Il pescatore cieco

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© Vittoria Amati

Immaginate di entrare in un museo, un gran museo ricco di opere d’arte e di tirare dritti fino al buffet o alla caffetteria, spegnere la sigaretta in un piatto antico, pranzare e uscire alla svelta esattamente come siete entrati, ignorando i Picasso, i Leonardo e i Van Gogh che vi sfilano accanto. Bene, questo è quello che abbiamo fatto per secoli e secoli, e continuiamo a fare ancora oggi, con il mare. L’abbiamo sfruttato e inquinato con il nostro caratteristico stile, quello di chi non s’accorge di un Picasso appeso al muro.

Nel 2004 Nazioni Unite e FAO, per ricordarci che esiste un mondo che si estende oltre i confini dei nostri stomaci e i serbatoi delle nostre auto, hanno messo in rete 10 storie che il mondo dovrebbe conoscere meglio  uno di quei documenti che dovrebbero entrare nelle scuole come programma ministeriale obbligatorio o essere commentati dai TG e invece neanche un po’. Da uno di quei dieci fatti partiva l’allarme sulle le risorse ittiche che dal 1950 circa, quando cioè eravamo ‘appena’ due miliardi e mezzo, erano diminuite oltre ogni aspettativa. Il 70% delle specie prese in esame si erano esaurite o si erano depauperate fino al 95%, come nel caso dei merluzzi del nord Atlantico, per esempio. Sono passati dieci anni e noi abbiamo superato la soglia dei sette miliardi. Cosa è successo nel frattempo? E’ successo che la metà del pesce che consumiamo oggi per fortuna è di allevamento e che alcuni stock nel nord Atlantico si sono ripresi. Ma non è cambiato il nostro atteggiamento davanti al museo. Abbiamo continuato a vederlo come una sala da pranzo.

E i governi l’hanno letta la ‘circolare’ dell’ONU? Sì. E cosa hanno fatto i governi? Quello che fanno tutti i governi del mondo quando si trovano davanti un’economia insostenibile: buttano miliardi per sostenerla. Nel nostro caso pagano i pescatori per non farli lavorare. La speranza di veder risuscitare lo stock ittico tenendo in fermo le flotte sarebbe anche cosa buona e giusta. Se i dati sulle catture fossero quelli veri. Non abbiamo, ovviamente, dati attendibili sulla pesca di frodo. E per capire quanto sia diffusa è sufficiente rendersi conto di quanto è difficile e dispendioso effettuare controlli in mare. Lo sanno bene dalle parti di Lampedusa. Dubbi vengono anche per la condizione di inevitabile ambiguità in cui fluttuano gli enti preposti alla gestione delle quote e dei fermi biologici. E’ importante notare che quello più competente e che dispone dei mezzi migliori per valutare lo stato di conservazione e la sostenibilità di una risorsa è anche quello che vive dei proventi della risorsa sfruttata. Una situazione che purtroppo in questo secolo trova innumerevoli parallelismi nei diversi campi economici e scientifici, ma che può avere risvolti paradossali. Intanto, enti o non enti, fermo o non fermo, la Commissione Europea per la Pesca ha lanciato un serio allarme per la situazione dello stock in Mediterraneo.

Insomma l’uomo, quello che spegne i mozziconi sul naso della Gioconda e pensa che il Louvre sia un ristorante, fatica ad accorgersi di quello che ha intorno. Avrebbe dovuto capire che esplorare i fondali marini è diventato facile, a portata di tantissima gente, che il mare oggi viene vissuto da milioni di persone come luogo di svago, sport o relax e che questo flusso genera un indotto consistente. Dove questa nuova, illuminante, rivoluzionaria prospettiva è calata nelle menti come un lampo di luce nel terzo occhio, sono stati creati parchi marini o aree marine protette, con limitazioni o divieti totali di pesca, trovati i fondi e le risorse per garantire i controlli. Un esempio a portata di mano -pur se minimo, considerando l’estensione costiera del nostro paese- è il Parco Marino di Portofino. Ha funzionato, e alla grande. Tutti gli habitué di quelle acque, dai subacquei ai gestori della piccola tonnara, in pochi anni hanno visto i fondali risorgere, ripopolarsi di ogni specie. E attrarre frotte di nuovi turisti. E’ dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che potendo scegliere tra le varie destinazioni per le vacanze al mare la maggior parte dei viaggiatori sceglierebbe le aree marine protette. Sub, snorkeling, barca o spiaggia che sia, l’area marina protetta offre più garanzie sulla qualità delle acque, sulla cura del paesaggio, sulla qualità degli operatori turistici e, dove gli accessi sono contingentati, mette al riparo da eventuali affollamenti. Insomma: un parco marino che si mantiene da sé.

Paesi e governi che hanno compreso i vantaggi di questo geniale meccanismo ci sono. L’Australia vanta aree marine protette per una superficie pari a quattro volte il Regno Unito. Ma quello che ha fatto i passi più lunghi è l’Indonesia, il cui governo nel 2012 aveva già creato più di 100 aree marine protette, per una superficie di circa 150.000 kilometri quadrati di mare. L’ obiettivo è di raddoppiare,  arrivando in un prossimo futuro a proteggere il 10% delle acque territoriali indonesiane, per un totale di 300.000 kmq. Pensate: la superficie dell’Italia. Uno sforzo gigantesco che impegnerà per anni uomini e risorse, che già impone scelte drastiche per l’industria della pesca e per i suoi indotti. Cosa abbia convinto il governo indonesiano ad attuare un piano così imponente è facilmente intuibile. Consapevoli di abitare delle isole circondate dalla più elevata biodiversità marina del pianeta, hanno pensato bene di sfruttare la spettacolarità di questa ricchezza unica, dedicandole un santuario invece di svenderla a poco a poco negli angoli delle strade, grigliata o fritta in pastella.

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© Vittoria Amati

 

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