Mountain Bike nel Western Desert egiziano

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Il cielo è terso e, al contrario di quanto ci si aspettava, l’aria del mattino non è gelida. Ci mettiamo in sella già con gli indumenti leggeri. Il viaggio comincia nell’Oasi di Bahariya, a circa 420 Km a sud del Cairo. I locali devono aver intuito che qualcosa sta succedendo già dalla sera prima, quando ci siamo fatti vedere nel centro tutti insieme. Tutti in mountain bike. Ci salutano, suonano i clacson. Ragazzini di non più di dodici anni ci scortano su delle potenti motociclette cinesi dall’accattivante disegno vintage,  fanno il tifo per noi. Tanti occhi scuri ci guardano, ci salutano, ci fanno strada. Tra poco lasceremo l’asfalto per entrare nel deserto e probabilmente non vedremo più anima viva fino all’Oasi di Farafra, nostra destinazione.

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Il primo incontro con la sabbia è brutale. La sensazione, almeno per me, è quella di cozzare contro un ostacolo insormontabile, uno spacca-gambe impossibile da gestire. Scendo e spingo, non sono il solo. Vedo i più esperti andare avanti, divenire dei puntini, poi arenarsi, scendere e spingere anche loro. Risalire in sella. Si approfitta delle aree compatte e ciottolose per prendere il via.

“Sgonfiamo un poco le gomme, marcia alta, planare veloci!”

E’ quello che fai con il fuoristrada quando incontri terreni sabbiosi. Solo che le Toyota Landcruiser dell’assistenza hanno quattro belle ruotone larghe mosse da centinaia di cavalli, noi invece due rotelle sottili che affondano nella sabbia come lame di coltello e due gambe umane per farle girare.

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Sono tutti conti che non mi tornano, ma intanto la sabbia cosparsa di piccole pietre nere sembra offrire un maggior sostegno. Siamo nel deserto nero. E’ come un mare. E’ diverso a seconda di come lo guardi, a seconda dell’ora, dell’angolo della luce. Pinnacoli tronco conici e tentativi di altipiano si ergono tutto intorno. La superficie può essere totalmente nera, oppure azzurra, o indaco, oppure abbagliarti d’oro e indaco, a seconda di come la guardi. Anche le distanze cambiano a seconda di chi le percorre. Scopro che 28 chilometri ci mettono un attimo a diventare 65 in mountain-bike . Cercando un fondo pedalabile.

Il primo campo nel deserto è una fila di tende a igloo. Lo staff che si occupa dell’assistenza è di veri saharawi, gente del deserto. Lo vedi da come si muovono, da cosa fanno. Parlano poco. S’è già scritto e detto molto sulla brillantezza delle stelle nel deserto, ma le stelle che ora m’emozionano di più sono quei piccoli riflessi arancio molto mobili che riflettono la luce della mia lampada frontale. Sono gli occhi dei teneri fennec, le curiose e minuscole volpi del deserto. Non riesci  a credere che lì fuori, in quel mare di sabbia e sassi a perdita d’occhio degli animali complessi come dei mammiferi riescano a sopravvivere, a prosperare. Stanotte verranno a trovarci e domani troveremo le loro impronte dappertutto. Mentre chiudo la zip della tenda mi rendo conto di amare profondamente quegli esserini caparbi. Un amore incondizionato.

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Avere dietro (ma soprattutto davanti a te) così tante jeep ti mette addosso una grande sicurezza. E quando sei esausto e accetti il passaggio sai che l’avventura non finisce, anzi s’arricchisce, perché scambi due chiacchiere coi compagni di viaggio coi quali non riusciresti a comunicare mentre sbuffi su terreni ostici.

Paola, la maratoneta di Milano, ci racconta di un film: ‘La bicicletta verde’. E’ la storia di una ragazza saudita che desidera un bicicletta ma non può averla, perché andare in bici è considerato sconveniente dalla loro società. E’ un film saudita, metaforico, simbolico, sulla condizione femminile nei paesi arabi. Elena l’ascolta fino in fondo senza fiatare.

“La mia bicicletta è verde, e la lascerò qua. Voglio che vada in regalo ad una ragazza.”

In piedi prima dell’alba siamo io, Elena e Fred. Fred è il nostro documentarista di fiducia, l’artista cui è stata affidato il compito di testimoniare l’impresa. Ritrarre la vita selvatica è il nostro obiettivo a quell’ora. Malgrado le nostre attese intorno alla pozza d’acqua ad abbeverarsi e lavarsi arrivano solo umani. Fennec, talpe, scorpioni e topolini bianchi non si fanno vedere. Eppure le tracce sono tantissime, freschissime.

