La rivoluzione verde della Cina

La Valle del Jiuzhaigou è una riserva naturale della provincia dello Sichuan, in Cina

Dal 2013 il governo cinese è impegnato nella costruzione del più grande parco solare mai progettato sulla terra. Il Longyangxia Dam Solar Park, in Tibet, è un’imponente distesa di celle di silicio di 27 kmq che non sembra cessare la sua crescita. Per i cinesi è il simbolo della trasformazione, da paese inquinante a superpotenza verde

Fin ora questo investimento è costato 800 milioni di euro e ha la capacità di produrre 850 MW di potenza massima sufficiente, per intenderci, a illuminare contemporaneamente 200.000 case.

“Lo sviluppo di energia pulita è molto importante se vogliamo mantenere le promesse fatte a Parigi” spiega Xie Xiaoping, presidente dell’azienda statale alle spalle del parco.

Si tratta di un cambiamento di mentalità radicale. Solo 4 anni fa, in Cina, le fonti rinnovabili e, in particolare il solare, erano considerate ancora troppo costose per poterle candidare come principali fonti di energie del mercato interno. Oggi i costi sono crollati e scenderanno ancora entro il 2020. La Cina spera, per quella data, di produrre una potenza massima di 110 GW di energia solare e 210 GW di energia eolica e, di conseguenza, ridurre inquinamento ed emissioni. Nel totale, entro il 2030, si è impegnata ad aumentare la quantità di energia proveniente da combustibili non fossili fino al 20%.

“I numeri sono da capogiro” ha scritto Amit Ronen, direttore del GW Solar Institute della George Washington University, che è apparso intimorito dall’esplosione del settore dell’energia solare in Cina. Non sarebbe assurdo se Pechino, a seguito dell’elezione di Trump, si sentisse legittimata ad alzare ancora la posta, per conquistare il ruolo di paese di punta della lotta contro i cambiamenti climatici. Un controsenso, a pensarci bene, visto che la Cina rimane il paese con maggiori emissioni di gas serra al mondo.

Solo dieci anni fa, il governo cinese sosteneva con forza il suo diritto di emettere nell’atmosfera tutta l’anidride carbonica necessaria per permettere il suo sviluppo economico, così come fatto nel secolo scorso da tutti gli stati occidentali. La ratifica contemporanea di Stati Uniti e Cina dell’accordo di Parigi, avvenuto lo scorso settembre con Obama presidente, dava nuova linfa vitale alla lotta contro il riscaldamento globale.

Oggi che Trump sembra voglia fermamente svincolarsi dagli obblighi firmati dal suo governo, il nuovo impegno della Cina è visto come un mezzo per imporre, finalmente, un ruolo di supremazia e aumentare la propria potenza. Speriamo che a questa inversione di tendenza abbia contribuito anche una nuova presa di coscienza dell’opinione pubblica, ormai esausta dai sempre più frequenti episodi di smog tossico. Le nubi che in molti casi impediscono anche di uscire di casa hanno esasperato gli abitanti delle metropoli i quali inizierebbero a vedere di buon occhio un’amministrazione che si adoperi per migliorare le loro condizioni di vita.

La rivoluzione rinnovabile della Cina, spiega Ronen, ha visto la nascita di una miriade di parchi solari ed eolici alle periferie delle città e, in alcuni casi, ha persino oltrepassato il confine. La Cina sta effettuando ingenti investimenti in piani di esportazione di tecnologie a bassa emissione di carbonio. Treni ad alta velocità, veicoli elettrici ed impianti di energia solare progettati e realizzati in Cina sono destinati a paesi africani, agli altri paesi asiatici o al sud America. È di questi giorni la notizia che due società cinesi stanno pianificando la realizzazione di parchi eolici di 1 GW di potenza su 2500 ettari nell’area interdetta a sud di Chernobyl, in Ucraina.

Gli esperti concordano nel dire che la Cina manterrà gli impegni presi a Parigi ma non potrà mai assumere il ruolo del leader ambientale mondiale. Con l’economia cinese che sta subendo i primi rallentamenti, non saranno certo loro a proporre, ad esempio, norme per le emissioni più restrittive. L’industria manifatturiera cinese, obsoleta e inefficiente, andrebbe incontro a costi di adeguamento elevatissimi. Le perdite, soprattutto in termini di posti di lavoro, sarebbero altissime perché le cosiddette industrie pulite cinesi sono ancora troppo poche e troppo deboli per assorbire il gran numero di disoccupati.

Se, come pare, gli Stati Uniti non vorranno più essere la potenza leader di uno sviluppo climaticamente sostenibile oggi sembra molto improbabile che la Cina sia in grado di assumere quel ruolo. Nonostante i grandi investimenti, l’energia eolica rappresenta solo il 4% dell’energia prodotta in Cina e il solare appena l’1%. I più grandi parchi solari, poi, sono stati costruiti in zone lontane dalle grandi metropoli dove ce ne sarebbe stato più bisogno e i limiti legati al trasporto e alla perdita di energia sono ancora insormontabili.

La brusca inversione di rotta della politica americana ha prodotto dei risultati inaspettati all’interno degli Stati Uniti, dove milioni di cittadini comuni hanno marciato per difendere i loro diritti, e tra gli stati esteri che, per la prima volta, stanno provando ad elaborare soluzioni che non includano i cugini americani.

Tante sono, però, le domande a poco più di due settimane dall’insediamento del nuovo presidente americano: saremo in grado di raggiungere i nostri obiettivi quando uno dei paesi più potenti al mondo non vuole più condividere l’impegno per la salvaguardia del clima? La Cina, con tutte le sue contraddizioni e le sue fragilità, sarà mai in grado di essere una guida per gli altri stati?

Il futuro (quantomeno climatico) del nostro pianeta non è mai stato così incerto.

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