Sud dell’Egitto, da luogo di frontiera a ultima frontiera dello sport

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Tutto iniziò più di quindici anni fa, quando un gruppo di investitori kuwaitiani decise di sganciarsi dal solito petrolio, che con la ricchezza portava anche un sacco di problemi: costruire alberghi e aeroporti in Mar Rosso è più divertente che posare oleodotti. A New York le Twin Towers erano ancora in piedi e la prima industria del pianeta era ancora il turismo che, in Egitto, cresceva a vista d’occhio. L’avevano capito subito, i kuwaitiani, che non erano le discoteche, né il deja vù ossessivo di negozietti di spezie e tappeti tutti uguali che saturavano Hurghada e Sharm el Sheikh, di cui la gente aveva bisogno. La gente, la loro gente, aveva bisogno d’altro. Aveva bisogno di ciò che era andato perduto nella terra d’origine: un mare intatto ed il silenzio del deserto alle spalle. All’epoca l’ultimo avamposto del turismo era el Quseir, con le sue imponenti vestigia ottomane, un paio di ostelli con lussuosi interni d’epoca, di gran classe, alcuni alberghi e lunghissime spiagge davanti un reef facile e ricchissimo, il Mar Rosso a portata di mano, così caro agli abitudinari subacquei tedeschi.

Il Sudan aveva appena perso la causa internazionale e le Nazioni Unite aveva deciso di spostare il confine dell’Egitto a sud, così lungo quella costa meravigliosa e deserta a poco a poco si abbandonavano casematte irte di cannoni e filo spinato, surreali avamposti color sabbia a picco sul mare, e si smilitarizzavano centinaia di chilometri. Ad un dollaro al metro quadrato. Sulla scogliera desertica i segni dei nastri di gesso bianco a delimitare le concessioni.

Una costiera in buone condizioni, percorsa un tempo solo da camion pieni di cammelli, si snoda lungo la costa. Il Mar Rosso in quel punto è vergine come lo è in Sudan. Gli esseri umani erano così pochi che non sono riusciti a rovinarlo, e con i militari in allerta lungo tutta la costa è difficile pensare che i rari pescatori abbiano fatto un uso allegro di bombe e dinamite. Il deserto color crema e ocra scorre ancora per centinaia di chilometri e dall’altra il mare. Pochi sono gli alberghi, ma tutti nuovissimi e costruiti con un gusto che non vuole irrompere, ma integrarsi in una realtà lontana dal mondo. Ed è da queste parti che ci sono le migliori immersioni d’Egitto, come il vento più forte. Da Elphistone reef, su a nord verso Marsa A’lam, a Sha’ab Samadai, dove vive una colonia di delfini, al Fury Shoal un ampio sistema di reef a mezz’ora di gommone da Wadi Lahmi, è da queste parti che si possono effettuare tra le più belle immersioni del mondo. Il vento, dicevo.

 

Non è certo una prerogativa del sud dell’Egitto. Il Mar Rosso egiziano è una lunga striscia di mare capace di anfratti mozzafiato, protetti dall’onda. Ma è nelle lagune, dove non osano i subacquei, che surfisti e appassionati di kite-surf sfruttano l’altra ricchezza del sud dell’Egitto: il vento. E’ un vento stagionato, quello che scende giù dalle parti di Hamata e Wadi Gimal, un vento che sorge lontano a nord ma che non disperde la sua forza. Incanalato tra le rocce alte che fanno da palcoscenico al deserto alle spalle del reef, il vento spinge come in una gola, con andamento quasi torrentizio per migliaia di chilometri a sud, fin dove l’Oceano Indiano irrompe nel Mar Rosso, a Ba’b el Mandeb: la Porta delle Lacrime.

© cabrinhakites.com

Lagune e baie appena increspate dal vento teso, tra il mare blu ed il deserto immancabile alle spalle sono condizioni uniche per un kite-surfer. Senza parlare dell’aria secca anche d’inverno e che d’estate ti fa sentire dentro un’asciugatrice. Non si pena mai in Egitto a far asciugare ossa e attrezzature. Per i sub a volte è pesante uscire col vento in molti casi fortissimo al traverso per raggiungere i punti d’immersione in mezzo al mare. Allora è meglio ripiegare su una immersione ‘facile’ dalla riva, possibilmente in qualche ‘marsa’ protetta, magari alla ricerca dell’elusivo dugongo. Ed è così che tutta la zona, grazie al vento, da destinazione subacquea si è trasformata in destinazione per kite-surfers. Era già successo a Dahab, nel sud del Sinai. “Perché non ampliare le possibilità in un’area ancora tutta da esplorare?” Si son domandati gli enti ed i gestori delle strutture turistiche. Onde e immersioni, dicevo, vanno poco d’accordo. Ma ci sono pochi luoghi al mondo che possono contenere due attività apparentemente antitetiche fino ad essere una Mecca per entrambe. Uno di questi è il sud dell’Egitto, dal Hamata a Wadi Lahmi. Difficile trovare condizioni e strutture totalmente idonee ed un clima ‘prevedibile’ a grande distanza. Tutti sappiamo che ci sarà vento. Tutti sappiamo che non pioverà e che l’inverno sarà benevolo.

E che a Wadi Gimal, nei pressi di Hamata, c’è un Parco Nazionale che farebbe invidia allo Yellowstone. Da lì non ho mai fatto l’escursione a Luxor, lo ammetto: quando ho i capolavori della natura vicino tendo a dimenticarmi dei capolavori umani. Anche gli scarsi insediamenti turistici non si sono lasciati tentare dall’urbanizzazione, che con la scusa della fornitura di servizi può rendere il retrobottega del paradiso un ‘non luogo’ per antonomasia. L’antico insediamento più vicino è Byr Shalatyn, luogo dall’anima altrettanto antica. Da millenni Byr Shaltyn è il più importante mercato dei cammelli dell’Africa Orientale, e tale è rimasto. Malgrado le birre Stella ficcate nel ghiaccio sporco al vostro arrivo in un bar dai tavoli di formica e le sedie di plastica cotta dal sole, Byr Shalatyin è ancora un luogo dell’anima. Una stazione, come possono esserlo il villaggio sul fiume Congo descritto da Naipaul. No, il sud dell’Egitto non è un luogo da foam-party. Per quelli non c’è bisogno di volare.

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