I mostri interiori vengono dal blu

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Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te. (Friedrich Nietzsche)

L’acqua è limpida e invitante. Il fondale di ciottoli bianchi scende piano verso il blu che più blu non si può. A un certo punto il fondale precipita. Resta soltanto il blu intenso. I raggi del sole sprofondano danzando, lame tremolanti che spazzano l’abisso. Si perdono. Quel blu non è il cielo solcato da nuvole, né il vuoto spazio siderale attraversato da remoti corpi celesti: quel blu è un contenitore. Brulica di vita in ogni suo strato.

Qualcosa t’inquieta. Stai assistendo, forse ad una delle più grandi alchimie umane: la fabbrica dei mostri. Non t’era mai successo di assistere al tuo sguardo gettato nell’inconscio. Ecco che la mente inizia subito a costruire chimere. È lì che nascono le teste di medusa, creature tentacolari e voraci, la balena che inghiotte Giona e Pinocchio. Lì, proprio dove stai guardando tu. Sei nel liquido, come in un ricordo prenatale, oppure immerso nella psiche collettiva. Temo non ci sia una grossa differenza, almeno dal punto di vista della percezione individuale. La tua più grande paura. Ci hai messo così tanto ad essere te stesso, a costruirti addosso un essere distinto, con tutte le tue caratteristiche. Ora la tua più grande paura è fonderti, tornare nel ventre materno, disperdere i residui della tua mente in una più grande. La tua più grande paura è tornare indietro.

 

È lui, è il mostro. È lì che ti guarda mentre scruti l’abisso. Lo senti, sta arrivando. Allora la tua mente frena: non può accettare l’esistenza dei mostri. E per non impazzire, mistifica. Deve trovare qualcosa di pauroso ma di esistente, deve identificare il mostro con un animale per il quale provare terrore sia un fatto oggettivo, condiviso. Tutto questo tu non lo sai, ma la mente fa molte altre cose senza chiederti il permesso.

Lo squalo è il mostro perfetto. Questo divoratore incallito contiene pure una serie di riferimenti sessuali. Sembra un ottimo mostro. Ecco che nel blu la chimera ha un volto. Glielo hai dato tu. Lui, lo squalo, è il divoratore che cercherai di evitare nelle acque profonde. Soprattutto quando hai la testa fuori dall’acqua o quando galleggi in superficie. A nulla servono le statistiche per distogliere la tua mente da certi meccanismi del blu profondo. Lo squalo uccide meno gente del fulmine e le possibilità di essere uccisi da una vespa sono infinitamente più alte di quelle di venire semplicemente aggrediti da uno squalo. Qualsiasi altro animale, selvatico o domestico che sia, rispetto è assai più pericoloso. Senza menzionare quelli della tua stessa specie. Ma le statistiche non possono nulla. Perché quello che tu temi, in realtà, non esiste. Non c’è. Sei tu che lo chiami squalo.

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© istockphoto.com

Poi un giorno lo vedi. Spunta da dietro un costone corallino a precipizio nella fossa di Cayman. È di colore chiaro, quasi bianco e viene dritto verso di te. Sembra volare sfiorando la dolomite. È un grande martello. È immenso. È un istante, si getta all’inseguimento di un’aquila di mare e sparisce con lei nel blu. Da dove era venuto. Non c’è stato il tempo per la paura. Resta la meraviglia, tanta che l’erogatore sembra caderti dalla bocca. La bellezza di uno squalo che nuota in mare è un’immagine totalizzante. Nuota che sembra scivolare, forte e sinuoso, le fasce muscolari che gli guizzano lungo i fianchi, sotto la pelle setosa. Sensuale. È timido ma forte, è curioso, è sicuro di sé, è in pieno controllo del suo territorio. È un barlume di tigre nella foresta. È il grande felino dei mari.

Ne vedrai altri. Di più grandi, più numerosi, più vicini. Ne vedrai di minacciosi, che ti allontaneranno fino a ricorrere agli spintoni dal loro territorio, ne vedrai a centinaia. A volte tutti insieme. Li cercherai. Li cercherai nel blu. Proprio lì, dove la psiche si sforza di materializzare mostri. Allora vedrai nuvole, nuvole di pesci. Barracuda, carangidi, sardine o azzannatori, non fa differenza. La specie determina la forma del banco, non il comportamento. Saranno cumulonembi, nembi o stratocumuli, come gli shaour, gli imperatori iridescenti. Ogni specie è un tipo di nuvola.

Sospeso nel blu, come nell’inconscio, li vedrai muoversi sincronizzati, creando forme diverse. Non c’è un capo, non c’è un principio. Da nessuno parte l’ordine di girarsi, si girano tutti e basta. Sono così vicini perché stanno copulando. Rilasciano i gameti in mare, con la speranza che si mescolino. Questa la vita sessuale della maggior parte dei pesci.

Lo squalo lo sa. Lo squalo entra nel banco e il banco tollera lo squalo. La continuità della specie è troppo importante per fuggire, disperdere i gameti. La continuità della specie è al di sopra della fugace esistenza del singolo individuo.

Lo squalo lo sa. E miete vittime. Ma non vittime qualsiasi. Sceglie il distratto, sceglie il debole, il malato, oppure quello più sganciato dall’intelligenza collettiva.

E così mentre sei nel blu, ormai padrone dell’assetto, respiri. Respiri ed assisti allo spettacolo della vita che muore mentre si rigenera. Respiri ed intuisci il significato ancestrale del mostro nel blu che divora.  Ecco che una delle tue paure più infondate diventa estrema bellezza: osservi il perdersi dell’io in una intelligenza collettiva danzante.

Dedicato a chi ha paura del blu.

Tutto ciò l’ho provato su me stesso e ti auguro di provarlo a tua volta. Proprio tu, che hai paura del blu, più di altri potrai apprezzare quel meraviglioso percorso che porta ad un passo dal fondersi col mare, cioè osservare la fusione. È tipico della tua natura creativa. Per questo io ti auguro una serena trasfigurazione. Ma non ti auguro la perdita della tua individualità. Quella è una scelta molto, molto personale.

Chiunque si identifichi con la psiche collettiva o, in termini mitologici, si lasci divorare dal mostro, e si annichilisca in esso, arriva al tesoro vigilato dal drago, ma vi arriva contro la sua volontà e con tutto danno per se stesso

(C. G. Jung)

 

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