L’insostenibile longevità dei polimeri

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© Imperial Bulldog

Volevamo un materiale indistruttibile e relativamente inerte, poco incline cioè a interagire chimicamente con alimenti e carburanti, e ci siamo riusciti: la plastica dura cinquemila anni. Non c’è niente di più desiderabile per il packaging o come rivestimento interno per contenitori usa e getta di cibi e bevande, comprese le lattine d’alluminio. Tra le tue tasche, la tua automobile e gli scaffali dei supermercati, il 90% di ciò che tocchi è di plastica. Anche i rivestimenti della maggior parte dei mobili in circolazione sono di plastica. Peccato che nessuno si sia preoccupato troppo di capire cosa sarebbe successo a quei milioni di tonnellate di materiale indistruttibile una volta dismesso. Eh, sì, avrebbero dovuto preoccuparsene e non si è trattato di una semplice svista. In un mondo come il nostro, dove l’obsolescenza programmata è ormai supinamente accolta da legislatore e consumatore, è difficile immaginare che i produttori non si siano mai posti il problema. Si aspettavano forse che la gente tenesse da conto gli oggetti di plastica per le future generazioni come succedeva nell’ottocento? Chissà. Ma mentre ci pensavano, l’industria continuava (e continua tuttora con ritmi sempre più spaventosi) a sfornare miliardi di accendini, rasoi, penne, flaconcini, e a infilzare negli espositori uno smisurato, decisamente offensivo numero di blister. Senza domandarsi troppe cose e svicolando le domande dirette, l’industria dei succedanei del petrolio ha invaso le nostre vite e quella degli organismi marini e terrestri offrendoci un ormai irrinunciabile (quanto preconfezionato) ‘comfort’ e garantendo alla catena di distribuzione la durevolezza dei prodotti in stoccaggio. Ed è tardi quando ci si è accorti che nel bruciare la plastica non solo si producono sostanze tossiche del calibro della diossina, ma si sovraccarica il pianeta di altra C02. La plastica sì, si può riciclare, ma mai distruggere o trasformare in qualcosa di utilizzabile per un ecosistema. Con le bottigliette dell’acqua minerale faremo maglioni e tute da ginnastica, dicono. Un giorno, quindi, ogni essere umano sulla Terra possiederà almeno dieci tutine di caldissimo pile, anche nel sud dell’India, ai carabi, nelle isole indonesiane. E il pile, quando lo laviamo, produce microplastica, piccoli frammenti del longevo materiale che nessun sistema di filtraggio municipale è in grado di fermare. La corsa della microplastica verso il mare e i suoi abitanti è inarrestabile. Non bastava l’isola di plastica grande, qualcuno dice due volte il Texas qualcuno dice la Francia, in mezzo all’Oceano Pacifico, con la microplastica l’attacco al mondo marino è invisibile come una infezione, un’epidemia. Più subdola di quanto lo siano i sacchetti per delfini e tartarughe marine, che li scambiano per meduse loro cibo e restano soffocati, la microplastica sembra essere pervasiva e persistente come il mercurio, anche se con effetti meno drammatici. Tuttavia uccide anche lei. Uccide le piccole creature marine che la ingeriscono inducendo un senso di sazietà che non corrisponde all’effettivo apporto calorico, e tende a accumularsi e a ostruire sistemi digerenti, respiratori e circolatori degli organismi più grandi. Poco si sa sulla effettiva tossicità della microplastica per gli organismi, di sicuro è pericoloso il consumo umano di pesci o molluschi che l’abbiano assorbita. Cucinare dei mitili (cozze), o del pesce che ne contiene equivale a intossicarsi di diossina e di altri veleni che si sviluppano dall’esposizione dei polimeri alle alte temperature.

Oltre al calore anche gli UV interagiscono con la plastica. Chi non s’è mai accorto di quanto durino poco sedie e altri oggetti in plastica se lasciati al sole in giardino? In ammollo in una soluzione salina che stimola reazioni chimiche ed elettrolisi, la plastica esposta ai raggi solari inizia a disfarsi molto velocemente. Per fortuna, viene da pensare d’istinto. Neanche un po’. Nel suo decadimento la plastica libera in mare altre sostanze molto più tossiche, come idrocarburi e parenti del DDT per esempio, e si frammenta formando ulteriore microplastica, che come si è già detto, è più pervasiva dei flaconi e dei sacchetti interi.

