Storia comica dei repellenti per squali

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E’ più pericoloso uno squalo o una zanzara?

Temo di conoscere la risposta a freddo: la paura di essere attaccati da uno squalo batte ogni puntura. Eppure le zanzare e le malattie da loro trasmesse, come la malaria, uccidono circa seicento mila persone all’anno. Avete capito bene: 600.000 esseri umani, l’intera popolazione di una città come Genova, che sparisce ogni anno per la puntura di zanzara. Gli squali, invece, che non uccidono mai più di una dozzina di persone in un anno, sono di gran lunga più temuti. Tanto che le Marine e le Aeronautiche Militari di mezzo mondo hanno più denaro per studiare repellenti anti squalo di quanto sia stato investito per distribuire efficaci repellenti al geranio nelle regioni malariche. E’ agli inizi degli anni quaranta, a guerra appena iniziata che gli alti papaveri dell’ Aviazione di Marina si accorgono che i piloti hanno il sacro terrore di finire in mare. Meglio un giapponese armato che uno squalo. Non erano certo le uniche ‘mammolette’, i piloti della Marina americana: lo stesso Commandeur Jacques Yves Cousteau, per girare il più famoso dei documentari sul mare, Il mondo del Silenzio, chiese alla Marina Francese dei repellenti anti squalo da impiegare durante le riprese.

Non c’è da biasimare nessuno: c’è invece una intera letteratura, tra racconti di marinai (quelli da pub), libri e precursori di film come ‘Lo Squalo’ e ‘Open Water’ a instillare l’allarme squalo anche nelle popolazioni montane. E’ un effetto dell’allarme, che desta più attenzione. Politici e media lo sanno benissimo, ma pochi si accorgono di chi usa quest’arma e chi no. Quindi la letteratura e il bar dicono che se precipiti in mare morirai divorato dagli squali. Balle spaziali, ma il panico è pericoloso e bisogna sempre metterci una pezza.

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La chimica
Le paure immotivate vanno scacciate con il coinvolgimento massiccio di sostanze chimiche. Quindi contro gli squali si iniziò col cloro, poi col cianuro di sodio, gli ipocloriti, i nitrati di stricnina, gli oscuri gas da guerra chimica e i narcotici, passando per l’acido malico e l’acetato di rame, fino alla carne di squalo putrefatta. Sostanze terrificanti che sicuramente non fanno bene neanche al naufrago in ammollo. Ma non c’è acetato di rame, né nitrato di stricnina che tenga davanti ad un’esca sanguinolenta. Davanti al solito pappone per squali, puzze e veleni diventano irrilevanti. Nulla riesce a inibire la fame atavica dello squalo che volteggia intorno a un’esca appetitosa. Così che l’unico risultato costante è la morte per avvelenamento del povero squalo.

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Berkeley
Negli anni ‘60 è l’Ammiragliato Britannico ad appassionarsi alla scientifica ricerca. E propone il Lacrymator, ovvero il l’orto-clorobenzilmalonitrile, nome in codice: OCBM. Si tratta di una polverina bianca che a contatto con l’acqua genera il CS, il famosissimo gas che da lì a pochi anni sarebbe stato largamente impiegato nelle strade, negli stadi e nelle università. L’intenzione era quella di costringere lo squalo a fuggire via in lacrime dal povero naufrago, simulato da un subacqueo e dall’appetitosa esca. Lo squalo invece continuava ad attaccare e divorare le sue esche, dissuaso dal gas lacrimogeno quanto siamo dissuasi noi da una cipolla sul tagliere. E se l’orto-clorobenzilmalonitrile ha sortito degli effetti, questi sono stati a carico dei subacquei, che riportavano diversi gradi di bruciature epiteliali a seconda del livello di protezioni cutanee. OCBM = accantonato.IMG_5673

L’ascella piccante
Si riesumarono allora vecchi studi su sostanze naturali o compatibili con l’uomo. Scartabellando si scoprì che Brett Mc Kinnon nel 1954 aveva messo in relazione il sudore umano con la migrazione dei salmoni nei torrenti. Si cercò il principio attivo e lo si identificò con la L-serina, l’aminoacido predominante nel refrigerante biologico e naturale di produzione umana. I salmoni, gente di mare e di fiume, sembravano fuggire gli autobus tropicali affollati. Qualcuno si domandò: l’ascella del signor X, avrebbe sortito lo stesso effetto con lo squalo? L’unico che sembrò arricciare il naso fu quel raffinatone dello squalo tigre, mentre gli squali grigi, forse abituati ad ambienti più speziati, non batterono ciglio: divorarono l’esca senza troppe storie.

