La mangrovia: ecosistema di confine


C’è sempre qualcosa di magico in tutte quelle specie che si evolvono in ambienti estremi; particolari condizioni ambientali impongono la necessità agli esseri viventi, animali o vegetali che siano, di trovare gli adattamenti giusti per superare le avversità e conquistare luoghi inospitali. Se spesso pensiamo agli animali come forma più evidente di evoluzione è invece nel regno vegetale che se ne esplica meglio il significato.

C’è un ambiente quello costiero equatoriale, unico nelle sue caratteristiche; in primo luogo è una zona di confine tra la terra e il mare e quindi le condizioni fisiche sono direttamente legate alla fluttuazione delle acque, in secondo luogo il suo substrato presenta una percentuale di salinità talmente alta da non permettere la vita alla maggior parte delle piante terrestri. In questo ambiente, apparentemente inospitale, sono poche le specie che ce l’hanno fatta e si riconoscono sotto il nome di mangrovie.

Si tratta di un gruppo ristretto di alberi e arbusti; hanno la caratteristica di resistere alle alte concentrazioni di sale e per questo  sono chiamate alofite. Si possono identificare 50 specie raggruppate in 20 generi e 11 famiglie ma più genericamente possiamo dividerle in due gruppi: il gruppo diffuso nelle Indie, il Sud Est asiatico, l’Africa orientale e l’Australia e il gruppo dell’Africa occidentale, i Caraibi e l’America.

Probabilmente le prime specie di mangrovia si originarono in Indonesia (dove è presente la più vasta biodiversità) per poi diffondersi sino in America tramite le correnti oceaniche. Per sfruttare le acque come modalità di propagazione queste piante hanno sviluppato un tipo di dispersione unica nel suo genere: l’embrione germina direttamente sulla pianta madre. Lì cresce assorbendo tutti i nutrienti necessari per affrontare il viaggio in mare e quando si stacca ha già la forma di una plantula. Con queste dimensioni e l’eredità di nutrienti della mamma è in grado di viaggiare anche un anno in mare rimanendo sempre vitale.

Una volta cresciuta la pianta deve affrontare nuovi problemi; in primo luogo, la grande quantità di sale nel suolo, che potrebbe essere letale, non è assimilata grazie all’evoluzione di efficientissimi sistemi di filtraggio a livello radicale ma il problema più grave riguarda la mancanza di ossigeno in un ambiente acquitrinoso. Per respirare, alcune specie hanno evoluto delle particolari radici aeree chiamate lenticelle con la funzione di veri e propri boccagli che permettono alla pianta di portare l’aria fino alle foglie. Con  le armi evolute nel tempo le mangrovie hanno conquistato la maggior parte delle coste tropicali del mondo dando vita ad un ecosistema importante utilissimo per molti esseri viventi e anche per l’uomo.

In primo luogo le mangrovie svolgono una funzione chiave nella protezione delle coste soggette a erosione, mareggiate e uragani; grazie alla loro capacità di fissare l’anidride carbonica danno un grande contributo per contrastare l’effetto serra e sono produttori di   grandi quantità di ossigeno; per ultimo sono fonti di materia organica che sostiene la rete alimentare della laguna e del mare. Funzione importante è anche quella di creare un habitat per molte specie di pesci, crostacei e lombrichi ed è considerato un ambiente ideale per i primi stadi di sviluppo di temibili abitanti del mare, tra cui lo Squalo Limone.

Ogni anno in primavera la laguna è animata da migliaia squali neonati. Ogni femmina è in grado di generare fino a 50 piccoli l’anno ma solo 1 o 2 di loro sopravviverà ai primi tre anni di vita. Nei primi mesi la fitta rete di radici e  l’acqua poco profonda forniscono protezione ideale dai predatori e cibo a sufficienza per una crescita rapida e sicura. Le acque della laguna sono calde e povere di ossigeno e spesso così ricche di foglie e altro materiale organico da essere particolarmente povere di ossigeno. I piccoli squali, per sopravvivere a questo deficit, si sono adattati perfettamente; aprono un po’ di più le tasche branchiali per esporre una porzione più grande di membrana branchiale al flusso dell’acqua e catturare una maggiore quantità di ossigeno; inoltre, il loro sangue possiede un’altissima affinità  per l’ossigeno. Sono solo piccoli adattamenti ma necessari  se il risultato è una costante e abbondante presenza di cibo (granchi, gamberi, vermi e piccoli pesci) da permettere una rapida e sicura crescita.

Durante la prima fase della loro vita, e fino ai tre anni di età i giovani squali abbandonano di rado il luogo in cui sono nati e le loro escursioni sono brevi e di corto raggio. Non lasceranno le mangrovie fino a che non raggiungeranno la grandezza sufficiente per affrontare i pericoli del mare aperto e vi torneranno solamente per dare vita alle nuove generazioni.

Benché siano ecosistemi molto resistenti i boschi di mangrovie sono oggi fortemente minacciati e stanno scomparendo molto più rapidamente delle foreste equatoriali (2,1% di   mangrovieti perduti ogni anno rispetto allo 0,8% delle foreste tropicali).

Le radici aeree, ad esempio, sono molto suscettibili alla copertura di petrolio grezzo e di altri agenti contaminanti. Le principali cause della scomparsa di questo ecosistema, però, sono l’acquacoltura e la deforestazione per non parlare delle alterazioni del flusso d’acqua e della contaminazione chimica.

Le foreste di mangrovie costituiscono un ambiente fondamentale per la protezione della biodiversità; oltre a custodire centinaia di specie di laguna, rappresentano un luogo ideale per proteggere le prime fasi di crescita delle specie marine e un necessario e accogliente  pit stop per tantissimi uccelli migratori.

La Convenzione di Ramsar sulle zone umide, che tutela tutte le zone umide del mondo, insiste sulla necessità di intraprendere un uso razionale di questi delicatissimi ambienti. Saremo in grado di vincere questa sfida?

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