino problemi di comunicazione fuori dall’acqua quando osserviamo il labiale). Ogni subacqueo finisce col contare su se stesso e la propria attrezzatura.

Per quanto possiamo essere preparati allo scenario più difficile esiste il ‘freak accident’. Quell’incidente che è la somma di probabilità reputate inesistenti, neanche calcolate perché impossibili da accadere. Quell’incidente che quando si racconta si capisce che doveva succedere e che non c’era verso di poterlo evitare anche con tutta l’esperienza possibile.

Perché siamo fallibili. E lo siamo contemporaneamente al momento in cui siamo curiosi; in una bella giornata di agosto; con la famiglia che ci aspetta a terra; con i ricordi di tutte le persone che abbiamo portato in acqua che ci amano con gratitudine. Lo siamo nello stesso momento in cui quel passaggio in grotta ci è noto; c’è affiatamento con i nostri compagni subacquei; l’attrezzatura è corretta, e non siamo in affanno. Siamo fallibili. C’è il ‘freak accident’ in agguato, la probabilità aliena, dell’altra dimensione che ci chiama a sé.

Questa versione non ha niente a che vedere con noi o con il mare bastardo, cannibale, traditore come è stato chiamato in questi giorni.

Per evitare l’incidente non sarebbero dovuti scendere. Che equivale a dire non avrebbero dovuto vivere e rischiare.

Come non avrebbero mai dovuto rischiare i tre base jumper che hanno perso la vita tra la Svizzera e la Francia: Alexander Polli, Uli Emanuele, e il ragazzo inglese ancora non identificato.

Tutti ci hanno lasciato in testamento immagini di grande coraggio, di sfida, di voglia di vivere oltre ogni frontiera di rischio. Oltre il dolore che la loro morte avrebbe provocato agli amici e alla famiglia. Hanno conquistato la nostra ammirazione con la passione estrema per il loro sport che ha spezzato ogni logica.

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Palinuro, costa

Da subacquea, in ultimo, spendo due parole per rettificare una notizia che ho letto nei giorni scorsi su Il Mattino – ‘Ottanta euro per diventare subacqueo. La truffa dei brevetti.’ Nell’articolo si cerca di addossare la responsabilità dell’incidente mortale sul sistema dei brevetti italiani che per denaro mandano in acqua subacquei non formati.

All’estero il giornalista porta come esempio il Camel Dive di Sharm El Sheik, in Egitto. Poteva e doveva menzionare qualsiasi altro Diving per non essere contraddetto. Il Camel ha vinto nel 2015, per l’ennesimo anno consecutivo, una menzione PADI ( massimo organo associativo della subacquea) come migliore Diving.

Ho esperienza diretta del Camel perché ho trascorso varie settimane recentemente ad immergermi con loro per fotografare e posso ‘certificare’ che il Camel prende l’attività subacquea con la massima serietà. Il Diving impiega istruttori (italiani) super dedicati e non rischierebbe mai la sua fama per questioni economiche.

Non fidatevi mai di quello che dicono certi giornalisti.. tipi che, come unico permesso al movimento, hanno al massimo la patente per guidare la macchina.

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Grotta Blu di Palinuro

 

 

 

 

 

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