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Spugne e cetrioli
Ormai la strada verso le sostanze naturali, prodotte da organismi terrestri o marini, era aperta. Malgrado gli insuccessi dell’aminoacido L-serina qualcuno pensò che il campo meritava una ulteriore indagine. Si pensò così all’oloturia, o cetriolo di mare, che secerne un liquido vischioso se minacciata. Si sperimentò anche quel liquido, con due risultati: la produzione di una schiuma simile a quella prodotta dai tensioattivi, e la morte di un povero squalo limone sopraggiunta (tra l’altro) molto lentamente, 50 minuti. Dopo che i ricercatori si erano stancati di non vedere effetti sullo squalo affamato iniziarono ad aumentare le dosi. Si pensò allora alla halitoxina, una tossina contenuta nelle spugne rosse dei Caraibi e che viene usata per dissuadere i predatori dal mangiarle. I ricercatori quindi infarcirono della tossina l’esca a base di sgombri, ma gli squali la divorarono lo stesso. Allora presero a spruzzare la tossina direttamente sui musi degli squali, ma gli squali se ne fregarono: continuarono a sbocconcellare allegramente gli sgombri morti. Tutto riparte da zero. Con una cognizione in più: lo squalo è un divoratore che non guarda in faccia a nessuno.

Dalla letteratura in nostro possesso, e di nostro accesso, non siamo riusciti a quantificare gli investimenti. Ma tra kit di sopravvivenza effettivamente consegnati agli equipaggi, tra la ricerca e la sintesi di eventuali repellenti, test e spostamenti vari tra Mar Rosso e Caraibi, la spesa non deve essere stata piccola. Se si fosse trattato di zanzare e di malaria sicuramente avrebbe salvato più vite di quante ne sarebbero state salvate in mare. Ma la Marina ha un budget per i naufraghi (possibilmente i suoi) e non per la malaria probabilmente altrui. In fondo questo tipo d’intervento spetta sicuramente ad altri, non alla Marina, ma se riprendiamo il paradigma iniziale, quello sul numero di morti da squalo e numeri di morti da malaria, e lo confrontiamo con l’investimento che scongiura la morte da squalo e quello da malaria, possiamo dimostrare quanto le scelte dell’essere umano, Marina Militare o meno, siano guidate da emozioni e da paure, spesso infondate.

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I veri killer dei mari
Per onestà di cronaca è bene citare un punto chiave della faccenda: l’impulso più grande alla ricerca è stato dato dal naufragio della USS Indianapolis affondata da un siluro giapponese il 30 luglio 1945. Dei 1.196 membri dell’equipaggio 300 colarono a picco con la nave, ma degli altri 900 solo 316 sopravvissero. I sopravvissuti raccontarono di continui attacchi di squali avvenuti nei cinque giorni che rimasero in mare. Ma non furono certo gli squali ad uccidere quasi 600 uomini. I veri killer dei mari restano l’ipotermia e la disidratazione. Il problema è dunque più morale e psicologico che reale. E ben lo sapevano coloro che si occupavano di statistiche all’interno delle Marine Militari. Bisognava rassicurare i marinai e i piloti, contro una paura che parte da una incomprensione atavica.

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Questione di look
La repulsione mentale nei confronti dello squalo ha che fare con il nostro antropocentrismo, e di conseguenza con l’atteggiamento fobico che abbiamo nei confronti delle creature diverse da noi, più che con un problema oggettivo. Ha a che fare con la paura del blu e con la perdita dell’identità. La paura dei ragni e degli insetti è parente di questo atteggiamento, ma è anche legata (e giustificata) dall’idea di igiene. In una casa pulita non ci sono insetti. Può essere un concetto ecologicamente balordo, ma in linea di massima non fa una piega. Lo dice il fatto che già nella legnaia ci sentiamo ospiti. Ma come riconosciamo al ragno il diritto d’esistere e di sorprenderci nella legnaia dovremmo riconoscere allo squalo il diritto di esistere, e di sorprenderci, in mare.

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La regola dell’anti
Un giorno gli esseri umani, tra tensioattivi e tossine sintetizzate dalle carcasse di squali morti, si concentrarono sugli squali e riuscirono a mettere a punto una serie di repellenti efficaci: tra il 2001 e il 2005 ci riuscirono davvero. Ma il loro impiego più utile non sarà quello in difesa dei naufraghi, che continueranno a morire soprattutto d’ipotermia e disidratazione, il loro impiego più efficace sarà nella salvaguardia dello squalo. Esattamente. Gli squali sono in pericolo, per il cambiamento del loro habitat, per la caccia sfrenata alle loro pinne ma anche per la pesca accidentale, che incide per 300.000 tonnellate di pescato ‘accidentale’ all’anno. Ed è nella pesca con i palamiti che i repellenti anti squalo possono dare il massimo. Consentiranno ai pescatori di non abbandonare le esche di concentrarsi su catture più remunerative. E sostenibili. Non mi ricordo chi ha detto che la paura di qualcosa o qualcuno finisce per favorire proprio l’oggetto delle paure, ma so che è vero. Per fortuna qui parliamo dello squalo e non di certi esseri umani assai più pericolosi e terrificanti. Con buona pace dei ragni, felici della loro legnaia.

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