Sano per te, Sostenibile per l’ambiente

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Cosa vuol dire per l’uomo essere in salute? Avere un buon sistema immunitario grazie ad un’alimentazione corretta è sicuramente indispensabile, ma insufficiente se viviamo in un luogo contaminato. Inquinare l’ambiente è, purtroppo, una delle attività che meglio ci riesce poiché siamo portati a pensare al presente e non al futuro, ai vantaggi immediati e non alle conseguenze. Tutti sappiamo quanto inquinano fabbriche, centrali nucleari e petroliere, anche gli studenti delle elementari ti sanno recitare i soliti consigli: spegnere la luce, non usare sempre l’auto e non usare prodotti chimici per pulire la casa … Ma vi siete mai chiesti quanto impatta sull’ambiente la nostra alimentazione?

La filiera alimentare è composta da diversi livelli di cui la produzione agricola, allevamento e pesca, sono il primo gradino e i suoi prodotti salgono al secondo, dopo raccolta e lavorazione, per poi essere confezionati, etichettati e imballati ed, infine, distribuiti. Concettualmente è una catena di montaggio efficiente e funzionale, ma diventa complessa e insostenibile se la facciamo funzionare in senso contrario, ovvero se la tariamo sulla richiesta di mercato invece che sulla capacità produttiva del territorio. La richiesta di mercato è fatta dai compratori, ovvero da chi può pagare, negli esercizi commerciali che si riforniscono settimanalmente o giornalmente (a seconda delle dimensioni) dei prodotti maggiormente consumati. Se volete mangiare 10 bistecche a settimana, le avrete perché, per voi, la catena di montaggio macellerà, alleverà e, quindi, alimenterà più animali. Se volete la merendina incartata 4 volte, la avrete perché, sempre per voi, la catena di montaggio aumenterà il numero di imballaggi di carta e plastica; il così detto packaging è una fase costosa tanto per l’imprenditore che usa maggiori quantitativi di plastica o carta, quanto per l’ambiente da cui vengono prelevate le risorse o nel quale vengono immessi gli scarti di lavorazione. Questo si traduce in un aumento del carico inquinante ad ogni livello della filiera alimentare per un totale drasticamente superiore al normale.

Comprare carne o pesce tutti i giorni costringe il primo gradino produttivo a diventare intensivo per poter garantire un rifornimento giornaliero agli spacci alimentari di sorta. L’allevamento intensivo si traduce in un esponenziale aumento di rifiuti, tra cui gas serra, prodotti azotati e scarti di lavorazione; tutte queste bocche in più da sfamare portano ad una maggiore richiesta di foraggiamento con altrettanto intensive coltivazioni, perlopiù di cereali, mais e soia, da avere a disposizione tutto l’anno. Questo tipo di agricoltura è estremamente dannosa per l’ambiente perché non rispetta la naturale biodiversità vegetale dei terreni e li impoverisce delle sue sostanze nutritive ad una velocità da 10 a 100 volte superiore del normale, fino a renderli inerti, ovvero mai più coltivabili. Per far crescere velocemente il raccolto e per proteggerlo da attacchi di fitoparassiti, vengono impiegati fertilizzanti e antiparassitari su larga scala; queste sostanze dannose, oltre ad alterare i naturali equilibri ambientali (terreni, falde acquifere, piogge acide), entrano letteralmente nella rete trofica con un effetto di bio-accumulo, per cui più si sale nella catena alimentare, maggiori quantitativi di tossine troverò (un incremento del 90% per ogni livello). Quando un terreno non è più fertile, cosa che accade molto velocemente, si passa semplicemente oltre, deforestando e coltivando un altro pezzo di terra (nel mondo vengono tagliati l’equivalente di 50 campi da calcio al minuto, 68000 al giorno).

