L’occhio del mistero

Quando Gino Covacci, è uscito per una rilassante passeggiata sulla spiaggia di Pompano, di certo non si aspettava di incontrare un oggetto tanto insolito. Il mare è in grado di restituire strane cose; molti sono solo prestiti dell’umanità che, a distanza di giorni, mesi oppure anni, tornano indietro; altri, veri e propri regali di un mondo, quello delle profondità oceaniche, che pochi umani hanno il privilegio di conoscere e non del tutto.

Gino, a testa bassa, calciando pigramente tutto ciò che intralciava il suo percorso, si è imbattuto in qualcosa di strabiliante: davanti ai suoi piedi giaceva un occhio gigante, rilucente e ancora sanguinante. Era la prima volta che vedeva una cosa del genere e, volendo a tutti i costi sapere a chi appartenesse, l’ha riposto delicatamente in un sacchetto e consegnato alla più vicina stazione di polizia. Da lì, raccontano i giornali, l’organo incriminato è stato trasferito al Florida Fish and Wildlife Institute di St. Petersburg, in attesa di essere analizzato.

Nel frattempo la notizia ha fatto il giro del mondo e molte sono state le teorie elaborate; tra mostri marini e balene, anch’io mi ero immaginata una storia su quell’occhio, a chi appartenesse e perché fosse arrivato proprio su quella spiaggia.

Mi ha molto incuriosito un bellissimo documentario sui calamari giganti e, in particolare, sul fenomeno che vede l’espansione del loro habitat dalle coste messicane sempre più a nord lungo quelle californiane.

Ho sempre pensato che se gli alieni esistessero davvero, avrebbero le loro caratteristiche. Non parlo di tentacoli e inchiostro ma delle eccezionali doti di forza e intelligenza mista a una certa aggressività, quando si trovano nelle profondità marine e un’estrema fragilità non appena fuori dal loro ambiente naturale. Il documentarista spiegava che tra calamari c’è un’intensa comunicazione visiva grazie al sistema dei cromatofori presenti in gran numero sotto la loro pelle ma che, l’origine e il preciso funzionamento di tali strutture, è ancora sconosciuto. Infatti, nonostante siano stati oggetto d’indagine di vari gruppi di ricerca, nessuno è riuscito a mantenere in vita un calamaro gigante al di fuori dell’oceano per più di una manciata di minuti.

Queste creature sono, però, estremamente violente e non è raro che, in assenza di prede, qualche esemplare solitario sia attaccato da un gruppo, dilaniato e sbranato seduta stante. Lunghi anche 6 metri, sono ben conosciuti dai pescatori messicani che fanno molta attenzione a non finire in acqua quando branchi di questi molluschi si aggirano intorno alle loro imbarcazioni.
L’esplosione demografica potrebbe essere dovuta alla concomitanza di due eventi: il riscaldamento delle acque, che avrebbe spinto i pesci di cui si nutrono più a nord, e il continuo e lento declino del numero di predatori usuali, tra cui, lo squalo.

Proprio a uno di loro credevo appartenesse il bulbo ma, la mia teoria ha avuto vita breve, giusto il tempo di elaborare le analisi del DNA prelevato dall’occhio del mistero.

L’occhio appartiene sicuramente a un pesce spada che, molto probabilmente, è stato pescato e privato degli organi non commerciabili direttamente su un peschereccio.
A essere sinceri c’erano già alcune caratteristiche morfologiche che avevano portato gli scienziati a protendere per questa specie (Xiphias gladius), su tutte: le dimensioni, il colore e la struttura, spiega Joan Herrera, curatore per il Florida Fish and Wildlife Institute. È in questa stagione, infatti, che avviene il passaggio di grossi esemplari al largo dello stretto. Le lesioni presenti intorno al bulbo oculare, poi, sembrano proprio quelle derivanti dall’uso di un coltello quindi l’ipotesi più probabile è quella di una pesca finita male… solo per il pesce spada!
Questa specie intraprende lunghe migrazioni e ha un areale di distribuzione vastissimo; si trova in tutti i mari e gli oceani a latitudini comprese tra il 60° N e il 45° S. Morfologicamente si differenzia dai simili pesci vela (famiglia Istiophoridae) per la spada, più lunga, e per la mancanza di squame e denti negli individui adulti.

A piena maturità possono raggiungere i 4,5 metri e il considerevole peso di 650 kg; le femmine sono più grandi ma, nel Mediterraneo, raggiungono a malapena i 230 kg. Sono predatori opportunistici per cui si nutrono di pesci e molluschi sia in superficie sia nelle profondità marine (compresi i famosi calamari) e la spada è un’arma per ferire e lacerare le prede.

La riproduzione, nell’Atlantico, avviene nel Golfo del Messico durante tutto l’anno mentre i siti di riproduzione nel Mediterraneo sono proprio le coste dell’Italia.  I giovani sono predati da squali e altri pesci vela ma gli adulti possono temere solo la terribile orca assassina e, ovviamente, l’uomo.

La pesca del pesce spada avviene un po’ in tutto il mondo, principalmente nell’Oceano Atlantico. Oggi gli esemplari pescati sono ancora troppo giovani e recentemente il governo americano ha adottato misure proprio per vietarne la cattura. Questo, insieme a un progetto internazionale di recupero del pesce spada ha portato le popolazioni a una leggera ripresa. La specie è al momento inserita nella Lista rossa dell’IUCN ma non si hanno dati sufficienti per dichiararla a rischio estinzione.

È curioso come il ritrovamento di un occhio abbia portato me e, spero, anche molti di voi a riflettere e fantasticare su ciò che avviene nei nostri mari. Se non fosse arrivato su quella spiaggia, non vi avrei mai parlato dei calamari giganti, dei pesci vela e dell’elegante pesce spada che è stato in grado di colonizzare, a modo suo, tutto il mondo e per questo merita un profondo rispetto.
Forse si può affermare che la morte del pesce spada (ad oggi) più famoso del mondo non sia stata del tutto vana.

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