Raja Ampat

raja ampat

(Questo articolo è stato originalmente pubblicato a gennaio 2014 e fa parte di un diario di viaggio in Indonesia)

Dove ero rimasta?

La tappa più avventurosa del viaggio era programmata in Papua, a Raja Ampat, un arcipelago di circa 610 isole, per la maggior parte disabitato e sconosciuto ai turisti subacquei fino a poco tempo fa.

Il fatto però che se ne parlasse sulle riviste di subacquea come l’epicentro di una incredibile biodiversità, frequentato dai più intraprendenti biologi marini internazionali, ha cominciato ad attirare recentemente un numero costante di fotografi e di barche da crociera.

I subacquei sono sempre alla ricerca dell’Eldorado, del punto d’immersione pieno di vita che possa offrire la possibilità di scoprire un animale per la prima volta e archiviarlo con il proprio nome.

(Nel 1969 Georges Bargibant un collezionista che lavora per  un acquario in Nuova Caledonia scopre su un ramo di gorgonia appena portato in barca un minuscolo cavalluccio marino che prenderà il suo nome. Nel 2003 viene scoperta una seconda specie da Denise Tackett, una fotografa. Altri due sono scoperti dalle guide Hence Pontoh e Satomi Onishi e un altro ancora dal fotografo Mike Severns –  Hippocampus bargibanti, H. denise, H. pontohi, H. severnsi, H. satomiae)

Gerald Allen, è uno tra i più famosi biologi marini, ha firmato circa 400 articoli scientifici e alcuni tra i suoi 35 libri sono consultati dai fotografi per dare un nome certo al pesce alieno nella foto. La sua missione è esplorare i fondali e collezionare foto di pesci e di altri organismi marini per catalogarli. E’, in breve, un moderno Linneo.

Secondo Allen, Raja Ampat, è la zona con maggiore biodiversità marina del pianeta con un totale di 1,186 specie scoperte e una proiezione di altre 200 che possono essere scoperte nelle esplorazioni dei prossimi anni.

Nel 2007 si tiene la Blue Auction a Montecarlo, organizzata da Conservation International (CI  lavora insieme al governo della Papua per la creazione di parchi marini a Raja Ampat). L’asta è un modo intelligente per finanziare la tutela delle nuove specie scoperte nella regione vendendo al miglior offerente  il diritto di dare il proprio nome a una delle specie.

Non c’è dubbio che Raja Ampat ospiti nel suo bacino marino molte nuove specie di damselfishes, wrasses, gobies and garden eels, ma…

Atterro a Sorong, Papua, in un giorno di pioggia torrenziale. Il tempo a metà novembre è improvvisamente cambiato in Indonesia, in anticipo rispetto alla media. Il porto di Sorong è la base di partenza di tutte le crociere per Raja Ampat e questa è l’unica ragione per la quale un turista potrebbe decidere di metterci piede.

Nella hall dell’albergo hanno montato un albero di natale addobbato di luci e di palle colorate, improvvisamente sento come se l’Europa fosse dietro l’angolo, come se la macchina turistica della Papua ci fosse andata a scuola.

La mattina seguente raggiungo un piccolo gruppo di italiani che a bordo di una barca a motore sono diretti all’isola di Agusta, distante 4 ore a nord est di Sorong. Hanno caricato viveri, benzina e bombole per le immersioni. Sull’isola si sta costruendo un resort e nel frattempo ospitano amici subacquei.

Spiaggiamo la barca sulla riva bianca, corallina di Augusta. Del resort esistono solo le fondamenta, noi abitiamo minuscole palafitte provvisorie sulla spiaggia. Non c’è il bagno. La nostra doccia è davanti alla capanna adibita a cucina, a magazzino bombole e dispensa, situata a poca distanza in uno spiazzo all’interno.

Posati i bagagli ci ritroviamo tutti sulla spiaggia a fotografare il tramonto, una luna bianca fosforescente e un doppio arcobaleno che fa arco intorno.

La pioggia passa all’orizzonte trasportata da nuvole enormi che si ritirano per lasciare spazio a un tramonto rosso e viola.


