E se muore il plancton

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Credo che sul fatto di salvare delfini e tartarughe qualsiasi essere umano dotato di un minimo di empatia, cioè chiunque incarni il contrario dell’egoista incallito, sia d’accordo. Non puoi permettere l’uccisione di quei teneri animali dagli occhi così umani. L’uccisione di cetacei in generale, come le balene per esempio, sta diventando inaccettabile e man mano diventano ai nostri occhi inaccettabili anche i delfinari. Ma non le pescherie. Perché? Antropocentrismo. Nel paniere delle creature che tutti noi salveremmo senza batter ciglio le tartarughe sono gli unici rettili. Le fiabe ce la dicono lunga sulla familiarità che abbiamo con le testuggini, così simili alle tartarughe marine, familiarità dai tempi di Esopo. Se invece vuoi proteggere gli squali la faccenda si complica: diventa più difficile raccogliere le firme, ottenere consensi. Eppure, che ci crediate o no, gli squali sono molto più in pericolo, e sono molto più preziosi per l’equilibrio degli oceani, di orde ammiccanti di delfini, di tante meravigliose mamme balene, di tante tartarughe che eroicamente arrancano per deporre le uova. Tutto ciò ha una ragione: l’antropocentrismo. Ci sentiamo il centro dell’universo e intercediamo solo a favore di specie con le quali crediamo di avere affinità, o di specie che alleviamo per i nostri interessi che vanno dalla schiavitù al pasto, al semplice uso compagnia. Niente di nuovo negli ultimi cinquantamila anni dunque, anni di guerra tra noi e le specie selvatiche per il territorio.

Ai nostri giorni continua la guerra dichiarata ai diversi, ai non antropomorfi, come gli squali e i ragni – questi ultimi così diversi da noi da essere considerati dei mostri schifosi, ma mai al plancton. Non ufficialmente, in quanto ogni anno preleviamo milioni di tonnellate di krill dagli oceani, e altro plancton l’ammazziamo con le nostre sostanze nocive. Cos’è il krill? Se digiti krill su un motore di ricerca escono fuori le voci correlate: Omega3, olio di krill, fabbisogno di olio di krill per il tuo sano equilibrio psicofisico! Per giungere alla strabiliante notizia che il krill è plancton, composto da una massa di gamberetti che vivono essenzialmente nelle acqua in prossimità dei poli, e che costituisce la base alimentare di mante, balene squali balena, orsi polari, foche, pinguini e altri uccelli marini… ti servono un paio di pagine di google ed una buona dose di pura curiosità intellettuale, altrimenti penseresti che è solo una specie creata da dio per rifornire noi umani di questi benedetti Omega3. Li puoi trovare anche nelle alghe, gli Omega3, ma l’Olio di Krill… vuoi mettere quant’è più figo? Soprattutto sapendo che viene prelevato in posti così lontani! Non fa esotico questo krill? Almeno quanto fa esotico avere in ufficio un bel tavolo di legname proveniente dalle foreste pluviali, quei polmoni che producono il 40% dell’ossigeno sul pianeta. Un altro 40% lo produce il fitoplancton, o plancton vegetale. Ma non è esotico, quello lì, quello rappresenta una biomassa gigantesca che va a nutrire lo zooplancton (tra cui il krill) e altre specie erbivore, quello lì rende l’acqua verde, scura, poco invitante per un bagno. Non è roba da mettere in salotto, il fitoplancton.

Né da mangiare. Ma per l’acidificazione dei mari, una conseguenza all’aumento della CO2, e l’immissione continua di inquinanti negli oceani, come gli idrocarburi che inibiscono lo scambio di gas, anche il fitoplancton sta subendo colpi assai duri. Nessuno piangerebbe la moria di fitoplancton, ma di sicuro cominceremmo a soffocare prima ancora di commuoverci.

Di tutte le vittime del clima nel plancton una soltanto ha guadagnato l’attenzione dei mass media – ‘mass’ si fa per dire: al massimo la notizia ha occupato la mezza pagina sull’ambiente nei quotidiani che quella pagina ce l’hanno – e ci è arrivata solo perché, ne sono sicuro, è un esserino simpatico. Si tratta di una specie di chiocciola con le ali di farfalla, da cui il nome Limacina helicina, lumachina elichetta.

Limacina-helicina

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Come il krill questo esserino svolazzante costituisce una percentuale non trascurabile nella dieta di: pesci, foche, uccelli marini, orsi bianchi, balene etc. Il suo esoscheletro però ha un problema che la natura non aveva previsto: la conchiglia è composta essenzialmente da aragonite, una delle forme di carbonato di calcio più sensibili all’aumento dell’acidità dei mari. L’aragonite si degrada velocemente ed i ricercatori hanno dato l’allarme: forse l’evoluzione naturale non farà in tempo a riparare l’inconveniente. Né noi faremmo in tempo ad evolverci al punto di commuoverci per la scomparsa di un esserino planctonico.

Ci vorranno anni prima di vedere disintegrate intere barriere coralline, ma sui singoli individui minuscoli l’effetto dell’acidificazione è immediato. Peccato che quegli individui messi insieme costituiscano il 20% della biomassa planctonica, cioè il 20% di tutti i nutrienti di base che tra breve potrebbero scomparire dal mare in un battito d’ali… di farfalla.

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  1. silvia formica
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