Il grande squalo bianco raccontato dalle fotografie di Thomas Peschak

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Foto di Thomas Peschak

In una giornata calma e assolata, un piccolo kayak di plastica gialla galleggia sul blu. A breve distanza emerge la pinna dorsale di uno squalo bianco lungo più di 4 metri, la cui sagoma è perfettamente visibile sotto il pelo dell’acqua. L’uomo sul kayak si volta, e guarda in direzione dello squalo. E’ un’immagine mozzafiato, di fronte alla quale non si può fare a meno di chiedersi quale storia ci sia dietro. A raccontarla è il fotografo che l‘ha scattata, Thomas Peschak, sul suo sito.

Peschak è uno dei più influenti fotoreporter naturalistici del mondo. Da sempre innamorato del mare, ha iniziato ad immergersi a 12 anni, e del mare ha fatto il suo mestiere. Prima come biologo marino, poi come fotoreporter per il National Geographic Magazine. La ragione di questo cambiamento è comune a tanti ricercatori che si occupano di conservazione della natura: la frustrazione che si prova quando ricerche accurate, a volte durate anni, pur documentando con chiarezza danni importanti agli ecosistemi, non vengono tradotte in nessuna azione di protezione ambientale.

Che un’immagine valga più di mille parole, non è solo un luogo comune: secondo Peschak la fotografia è un’arma potente contro l’oblio, in grado di renderci consapevoli in un solo sguardo del rischio che ambienti e animali di rara bellezza scompaiano per sempre.

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Foto di Thomas Peschak

Nelle sue fotografie, Peschak cerca di bilanciare la desolante documentazione dei danni provocati delle attività umane con la celebrazione dello splendore e la magnificenza degli oceani intatti. Per farlo, si immerge esclusivamente in apnea, tecnica che permette sia di ridurre il disturbo agli organismi marini, sia di prolungare notevolmente il tempo trascorso sott’acqua. Il tempo è fondamentale per conquistare la fiducia degli animali, e potersi avvicinare alla distanza ideale per lo scatto: meno di un metro.

Ed ecco la storia della sua fotografia più nota e senza dubbio più falsificata, quella del kayak. I ricercatori del White Shark Trust, un’organizzazione sudafricana dedita alla ricerca su questi meravigliosi animali, che purtroppo ha interrotto la sua attività nel 2007, si erano resi conto che le barche a motore non erano adatte a studiare gli squali quando questi si avventurano in acque poco profonde, un comportamento che durante l’estate diventa molto frequente. Non solo le imbarcazioni rischiano di incagliarsi in acque basse, il problema è anche il rumore del motore, che disturba gli animali interferendo con le osservazioni. A proporre l’uso dei kayak come piattaforma sia fotografica che di ricerca è stato proprio Peschak, ottenendo l’approvazione dei ricercatori, nonché il privilegio di testare il nuovo mezzo. Uno dei primi squali si è avvicinato al kayak dell’assistente di Peschak, che si è voltato proprio nel momento dello scatto.

Ovviamente, prima che chiunque salisse a bordo, sono state fatte varie prove con dei kayak vuoti, per testare le reazioni degli squali: molta curiosità e nessuna traccia di aggressività. In effetti, mentre gli attacchi all’uomo da parte degli squali sono decisamente rari (e tra l’altro, per lo più da specie meno selettive del grande squalo bianco), milioni di squali muoiono ogni anno per mano dell’uomo. Ad aver danneggiato gravemente l’immagine dello squalo bianco è stato il film “Lo Squalo”, che ha creato il mito di una creatura mangiatrice di uomini. In realtà lo squalo bianco non è altro che un superpredatore all’apice della catena alimentare, perfettamente adattato al suo ruolo ecologico tanto da dominare gli oceani, soprattutto nelle zone temperate e subtropicali. Diverse caratteristiche contribuiscono a renderlo un predatore eccezionale. Innanzitutto la velocità: il suo corpo affusolato può essere lanciato a 50 km orari, con un’accelerazione impressionante.

