Il ritorno delle tigri

Tigre del Bengala

Ci vuole uno sforzo immane, la più vasta condivisione di informazioni e un ingente impiego di risorse per far sì che i finali catastrofici che credevamo già scritti possano essere cancellati e sostituiti da un lieto fine. Una prova è l’ultimo censimento sul totale di tigri selvatiche presenti al mondo. Dopo più di un secolo di costante declino, il numero di esemplari in natura è, finalmente, in aumento.
All’inversione di tendenza ha contribuito la sorprendente crescita delle popolazioni di tigri in India e in Russia ma, analisi più accurate sul loro stato di salute e una maggiore protezione, sono serviti per contenere le perdite anche in zone critiche come il Nepal e il Bhutan.

Tigre siberiana – © Jonathan Griffiths, MrShutterbug Wildlife Photography

L’India, con più di 2.200 tigri, è il Paese con la maggiore presenza di questi felini al mondo. Segue la Russia con 433 esemplari e l’Indonesia con 371. Sono proprio esperienze come quella indiana che hanno dimostrato la possibilità per la società di svilupparsi e nello stesso tempo ridurre l’impatto sulle tigri con l’istituzione di riserve e corridoi dedicati.
Preoccupante, invece, la situazione in Cina con solo sette tigri superstiti; in Vietnam, che ne conta cinque e in Cambogia dove ne è stata dichiarata l’estinzione. Indonesia e Malesia, assediate da bracconaggio e dalla distruzione degli habitat naturali, sono gli stati identificati come cruciali per la sopravvivenza a lungo termine della specie.

Tirando le somme emerge un messaggio di cauta speranza ma la consapevolezza che, per fare meglio, sarà necessaria una cooperazione più stretta tra i vari stati.

Come anticipato, sono molte le forze in gioco per la salvaguardia di questo felino. Prima di parlare delle organizzazioni in campo vi racconterò di alcune persone che, per caso o per scelta hanno deciso di dedicare la loro vita alla protezione delle tigri.

Subedar Ali

Subedar Ali era un mahout, un conducente di elefanti. Diversi anni fa, nella foresta, fu attaccato da una tigre del Bengala. Subedar è sopravvissuto all’assalto ma ha subito sette interventi chirurgici e diversi mesi di convalescenza in ospedale. Poco dopo le sue dimissioni, invece di tornare al suo lavoro, decise che avrebbe dedicato la sua vita alla protezione delle tigri lavorando nella squadra antibracconaggio del Parco Nazionale Corbett in India. La tigre che lo aveva attaccato fu catturata e inviata allo zoo di Kanpur; fu triste vederla in cattività perché lei, disse “Apparteneva alla giungla”.

Mr R. Surendran è una guida naturalistica al Periyar Tiger Reserve in India , dove si prende cura di una cinquantina di tigri, numerosi elefanti, serpenti, cervi, macachi, cinghiali, lontre, e migliaia di uccelli. Surendran accompagna i visitatori in giro per la foresta, nella speranza di avvistare una tigre. Nonostante alcuni incontri ravvicinati che possono essere pericolosi rimane fortemente convinto e impegnato nella conservazione. “In India chiamiamo la tigre nonno (thathan), la rispettiamo e la preghiamo come un Dio”, dice.

Ramesh Thapa

Ramesh Thapa è un ranger al Bardia National Park in Nepal da 22 anni. Lavora 18 ore al giorno e, per registrare e seguire le tracce degli spostamenti di ogni felino all’interno del parco. Per questo motivo é spesso lontano dalla sua famiglia e, a rendere ancora più difficile il suo compito ci sono i bracconieri e le loro trappole disseminate per la foresta.

Mila Parakkasi

Infine c’è Mila Parakkasi che, a capo di un team di ricerca lavora nel cuore dell’isola di Sumatra in una delle aree maggiormente interessate dai fenomeni di deforestazione illegale. Grazie all’utilizzo di moderne tecnologie è riuscita a identificare il territorio di due mamme con i rispettivi cuccioli; un’informazione importantissima per chi si occupa di conservazione in un territorio critico come quello dell’isola di Sumatra.

Ma da soli anche loro non avrebbero potuto fare molto. A supportarli una rete di organizzazioni non governative e internazionali che hanno fatto della protezione dei felini una loro priorità.

Il WWF fu forse la prima ad impegnarsi per la salvaguardia della tigre. Era il 1973 quando lanciava Operazione Tigre, una campagna di comunicazione per il Progetto Tigre in India. Localmente vi fu un aumento della popolazione del 30% ma, complessivamente, il numero di tigri continuò a diminuire. Nel 2010 sponsorizzò l’Anno della Tigre e, proprio nel Novembre di quello stesso anno, i rappresentanti di tutti i paesi che ancora ospitano tigri selvatiche si riunirono in un Summit mondiale per mettere a punto un piano per contrastare l’estinzione della specie. L’obiettivo concordato fu quello di raddoppiare il numero di esemplari in natura entro il 2022.