Il deserto bianco è un altro mare. Si estende in una ulteriore depressione, 55 metri al di sotto del livello del mare vero, quello d’acqua. E’ un mare perché lo era milioni di anni fa e la sua geologia ne serba insistentemente il ricordo. Non è soltanto una questione di fossili di conchiglie o di balene, è il colpo d’occhio che ti fa sussultare, soprattutto se sei un subacqueo. Il dettaglio ti fa girare la testa. Bisogna fare ordine per descrivere qualcosa come il deserto bianco, altrimenti la poesia prende la mano, quando la realtà e la natura superano sistematicamente ogni immaginazione.

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Cominciamo dal carbonato di calcio. E’ l’esoscheletro dei coralli, ciò che resta della loro struttura. E’ bianco. I coralli tendono alla luce, quindi spesso crescono in pinnacoli che si ergono dal fondo. Torri isolate o immense barriere. Intorno a te hai questo mare. Onde candide scavate dal vento, come memori del vecchio status. Nelle bianche creste trovi conficcate radici di mangrovia fossili. Intorno a te si ergono pinnacoli, panettoni. La sabbia è arancio. Le forme fungiformi (l’erosione della sabbia è più intensa alla base) la luce quella di un lago salato. Ovunque le solite pietruzze nere, pirite. Frutto di una qualche apocalittica eruzione.

Una di quelle radici di mangrovia che tornano in superficie, quelle a punta, si conficca in un copertone e mi buca la ruota.

Passiamo alle tende grandi. Comode e spaziose, non nascondono le tracce dei nostri ospiti notturni. I più divertenti sono i coleotteri, con le loro tracce simili a quelle delle nostre bici. Ma i più ineffabili sono i topolini bianchi. Cerchiamo di ricostruire dai loro iter i loro punti di interesse nella nostra tenda. Di nuovo: intorno non c’è anima viva, né acqua per almeno quaranta chilometri. Lo so, sembrano pochi. Ma fatteli a piedi su quel fondo e senza mai sbagliare direzione.

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Mi diverto a guardare le tracce che abbiamo lasciato mentre spingevamo. Eravamo in salita e non c’erano campioni di mountain bike a reggere quel pendio sabbioso. Ho preso un riferimento ed ho cominciato a sgobbare, giurando di non mollarlo mai. Guardandomi indietro la mia è la traccia più coerente. Quando la performance è complessivamente scarsa hai bisogno di far notare a te stesso queste cose.

Il vento non ci molla. E’ il Khamsin. Vuol dire cinquanta. Cinquanta giorni di vento mutevole. Vento fortissimo. Un giorno il sole sembra la luna. Diventa un pallido disco color tuorlo anemico in un cielo da app iPhone base seppia. Sembrava un film fantasy. Kufyah, occhiali e tanta buona volontà. Il fondo è buono, ottimo, ma il nemico è invisibile, è un mostro che oscura il sole, che cerca di insufflare polvere nei meccanismi delle fotocamere, delle biciclette, negli occhi. Nei polmoni.

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Noi non siamo un gruppo di bikers, ma un’accozzaglia di matti con diverse esperienze. C’è chi ha esperienza di deserto e non di bici, chi ha una forma fisica eccellente ma frequenta altri sport, chi non è molto in forma ma ha grande esperienza di mountain-bike e di deserto. Ma anche chi ha tutte le carte in regola. E’ un gruppo che tende a sgranarsi, disperdersi, allungarsi. Eppure gli autisti delle Toyota dell’assistenza sanno sempre dove siamo tutti noi. Anche se non si vede un accidenti, loro ci vedono.

Poi il vento cessa e si plana sulla sabbia. Le gambe, le chiappe, hanno imparato il segreto. Gli occhi cercano il calcio e l’arenaria, ma scopri che le gambe cercano il suono da neve fresca della sabbia vergine sotto le ruote. Vuoi vedere fino a quando reggi quel ritmo durissimo, fin quando le gambe ti consentono di planare.

Arriviamo a Farafra nel mezzo di una tempesta di sabbia. Non si vede nulla. Nella vasca termale dell’albergo, una facility dall’aria medievale, il sole si riflette nell’acqua calda con una luce azzurrognola, in contrasto alla dominante sabbia che annulla ogni altro colore. Tutto sembra di nuovo un film fantasy. Impacchettiamo le bici.

“Io la mia la lascio qui. Voglio donarla.” dice Elena. Dihab, l’organizzatore locale della nostra spedizione, è un volontario per una associazione di beneficienza e come ogni saharawi, è un realista.

“Questa è una bicicletta adatta ad una ragazza dai sedici anni in su. Difficilmente le famiglie accetteranno che una ragazza di quella età, se non già sposata, possa utilizzarla.”

Elena ha un fremito che potrebbe essere una lacrima di rabbia.

“Tu… provaci lo stesso!”

“Non so chi, qualcuno sicuramente ti ringrazierà.”

La bicicletta verde resta lì, nell’Oasi di Farafra. Noi, scrivendo sms rassicuranti da comodi minibus, partiamo per il Cairo.

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