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Foto di Thomas Peschak

Poi, i circa 300 denti, estremamente affilati, organizzati in varie file (fino a 7). Ma soprattutto lo squalo bianco è dotato di raffinati organi di senso, coordinati da un cervello in grado di integrare le informazioni con efficienza straordinaria. Il senso più sviluppato è l’olfatto: grazie alle narici, che si trovano sul lato inferiore del muso, davanti alla bocca, e all’enorme bulbo olfattivo, gli squali bianchi sono in grado di percepire una goccia di sangue in 10 miliardi di gocce d’acqua. Poi c’è l’udito. Le orecchie esterne degli squali sono due piccole aperture, molto difficili da individuare, ma le cellule uditive al loro interno percepiscono anche la minima vibrazione nell’acqua circostante. L’udito è coadiuvato dal particolare senso del tatto che gli squali condividono con altri pesci, dovuto all’organo della linea laterale. Si tratta di una linea di cellule specializzate per percepire le vibrazioni, che va dal capo alla coda su entrambi i fianchi, e che permette agli squali bianchi di percepire direzione ed intensità dei movimenti di una potenziale preda fino a 250 metri di distanza. Anche la capacità visiva è molto sviluppata: la retina è divisa in due regioni, una adattata alla visione diurna e l’altra alla visione notturna. Se è necessario, gli occhi possono essere girati all’indietro nell’orbita per proteggerli. Ma soprattutto gli squali possiedono un senso davvero peculiare: l’elettroricezione, che avviene tramite le ampolle di Lorenzini. Queste sono costituite da un sistema di canali e sacche che contengono un gel in grado di condurre l’elettricità, e si aprono all’esterno con dei pori sul muso degli squali. Cellule specifiche delle ampolle sono in grado di percepire l’intensità e la direzione dei campi elettromagnetici, abilità che gli squali usano sia per individuare le prede che per orientarsi nell’oceano aperto seguendo il campo magnetico terrestre. I motori delle barche interferiscono sia con l’udito e il tatto, sia con la percezione dei campi elettromagnetici, minando la capacità degli squali di orientarsi e procacciarsi il cibo.

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Foto di Thomas Peschak

Gli studi portati avanti dai ricercatori in kayak hanno permesso di fare luce sulla distribuzione degli squali bianchi nell’oceano. Fino ai primi anni 2000 si riteneva che la specie non abbandonasse quasi mai le zone costiere, e che a muoversi fossero solo i maschi. In realtà, tramite l’identificazione fotografica e la marcatura elettronica degli esemplari, gli studi del White Shark Trust hanno dimostrato che sia i maschi che le femmine sono in grado di compiere migrazioni transoceaniche tra l’Australia e il Sudafrica, raggiungendo profondità di quasi 100 metri e tollerando temperature fino a 3°C. Le migrazioni di lunga distanza espongono gli squali bianchi ad un maggior rischio di mortalità dato che attraversano aree in cui non sono protetti dalle leggi locali: i risultati di questa ricerca sono stati fondamentali per aumentare il livello di protezione internazionale della specie, che è inclusa adesso in Appendice II della direttiva CITES (la convenzione che controlla il commercio delle specie minacciate di estinzione).

Oltre a finire spesso intrappolato nelle reti da pesca, lo squalo bianco viene infatti cacciato sia per i denti e le mascelle, che possono essere venduti anche a 50 mila dollari, che per le pinne, ingrediente principale della zuppa di pinne di squalo, considerata una prelibatezza nella cucina cinese. Nella pratica barbara del finning, le pinne vengono recise dagli squali ancora vivi, mentre il resto del corpo viene gettato in mare. Ben 100 milioni di esemplari di varie specie di squali ne sono vittime ogni anno.

Le fotografie di Peschak, incluse nel volume South Africa Great White Shark, non solo sono servite come supporto alla ricerca, ma hanno anche contribuito a modificare la percezione dello squalo bianco da parte del grande pubblico: da mostro mangiatore di uomini, a specie in pericolo da tutelare. È lo stesso Peschak, insieme agli altri fotografi dell’International League of Conservation Photographer, a sostenere che quando l’uso delle immagini viene integrato con il lavoro di ricerca e con le attività delle organizzazioni di conservazione della natura, si può davvero fare la differenza.

A dimostrarlo è anche il fiorire delle attività di ecoturismo che coinvolgono proprio lo squalo bianco: negli ultimi anni si sono moltiplicate le associazioni che offrono la possibilità di immergersi con gli squali e di contribuire alla ricerca su vari aspetti della loro biologia, soprattutto in Australia, Sudafrica e Messico. È una grande opportunità per trasmettere al grande pubblico l’importanza della protezione di questi grandi predatori marini. Gli squali da 350 milioni di anni contribuiscono a mantenere sano l’ecosistema marino, grazie al controllo dell’abbondanza di alcune specie preda e all’eliminazione delle carcasse degli animali morti. Considerando che l’oceano copre i tre quarti del nostro pianeta, si tratta di un ruolo fondamentale anche per la nostra stessa sopravvivenza.

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