Cervello femminile diviso tra assertività ed aggressività

L’aggressività femminile è da sempre stata repressa nel corso della storia. Ai tempi di Napoleone, le donne non erano che schiave di proprietà degli uomini. Pitagora sosteneva l’esistenza di un principio buono, responsabile della creazione dell’uomo e di uno malvagio, responsabile di aver creato le tenebre, il caos e la donna. Sant’Agostino parlava della donna come di “una bestia non stabile”. Per San Tommaso, più semplicemente, la donna era un uomo frustrato.

È solo nel Novecento che la donna prende coscienza dell’oppressione che aveva sopportato per anni e, quindi, comincia ad affiorare un sentimento represso che la porta a comportarsi in modo diverso.

Bloccare un istinto porta sempre delle conseguenze. L’aggressività, diciamo così “accantonata”, tende a trasformarsi in autoaggressività e a manifestarsi sotto forma di depressione, disordini alimentari, frigidità, ansia, ecc.

Per anni, la loro colpevolezza era stata attribuita unicamente a momenti di pazzia o di subordinazione all’uomo. Attualmente, le cose sono cambiate. Criminologi e sociologi hanno sviluppato diverse teorie sulla femminilizzazione del mondo criminale. Teniamo presente che tra le donne detenute, la maggior parte si trova in carcere per delitti contro il patrimonio, poi per reati legati al mondo degli stupefacenti e, infine, contro la persona (dati aggiornati al 31 dicembre 2015).

Senza arrivare ai casi più gravi, che comportano reati veri e propri, attualmente siamo circondati da donne in preda ad una forte pulsione negativa. Cerchiamo di capire perché.

Il mutamento dei ruoli nella società provoca, senza dubbio, uno stato di malessere individuale e una minore spinta verso il partner.

In alcune situazioni sociali, il comportamento aggressivo femminile è agevolato, nelle sue manifestazioni, dall’ambiente circostante. Due sono le modalità per esprimere l’aggressività rispetto al mondo maschile: si parla di ipoaggressività e iperaggressività per compensazione. Si tratta di due manifestazioni di un unico quadro sintomatico: la difficoltà di riconoscere e proteggere la propria identità e il proprio progetto di vita.

L’uomo ha sicuramente un rapporto più naturale nei confronti della sua aggressività, che rientra in un meccanismo di autodifesa e/o difesa del territorio.

Una ricerca del CNR ha dato una chiave di lettura dell’aggressività della donna lavoratrice, per esempio. Sembra, infatti, che in questi casi la stima di sé aumenti, ma di pari passo anche l’impazienza e la competizione. Da parte dei familiari, però, diminuisce la stima della donna che lavora, perché spesso il suo impegno viene visto come una variazione dell’equilibrio familiare (quindi c’è un mancato riconoscimento nel mondo degli affetti).

Ma che cosa succede a livello ormonale? La donna ha bisogno di sentirsi speciale, amata e protetta. Quando questo bisogno non è appagato, perché per esempio è sola, separata, subisce una perdita, è ignorata, il livello dell’ormone ossitocina cala improvvisamente. L’ossitocina è un ormone fondamentale per la donna: serve a rilassarla e le innesca un comportamento materno ed amorevole.

Al contrario, partecipare ad attività che le innalzano il livello di testosterone, può di conseguenza diminuire il livello di ossitocina. In sostanza, le donne cominciano a comportarsi da uomini, in un certo senso, producendo più ormone maschile (il testosterone).

Inoltre, teniamo presente che anche se gli uomini e le donne dicono di provare un livello di rabbia simile, sicuramente il modo di esprimerla è molto differente. E la spiegazione è biologica. Infatti, l’amigdala, la parte del cervello deputata all’aggressività e alla paura è più grande negli uomini. Mentre, al contrario, la parte deputata al controllo delle emozioni, la corteccia prefrontale, è più grande nelle donne. Quindi, la tendenza che hanno le donne a reprimere la rabbia potrebbe essere connessa con la tendenza che ha il cervello femminile a meditare sulle cose per cercare di prevenire lo scontro. Ecco perché si dice che siamo più cervellotiche: soppesiamo di più sulle conseguenze prima di lanciarci in un litigio.

Beh, probabilmente dovrei dire lo eravamo. Adesso, abbiamo perso o stiamo perdendo, anche noi, il controllo delle nostre emozioni.

Per approfondire:

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