Noi, ragazzini monello

Che la nostra specie fosse la più pericolosa del pianeta è opinione condivisa da tempo, ma è la nostra potenza che abbiamo largamente sottovalutato, e oggi le conseguenze delle nostre azioni sono ormai su scala così vasta che superano ogni immaginazione.

Parossismo dell’Etna – 4 dicembre 2015 – © Giuseppe Famiani

Per 4,5 miliardi di anni il clima del nostro pianeta è stato influenzato da eventi astronomici e geofisici. L’attività solare, vulcanica e gli spostamenti della crosta terrestre hanno modellato il clima con estrema lentezza, e l’atmosfera del pianeta Terra, una volta formatasi si è mantenuta in uno stato di equilibrio per lunghissimi periodi di tempo. Ma negli ultimi 100 anni c’è stato un cambiamento brutale, soprattutto nelle ultime 6 decadi. Qualcosa ha influenzato il nostro pianeta 170 volte più velocemente, oscurando le forze del sole, del mare e la deriva dei continenti. Gli scienziati parlano di un evento paragonabile a un cataclisma, come lo spostamento dell’asse terrestre o all’impatto di un asteroide.

Quell’evento siamo noi. E’ il risultato di uno studio dell’Australian National University. ‘Equazione dell’ Antropocene’, una ricerca redatta da  Owen Gaffney e Will Steffen, entra in profondità nell’impatto causato dagli esseri umani sul pianeta, dalla nascita dell’agricoltura, circa 12.000 anni fa a oggi. E’ il 1950 a segnare quello che molti ricercatori chiamano la grande accelerazione. In quegli anni la classe media in forte espansione causò picchi del PIL mondiale, l’agricoltura divenne un’attività di scala gigantesca, crebbe la produzione di carta, si costruirono grandi dighe, la gente iniziò  a munirsi di un veicolo personale ed esplose il turismo internazionale. Senza dimenticare che dal 1945 in poi c’è stato un susseguirsi di bombardamenti e di test nucleari, dei quali il pianeta conserva ancora ferite profonde.

Test nucleari, Corea del Nord

Analizzando la storia del pianeta Terra l’equilibrio sembra essere il suo stato elettivo, con le attività vulcaniche che incidevano minimamente sul clima e con gli oceani che fungevano da contrappeso. Oggi osserviamo una sorta di inversione di ruoli tra atmosfera e oceani. Ce lo rivelano le vongole dell’Atlantico del Nord tramite gli studiosi della Bangor University.

Arctica islandica – © nz_willowherb

Le vongole Arctica islandica prelevate da un fondale di 80 metri nelle acque dell’Islanda, sono l’organismo animale più longevo del pianeta, in grado di vivere oltre i 500 anni. Proprio come gli anelli di accrescimento degli alberi ci parlano del clima, i gusci delle vongole possono segnalare ai ricercatori le condizioni oceaniche nel corso del tempo.
Dopo ben 10 anni di lavoro e l’analisi di quasi 1.500 campioni di vario genere, Wanamaker, Scourse, Richardson, Butler e altri sei ricercatori hanno pubblicato un articolo online su Nature Communications. Le loro osservazioni hanno permesso di capire come temperatura, densità e variazioni della circolazione nel Nord Atlantico hanno imposto cambiamenti nel sistema climatico. Wanamaker ne è convinto:

“La cosa più interessante che è saltata fuori da questa ricerca è che durante i primi 800 anni i cambiamenti oceanici sembrano guidare i cambiamenti atmosferici, ma dopo il 1800 e la rivoluzione industriale, l’atmosfera sembra prendere il controllo completo.”

L’accelerazione nel cambiamento atmosferico rispetto all’oceano è probabilmente guidato dalla risposta più veloce dell’atmosfera all’influenza del riscaldamento dei gas serra, sostiene il rapporto.

“Non abbiamo osservato nulla di simile negli ultimi 1000 anni.”

Nel passato il ruolo svolto dal mare è stato fondamentale nella variabilità climatica. Oggi il mare ci sta segnalando che ha assorbito gran parte del contraccolpo del riscaldamento globale senza poterlo bilanciare. Il mare ci sta dicendo che se dobbiamo risolvere il problema del riscaldamento globale è proprio da lì che dobbiamo cominciare, dagli oceani, in crisi ormai a tutte le latitudini. Mentre dalla banchisa antartica si sta staccando un iceberg grande quanto la Liguria, e Kiribati e le Maldive stanno sparendo l’arcipelago di Palau, in Micronesia, sta perdendo una delle sue più rare e affascinanti attrazioni: le meduse dorate, Mastigias papua.

Golden jellyfish – Jellyfish Lake, Palau – © Behnaz Afsahi

Erano lì da quando s’è formato il lago, circa 20.000 anni fa. il Jellyfish Lake di Palau Fino a qualche anno fa la loro popolazione era mediamente di 6 milioni di individui. Oggi sono ridotte a 800 mila. Una risorsa turistica non indifferente, visto che il Jellyfish Lake è iscritto tra i patrimoni dell’Unesco e ha da sempre attratto milioni di turisti che volevano nuotare insieme a questi esseri fantasmagorici.

Gli scienziati temono che si tratti della solita punta dell’iceberg. “La diminuzione della popolazione delle meduse è ciò che vediamo, ma chissà cos’altro sta succedendo in quelle acque dalla biochimica così rara e delicata” ha detto David Gruber, National Geographic explorer e biologo marino della City University di New York all’omonimo magazine.

Se gli esseri umani non sono stati i primi a rimodellare il mondo, sono stati sicuramente i più veloci. Circa 2,4 miliardi di anni fa, organismi unicellulari chiamati cianobatteri svilupparono la fotosintesi, reazione che ripulisce l’atmosfera dell’anidride carbonica, e inondarono l’atmosfera terrestre di ossigeno. Ad un certo punto l’ossigeno raggiunse concentrazioni sufficienti ad uccidere i batteri anaerobi, provocando la prima grande estinzione di massa sul pianeta. Gli scienziati chiamano l’evento ‘Catastrofe dell’Ossigeno’ o Oxigen Holocaust. Quel processo durò milioni di anni. Il prossimo, a leggere i numeri, durerà molto meno. E chissà se ci sarà ancora qualcuno a dare un nome all’evento visto che chi nega il riscaldamento globale riesce a farsi eleggere addirittura alla Casa Bianca…

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