Panthera insieme a Save the Tiger Fund sostiene il Tigers Forever Program. Il programma è già attivo in tutta l’Asia con l’obiettivo di aumentare il numero delle tigri in ciascun sito di almeno il 50% in dieci anni. Per arrivare all’obiettivo la priorità è quella di mitigare le minacce più pressanti attraverso l’addestramento di pattuglie di forze dell’ordine e di squadre investigative per le aree protette. In Indonesia, nei parchi naturali di Sumatra, oltre alle solite emergenze legate al bracconaggio e alla distruzione degli habitat bisogna educare la popolazione a liberarsi dal secolare conflitto uomo-tigre che ancora oggi è alla base di molte uccisioni. È in Malesia che procede, invece, il più longevo dei progetti di Tigers Forever: in questo caso è stato raggiunto un pieno coinvolgimento delle autorità grazie al quale alcune provincie sono riuscite a bandire completamente qualsiasi forma di caccia o commercio di tigri. In Thailandia, infine, Panthera si sta concentrando sulla protezione di alcuni santuari della fauna selvatica: lavora per proteggere i corridoi di collegamento tra le diverse aree.

La Global Tiger Initiative (GTI), da giugno 2008, ha intrapreso la missione di approfondire l’effettivo impegno che i governi e le ONG hanno messo in campo e di definire nuove politiche di protezione. La domanda di pelli, ossa, denti, artigli alimenta un commercio illegale mondiale dal valore di svariati miliardi di dollari. Il GTI è impegnato anche nel condizionare la domanda internazionale di parti di tigri e altri animali selvatici attraverso campagne di comunicazione che collegano la scomparsa della tigre alla devastazione ecologica per la perdita della biodiversità. Infine, grazie all’appoggio delle Banca Mondiale, ha potuto investire sufficienti risorse da destinare alla condivisione di nuove pratiche di sviluppo (che vanno da semplici progetti di eco turismo ai più complessi meccanismi internazionali di finanziamento che premiano investitori sensibili al rispetto della biodiversità) un approccio, appunto, “tiger-friendly” per la pianificazione e la costruzione delle infrastrutture.

L’International Fund for Animal Welfare (IFAW) lavora con i ranger, gli ambientalisti e i politici per combattere i bracconieri sia sul campo che attraverso i tribunali. Il suo lavoro consiste nell’aiutare i paesi coinvolti a implementare piani nazionali d’azione in base alle priorità indicate nel Summit mondiale del 2010, incrementando le sanzioni, rafforzando il corpo delle guardie della fauna selvatica e dando un sostegno pratico a quei ranger che lavorano nelle provincie più remote, collaborando al pattugliamento e nella rimozione delle trappole dei bracconieri.

Le tigri censite, benché in aumento, vivono in un territorio vasto in popolazioni sempre più frammentate. Meno di 100 anni fa, occupavano un territorio vasto: dalle foreste della Turchia orientale alle regioni dell’Asia occidentale passando per il subcontinente indiano, la Cina e l’Indocina. Gli areali odierni, però, si sono tragicamente contratti (circa del 93%) e oggi le tigri si possono trovare solo in 13 stati (Bangladesh, Bhutan, Cambogia, Cina, India, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Nepal, Russia, Thailandia e Vietnam). Ovunque la pressione antropica ha relegato le tigri in una minuscola porzione di quello che era il loro areale originario e le infrastrutture hanno isolato tra loro le diverse popolazioni.

Nel 1900 c’erano al mondo almeno 9 specie di tigri: 3 si sono estinte tra il 1940 al 1980, due sono prossime all’estinzione e le restanti sono a grave rischio di estinzione. Nonostante ciò, però, si calcola che ogni settimana due tigri sono uccise dai bracconieri. Il bracconaggio rimane la prima minaccia per la specie ed è responsabile di almeno il 78% della decimazione delle tigri di Sumatra.

La Convenzione sul commercio internazionale di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES) è l’accordo internazionale che definisce i divieti e le concessioni sul commercio della flora e della fauna selvatica. In molti paesi colpiti dal bracconaggio e dal commercio illegale di specie selvatiche le agenzie preposte all’applicazione della legislazione nazionale in vigore non dispongono né dei mezzi, né della risolutezza necessari. A loro aiuto dovrebbe venire il Consorzio Internazionale per la lotta contro il crimine della fauna selvatica (ICCWC) che è attivo nell’ambito dello scambio di informazioni e di intelligence, nel coordinamento degli sforzi in materia di applicazione nonché nel miglioramento delle capacità di applicazione e rispetto delle disposizioni di legge.

In alcuni casi la criminalità organizzata ha sfruttato a suo vantaggio la complessità delle norme sul commercio di specie selvatiche, in particolare il fatto che la stessa specie possa essere soggetta a diversi regimi commerciali in funzione della sua origine o del tipo di prodotti interessati. Ad esempio, il commercio di trofei di caccia è stato esentato da determinate restrizioni al commercio.

Evidentemente la tigre è ancora in pericolo: sono cacciate per sport, per paura, per superstizione. Secondo alcune culture le ossa tritate rendono più forti, secondo altre gli organi genitali aiutano la virilità. Gli occhi curano le malattie della vista. La pelliccia è merce pregiata, simbolo di lusso e potere. I cuccioli vengono rivenduti come animali da compagnia. È così che le tigri scompaiono giorno dopo giorno dalle foreste e, magari proliferano negli zoo o negli ‘allevamenti’ cinesi. Ad oggi il numero di esemplari in cattività è almeno quattro volte superiore a quello degli esemplari liberi in natura; una contraddizione difficile da rettificare senza l’aiuto di volontari eccezionali sul campo.

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