Il giorno dopo è tempo di esplorazioni nei fondali intorno ad Agusta. Il Manta Point è a 30 minuti dall’isola ed è il nostro primo punto d’immersione. La barca scivola a fatica su larghi vortici di corrente che rallentano l’elica del motore, sono gorghi provocati dall’acqua che gira intorno alle isole posizionate a poca distanza l’una dall’altra. La stessa corrente e gli stessi gorghi li ho già visti intorno a Flores e nello stretto di Komodo, in Indonesia.

Sul punto,incredibilmente, ci sono altre due barche di subacquei. Ci tuffiamo in gruppo ma in acqua la corrente fortissima ci divide subito.

Vedo il canale di sabbia con una manta sospesa nel mezzo, avvolta in una nebbia densa di plancton. Intorno ci sono una decina di subacquei appiattiti sul fondo e agganciati a pezzi di roccia per non essere trasportati via dalla corrente.

Guadagno pochi metri verso la manta piantando lo stick di metallo dentro il fondo molle di sabbia, ho il cuore accelerato dalla fatica.

Questa scena mi è familiare, e sono assolutamente decisa a non morire di fatica per una foto della pancia di una piccola manta. Rimango dove sono. Dopo poco, infatti, la manta passa a bassa quota sopra la mia testa tanto che potrei sfiorare le remore.

Ritrovo uno dei compagni d’immersione, ci facciamo segno di proseguire e lasciarci trasportare dalla corrente.

Voliamo rapidissimi sopra le formazioni di coralli bassi, fitti e inospitali come cespugli di spine dove i pesci e altri piccoli organismi trovano riparo dalla corrente, dai predatori e dai fotografi. Con mio grande dispetto.

E’ impossibile trovare un appiglio, o un’oasi di sabbia per fermarsi e fotografare senza rompere il corallo.

Spero che la prossima immersione sia migliore perché in questa non mi sono divertita, ho scattato una sola foto e ho dovuto rinunciare alle altre per non distruggere il corallo.

Seconda immersione della giornata uguale alla prima per intensità di corrente. Ci lasciamo scivolare su una parete intorno all’isola di Agusta. La corrente ci sbatte a destra e poi dopo poco ci risbatte a sinistra, fin quando infiliamo una corrente discendente che ci risucchia verso il fondo. Pompiamo aria nel Bcd per riguadagnare quota.

Il giorno dopo stessa situazione: corrente su una distesa di corallo di fuoco, comincio ad averne abbastanza. Siamo scesi insieme ma mi ritrovo sola in questa immersione, abbiamo smesso di fare lo sforzo di rimanere compatti. Verso la fine della mia riserva d’aria il mare si vela di grigio. Il cielo si deve essere coperto. Esco appena in tempo. Su di noi si rovescia il diluvio universale. Gocce di pioggia grandi come palle di grandine che bucano la pelle, nella barca aperta non so dove ripararmi per evitare il bruciore dell’impatto, fa molto freddo.

Tornati sull’isola scopriamo che la tenda sopra il tavolo da pranzo si è riempita d’acqua, è crollata e ha spaccato il tavolo e le panche. Era l’unico spazio comune dove riunirci al riparo.

Mangiamo sulla veranda della cucina, in quattro intorno a un tavolo, con le gambe delle sedie tenute dentro i millimetri del pavimento stretto.

Stasera si è rotta la pompa che porta acqua dal pozzo alla doccia. Tutti gli uomini dell’isola sono impegnati, al buio, a cercare il cacciavite a stella per aprire la pompa e ripararla.

Vado a letto con i capelli umidi, su un materasso alto un’ostia, con una zanzariera troppo corta che mi lascia i piedi scoperti agli attacchi delle zanzare. Aspetto il sole del giorno dopo per dare la notizia che avrei deciso di tornare indietro.

Due giorni dopo sbarchiamo sull’isola di Naiwei distante circa un ora da Agusta e tre di piroscafo express da Sorong. Un’occasione per loro per comprare nafta e fare la spesa al mercato,  per me per salire sull’Ave Maria e cominciare così il lento ritorno verso Bali.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *