I delfini della porta accanto

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È marzo del 2009 e in quel tratto di Mar Bianco che bagna la Russia a nord ovest il ghiaccio è spesso un metro. In superficie soffia una leggera brezza a – 15° e l’acqua sotto i ghiacci è vicina al punto di congelamento, che per l’acqua di mare è -2°. Apneisti e ricercatori hanno praticato un buco per studiare i Beluga (Delphinapterus leucas) i bianchi cetacei che vivono solo in quelle acque gelide. Sono immersioni estreme, dove gli atleti sondano i propri limiti, i fisiologi raccolgono dati su di loro, i ricercatori i dati su come i Beluga reagiscono al rapido cambiamento del loro habitat. Julia Petrik, istruttrice e campionessa russa d’apnea, si tuffa e a circa dodici metri di profondità incontra un magnifico Beluga. E la sua foto abbracciata al cetaceo bianco fa il giro del mondo.

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© SWNS

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Non possiamo quindi stupirci che i cetacei abbiano scelto Julia come loro avvocato per una iniziativa che scuoterà la torpida Russia, ancora poco incline ad ascoltare le voci d’allarme per l’ambiente e le proteste dei gruppi animalisti. Così la Petrik ha deciso di girare un documentario verità sullo stato dei delfinari in Russia ed ha pensato di finanziarlo tramite crowdfunding, uno dei più moderni – e geniali – strumenti finanziari esistenti. Sperando che un documento verità smuova un poco le coscienze di chi crede che un delfino che gioca con la palla sia un delfino felice. Pare che proprio in Russia il business dei delfinari stia vivendo un vero boom, apparentemente a scapito dell’attenzione per gli animali detenuti in cattività da parte degli operatori. Ma è solo la Russia l’unico Paese ad aver bisogno di un documentario sui delfinari?

In Italia ce ne sono cinque, uno dei quali, quello di Rimini è balzato alle cronache per le proteste della LAV fino alla sua chiusura definitiva, imposta dal Ministero dell’Ambiente con un decreto il 22 gennaio scorso, per difetto nelle licenze. Famosissimi anche i Seaworld, una catena di mega-circhi acquatici distribuiti negli USA da Orlando a San Diego. Anche questi ultimi a vederli sembrano dei veri e propri templi della salute dei cetacei. Eppure qualche dubbio le autorità avrebbero dovuto farselo venire quando nel 2010 un’orca uccise un’addestratrice e le immagini di un video – che non vi proponiamo – ci dicono che non avvenne per una svista: l’orca si accanì letteralmente contro l’addestratrice. Il campanello d’allarme non suonò neanche quando l’episodio si ripeté per ben altre due volte. Tre giovani vite prese dallo stesso animale probabilmente impazzito per la cattività. I delfini per mole e carattere sono assai meno pericolosi delle loro gigantesche parenti ma gli incidenti, pur di minore entità, avvengono lo stesso. Il commercio dei delfini non è vietato, ma regolato dal CITES. Eppure il calvario delle loro sofferenze inizia al momento della loro cattura, che per il 50% avviene durante uno degli eventi più orribili del pianeta.

La baia di Taiji, in Giappone, una volta l’anno si trasforma in un mattatoio di delfini contro il quale Sea Shepherd si oppone ogni anno con veemenza. Gli esemplari che possono avere un valore commerciale per i delfinari vengono catturati e venduti. E’ da questa baia che proviene la metà circa dei delfini che circolano negli acquari, ed il loro prezzo varia dalle poche migliaia di euro alle centinaia di migliaia. E’ quindi logico pensare che gran parte dei delfinari nel mondo finanzino il massacro di Taiji e chi assiste allo spettacolo in un delfinario alimenta indirettamente questa mostruosa ’industria’. Ma supponiamo che il delfino sia certificato e provenga da altri luoghi; in ogni caso appena catturato viene posto fuori dall’acqua, dove per la prima volta avverte tutto il suo peso. E’ una situazione di stress estremo per un organismo abituato a nuotare in mare e frequenti sono gli attacchi cardiaci. Dopo essere sballottato tra navi e aerei appeso a cinghiaggi e custodito in vasche minuscole, il delfino viene consegnato al delfinario che per quanto grande possa essere e per quanto si prendano numerosi accorgimenti, come il continuo ricambio di acqua, la creazione di correnti marine artificiali per dare all’animale l’illusione di una vasca più grande, non sarà mai la stessa cosa del mare aperto, della baia dove è abituato a vivere, cacciare e riprodursi in libertà.

