Api stressate e granchi terrorizzati

Come si può sapere se un animale sta avendo un’esperienza? Se ci fosse una definizione oggettiva di “esperienza” allora potremmo passare in rassegna tutto il vivente e determinare quali creature soddisfino le condizioni indicate. Non essendo scritta da nessuna parte, purtroppo, per attribuire o meno una coscienza è necessario procedere empiricamente, caso per caso, in base alle singole prove.

É questa la teoria espressa in “Tense Bees and Shell-Shocked Crabs: Are Animals Conscious?” di Michael Tye, filosofo e professore alla University of Texas a Austin.

Qual è la connessione tra coscienza ed esperienza? Già nel suo primo libro (Ten Problem of Consciousness, MIT Press, 1995), Michael Tye forniva una teoria naturalistica del contenuto fenomenico. Noi non siamo coscienti dei reali contenuti delle nostre esperienze, ma solo del modo in cui i nostri stati mentali ci rappresentano il mondo. Per esempio, l’unica differenza tra l’esperienza di una superficie rossa e quella di una superficie verde, è nel vedere che la prima superficie sia rossa e che la seconda sia verde.

La maggior parte degli intellettuali, come Cartesio, hanno sempre dichiarato che solo gli esseri umani possono avere esperienze ma un conservazionismo radicale di questo tipo non può che essere un errore. L’errore ha origine nella convinzione religiosa, nel dualismo mente-corpo, per cui l’esperienza corrisponde al pensiero concettuale.

È facile pensare che i nostri amici o i nostri vicini di casa abbiano una mente. Cosa ci da diritto a ipotizzarlo? La semplice deduzione che se io sono cosciente lo sono anche le persone come me. Attribuire stati mentali (tra cui esperienze) agli altri è razionale perché costituisce la migliore spiegazione del loro comportamento.

Ma cosa succede se di fronte, invece del vicino di casa abbiamo un cane, un pesce o una vespa? Le cause neurofisiologiche del comportamento animale sono spesso distinte dalle cause neurofisiologiche del comportamento umano. Come potremo, quindi, attribuire loro il corretto stato mentale? La risposta si trova nei dati empirici. Partendo da recenti studi, Tye sostiene che le differenze neurofisiologiche dei comportamenti non sono sufficienti per dimostrare che la loro natura sia diversa.

Allora possiamo chiederci, ad esempio, se i pesci sentano dolore, provino paura o ansia? Tye sostiene che la risposta dei pesci agli stimoli nocivi rivela un comportamento complesso spiegabile molto più facilmente con la loro capacità di provare “stati d’animo”.

E gli uccelli? Come i pesci, gli uccelli non hanno una neocorteccia (luogo adibito nei mammiferi alla percezione del dolore) ma possiedono, come i pesci d’altronde, una regione nel cervello con funzioni omologhe, la cresta ventricolare dorsale che sarebbe responsabile della percezione delle esperienze.

Se quindi, la nostra idea di coscienza non è né prerogativa umana né dei mammiferi, fin dove dobbiamo tornare indietro nella scala filogenetica per capire dove nasce la coscienza? Potremmo scoprire anche negli invertebrati una forma di coscienza?

Una ricerca del 2009 del Professor Robert W. Elwood della Queen’s University Belfast (Irlanda del Nord) dimostrerebbe che i granchi non solo provano dolore ma ricordano di averlo provato, evidenziando la necessità di trovare, nell’industria, sistemi di cottura che non inducano inutili sofferenze.

Un recente articolo di David Wallace-Wells pubblicato sul New York Magazine analizza dettagliatamente come, dietro la sparizione di gran parte delle api in America settentrionale, non vi siano solo le cause di cui tutti parlano (pesticidi, interferenze elettromagnetiche etc) ma anche un micidiale stress. Uno stress che, però, non è prerogativa del singolo individuo ma prende forma quando l’individuo vive e lavora nell’ambito della sua colonia (il super-organismo).

Andrena rudbeckiae – foto di Sam Droege

Sottoponendo alcuni esemplari in laboratorio e in natura alla stessa sostanza nociva è stato provato che, nel primo caso la resistenza risulta maggiore. A pensarci bene non è certo una cosa assurda visto che , le api, possono a buon diritto essere considerate “malate di lavoro” e che, quindi, l’impossibilità di compierlo provochi loro uno stato di malessere.

Pare che sia la risposta tramite comportamento complesso a permetterci di distinguere quali esseri viventi abbiano coscienza e quali no. Quando non c’è flessibilità nel comportamento a seguito di uno stimolo, significa che non sono disponibili esperienze per l’elaborazione di un comportamento individuale.

Secondo Tye, quindi, non sono coscienti bruchi, protozoi e piante ma… i robot? Potrebbe una creatura formata da materiale inorganico essere cosciente? Applicando la sua teoria potrebbe essere razionalmente vero che macchine adeguatamente complesse abbiano una percezione cosciente delle esperienze.

Se tutte queste creature possono condividere con noi percezioni e esperienze emotive come dovremo comportarci nei loro confronti? Dovremmo diventare tutti vegetariani? La risposta a questa ultima domanda è, ovviamente, lasciata al lettore ma vi consiglio vivamente di leggere il libro, Il capitolo finale rappresenta un punto d’arrivo di un viaggio tutto nuovo che, tramite la filosofia, ci ha permesso di capire come si manifesti la coscienza negli altri esseri viventi.

Per approfondire:

 

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