In questo scenario pre-apocalittico la messa al bando dei sacchetti di plastica da parte della UE è un evento positivo che dovrebbe segnare l’inizio di una svolta decisiva, anche se tardivo. I sacchetti di plastica per la loro natura leggera e svolazzante sono tra i peggiori nemici del mare, almeno per l’aspetto non intenzionale dell’inquinamento. Ma sono, in realtà, gli inquinanti più facili da evitare, anche perché si rompono facilmente, e oggi tutte le persone che abbiano minimamente a cuore l’ambiente usano sacchetti e borse riutilizzabili, quelle con comode maniglie in tessuto e la pubblicità del supermercato di turno stampata su tutti i lati. Quasi tutti offrono sacchetti di carta in alternativa alla plastica, è quindi una questione d’educazione e di sensibilità più che legislativa. E se l’UE ha agito così è perché siamo già alla frutta e ancora più difficile sarà percorrere i passi successivi, ad iniziare dai flaconi. Li trovi in mezzo all’oceano, dai baby shampoo all’olio per motori marini due tempi, il mare, ogni mare è costellato di bottigliette e flaconi. Te ne accorgi nei giorni di bonaccia, quando la superficie si appiattisce, si leviga  e si stende quasi a specchio sul cielo, allora l’immondizia galleggiante spunta a perdita d’occhio anche in posti remotissimi, dove l’essere umano non è neanche di passaggio. E’ in quei giorni che ti rendi conto dell’entità del danno, della ferita inferta al mare. Se alla UE sono seri e non è una trovata populista o una risposta di facciata ad un’emergenza ormai insanabile, un altro passo successivo sarà la guerra ai blister, ormai impossibili da evitare per il consumatore, perché l’unica alternativa è non comprare il prodotto. E nella vita di tutti i giorni, anche per mandare in rete questo articolo, c’è bisogno di cavetti di connessione, di un router, di chiavette USB, di memorie esterne, adattatori, batterie. Tutti i prodotti dell’elettronica sono rigorosamente confezionati in blister, possibilmente complicati quel tanto che basta a impedirci di riutilizzarli.

 

Forse un giorno torneremo alle belle scatoline di cartone, soprattutto quelle senza finestrella per guardare cosa c’è dentro. Ogni volta era una sorpresa. Quando le cose avevano un odore le macchinine erano di metallo e le ruote di caucciù. I chiodi si compravano a peso e te li mettevano in un cartoccio con una paletta da riso. Le bottiglie pesavano, ma erano tutte di vetro e ti rimborsavano il vuoto quando le restituivi. Chissà se riusciremo a tornare, finalmente, a una società del genere. Pare, purtroppo, che solo le emergenze gravi spingano la gente comune a prendere una forte posizione e i legislatori a legiferare saggiamente, come oggi con i sacchetti di plastica. Eppure gli scaffali dei supermercati e dei megastore avrebbero molto più appeal se mettessero in mostra del tattile cartoncino invece di plasticose trappole taglienti. Il ritorno al vetro, al refill e ai dispenser sta funzionando con il latte e per qualche detergente domestico, ma chissà se riuscirà a funzionare anche con i cosmetici e i prodotti per l’igiene personale, dove micro-globuli di plastica imperversano nei dentifrici e dove è l’aspetto tattile del contenitore, più che il contenuto stesso, a indurre all’acquisto. Chissà se l’industria riuscirà a convertirsi a misura di dispenser e a convincere gli utenti al refill come ha convinto gli utenti ad arraffare oggetti dalle forme e dai colori ben studiati. Forse basterebbe parafrasare la famosa pubblicità della De Beers: “Un polimero è per sempre” altro che diamanti, guardando preoccupati il tubo di plastica che stringiamo in mano. Potremmo immaginarlo spuntare da scavi archeologici tra cinquemila anni o da un carotaggio nel futuro, provando però un sottile orrore nel sapere che probabilmente proprio quello e non un quadro di Leonardo ci sopravvivrà.

Per approfondire:

 

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