Sembra sempre sorridere, ma è solo un effetto della sua gradevole fisionomia. Una vera sfortuna, perché ci porta a pensare che un delfino che si lancia oltre il bordo vasca, o che si mantenga eretto sopra il pelo dell’acqua con un pallone tra le pinne pettorali, sia felice di farlo. In realtà lo sta facendo in cambio di un pesce morto quando, al contrario degli squali i veri spazzini del mare, è nato per nutrirsi di prede vive che cattura da sé. Il tutto avviene in uno stato di isolamento dal branco (ricordiamoci che i delfini sono animali sociali) e di privazione sensoriale che per un essere umano equivarrebbe al venire chiuso in una bara rumorosissima. Un delfino in libertà può nuotare anche per 150 chilometri al giorno. Nemmeno la sua vita sessuale è felice, come per la maggior parte degli animali ‘detenuti’ dall’uomo viene imposta l’inseminazione artificiale, annullando di fatto la sessualità naturale che nei delfini è molto sviluppata, paragonabile a quella dei primati.

I delfini costano e rendono anche, quindi, dicono i sostenitori dei delfinari, è nell’interesse del gestore mantenere i suoi ‘ospiti’ in buona salute e farli campare più a lungo possibile. In realtà, per quanto il più umano e lungimirante dei gestori faccia il massimo per i suoi delfini la mortalità sarà sempre doppia rispetto al delfino in libertà e la sua aspettativa di vita molto raramente supererà i 20 anni, mentre in natura è di 45 circa. Siamo noi a ucciderli: il loro sistema respiratorio è estremamente vulnerabile e il contatto con gli esseri umani porta loro un numero spaventoso di infezioni respiratorie. Imbottiti di antibiotici ed esposti a echi, grida e musica a tutto volume affrontano tutto ciò solo per il divertimento di bambini o persone poco informate? Com’è possibile sostenere che sia giusto?

C’è una scusa che spunta sempre quando ci sono di mezzo gli animali, si chiama: ricerca scientifica. Da parte loro i gestori promuovono gli spettacoli come ‘educativi’, sostengono che i delfinari contribuiscono allo studio di questi animali e alla loro salvaguardia grazie all’affetto che riescono a catturare dal pubblico. Ma non solo. I delfini oltre a sorridere ne hanno un’altra di sfiga: sono terapeutici. Il loro contatto e la loro manipolazione aiuta nel trattamento della depressione e di altre malattie psichiatriche, e offre indiscusso sollievo a chi è affetto da autismo e sindrome di Dawn. Basterebbe questo a farci ripensare un pochino sull’utilità dei delfinari. Ma LAV e Marevivo hanno presentato un dossier che smentisce la maggioranza dei gestori circa l’impiego ‘culturale’ e terapeutico di questi animali in Europa. “Su 18 spettacoli in 17 delfinari, solo il 12% in media ha fornito informazioni sulla biologia e sul comportamento degli animali esibiti.” E via così per centinaia di pagine. Insomma: il circo acquatico prevale sulle migliori intenzioni.

Ma ragioniamo un attimo: sono le caratteristiche terapeutiche dei delfini, e non dei delfinari, a suscitare un legittimo interesse. E’ possibile scindere delfino e delfinario? A Eilat, il lembo d’Israele che s’affaccia sul Mar Rosso, esiste la realtà più interessante sul problema. Il luogo non si chiama ‘Dolphinella’ ma Dolphin Reef, non è un acquario ma un ampio tratto di baia recintato con reti e boe che i delfini, volendo, potrebbero saltare agevolmente finendo in mare aperto a loro piacimento. I delfini sono stati addestrati al contatto con l’essere umano, non al numero da circo. In queste condizioni, affermano i gestori, la leva è stata la loro curiosità, non il cibo. In ogni momento i delfini possono scegliere di frequentare il branco o avvicinarsi agli esseri umani per interagire con loro o predare gli innumerevoli pesci che transitano nello specchio d’acqua.

Un compromesso accettabile? Non solo attrazione turistica, ma anche un luogo terapico per molte forme di disagio mentale, concedendo ai delfini un ampio spazio nel quale muoversi e riprodursi. Certo, non è neanche questo il massimo per un animale abituato a viaggiare per lunghe distanze senza il limite più sensoriale che altro di una rete, ma siamo ben  lontani dagli angusti spazi dei delfinari e del loro ambiente marino inesistente. Eppure non è così difficile incontrare dei delfini in mare. Dalla Florida a Marsa Alaam il mondo è pieno di reef dove interi branchi di delfini risiedono stabilmente. e non è raro incontrarli in Mediterraneo, basta uscire in barca. In un mondo iperconnesso e dominato dalle compagnie low-cost non abbiamo più scuse: come esseri umani di questo millennio non abbiamo bisogno di vedere un leone in gabbia per capire cos’è un leone. Come possiamo benissimo fare a meno di avere dei delfini in cattività in una vasca sotto casa. Credo che la nostra sensibilità odierna ci permetta di vedere chiaramente quanto siano ridicoli e inutili e crudeli i circhi, gli zoo e i delfinari. I bambini dovrebbero sapere senza mezzi termini quanta tristezza c’è dietro l’apparente sorriso di un cetaceo in un delfinario. E Julia Petrik, se troverà i fondi, ce lo mostrerà in tutta la sua crudezza, senza riguardi.



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