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Dell’intera produzione mondiale di cereali circa il 70% finisce nelle mangiatoie degli animali da macello – gli stessi animali allevati in grandi numeri perché noi abbiamo chiesto 10 bistecche a settimana. Questo eccessivo quantitativo di carne dovrà poi essere lavorato con maggiore dispendio di energia, confezionato e trasportato, con ulteriori emissioni, anche per distanze intercontinentali (ad esempio per chi si gusta in Italia la tenera carne argentina). Fino ad ora abbiamo valutato l’impatto dell’allevamento sul territorio e le emissioni delle varie fasi di produzione e distribuzione, ma per rendere completo il quadro dobbiamo anche aggiungere il quantitativo di acqua consumata: irrigazione dei coltivi che diverranno foraggiamento, abbeverazione e lavorazione, per un totale di impiego pari ad un 1/3 delle risorse idriche mondiali.

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Per quantificare l’impatto ambientale di un chilogrammo (o un litro) di ogni alimento, vengono utilizzati 3 diversi indicatori in relazione alla risorsa intaccata: Water, Carbon & Ecological Footprint.

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Ognuno di questi indici si misura rispettivamente in volume (litri) di acqua consumata, massa di CO2 immessa direttamente o indirettamente, metri quadri o ettari globali di territorio biologicamente produttivo impiegati per fornire le risorse e per assorbirne le relative emissioni.

I grafici parlano da soli, sono chiari, intuitivi e, soprattutto, concordanti. Vi invito a fare quello che ho subito fatto anche io, ovvero provare a calcolare l’impatto ambientale totale di uno solo dei vostri pasti giornalieri, per esempio: 250g di carne bovina ai ferri con un filo d’olio (5ml), 200g di patate al forno (anche qui si conta l’olio in 15ml), un frutto da 250g e un dolce da 150g. Facciamo un po’ di conti ricordando che i valori delle tabelle si riferiscono a un kg o un l di alimento: Water Footprint (4881+193+111+233+361=5779 litri), Carbon Footprint (6558+63+242+124+335=7322 grammi di CO2 equivalente), Ecological Footprint (32+1+1+1+4=39 metri quadri globali). Finiti questi calcoli ho subito pensato che in un giorno ci dovrebbero essere 5 pasti, anche se non tutti così completi, da conteggiare per ognuno di noi, ovvero 7miliardi (quasi) e mezzo! Un impatto ambientale decisamente insostenibile per il nostro solo Pianeta, ma per fortuna, o per sfortuna, sappiamo bene che non tutti mangiano allo stesso modo: oggi assistiamo ad una suddivisione planetaria tra nord e sud alquanto sconcertante, con al Nord un 23% della popolazione totale che sfrutta l’84% del prodotto lordo mondiale mentre al Sud il restante 77% si accontenta di un misero 16%. Questo vuol dire che il problema è concentrato tutto al Nord e che è teoricamente facile da risolvere, basta cioè, cambiare le abitudini alimentare del 23% della popolazione mondiale. Ma come?

La prima cosa da fare è smettere di sprecare il cibo: ogni anno, infatti, nel mondo si butta 1/3 degli alimenti prodotti, ovvero 1.3 miliardi di tonnellate! Tutte risorse sprecate con un inutile impatto ambientale, se vogliamo quantificarlo possiamo tornare agli indici summenzionati e metterci a calcolare l’Ecological Footprint del 20% di 1.3 miliardi di tonnellate di carne buttata o la Carbon Footprint del 35% di pesce marcito e via dicendo. Tagliare gli sprechi è il primo grandissimo passo che possiamo impegnarci a compiere, senza, letteralmente, nulla toglierci.

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Un’altra buona notizia ci giunge dagli studi scientifici sulla nutrizione che, mettendo insieme una dieta poco impattante sull’ambiente, si sono accorti che vi è un’impressionante correlazione tra i cibi sani per l’uomo e quelli sostenibili per l’ambiente. Come sempre, si è deciso di semplificare la lettura dei risultati realizzando un grafico, in particolare una piramide ambientale che richiamasse la più famosa icona di dieta salutare: la piramide alimentare di Ancel Keys.

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Da questa correlazione si evince subito come i cibi maggiormente impattanti sull’ambiente siano gli stessi che andrebbero assunti con moderazione per motivi salutari e, allo stesso modo, i cibi salubri di cui si dovrebbe fare uso giornaliero sono molto poco impattanti per il nostro Pianeta.

Cosa c’è di più semplice che scegliere di mangiare sano se questa è la nostra prima attività sostenibile?

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