Microplastica nei nostri piatti? Ci salverà un corallo in lavatrice.

Nazioni Unite e istituti di ricerca avvertono: la microplastica è un pericoloso clandestino che sta arrivando sulle nostre tavole attraverso pesce e frutti di mare. Ma c’è chi, ispirandosi ai coralli, inventa soluzioni.

Pensavamo che le microfibre, fabbricate con la plastica riciclata fossero un prodotto ecologico. Invece si sono dimostrate uno tra i più insidiosi inquinanti marini. Così insidioso da uccidere il plancton, base della rete alimentare degli oceani, e da infilarsi nei nostri piatti. Cozze, crostacei e pesce azzurro, come sgombri, tonni e sardine, possono contenere microfibre. Il problema, avvertono le Nazioni Unite, è di scala globale. E da queste parti c’è da stare ancora meno allegri: il Mediterraneo è il mare più inquinato dalla plastica. E secondo il CNR il 92% della plastica nel Mediterraneo è composta da frammenti inferiori ai 5 millimetri. Si stima che il 30% del pesce prelevato in Adriatico contenga della microplastica. In sostanza, ci stiamo mangiando le nostre felpe di pile.

Un tragitto lungo quanto diabolico.
Le fibre di tessuto sintetico passano facilmente i filtri delle lavatrici e dei depuratori per finire nei fiumi e da lì al mare. Non c’è modo di fermarle, semplicemente un filtro in grado di trattenere dei filamenti invisibili ad occhio nudo, non può lasciar passare anche l’acqua.

Il Dr. Richard Kirby, dell’Università di Plymouth ha filmato il momento in cui il plancton ingerisce microfibre. L’effetto è mortale. Le microfibre restano nel canale digerente impedendo l’ingestione di altro cibo. Nella migliore delle ipotesi questi microscopici organismi non si riproducono. La preoccupazione è alta perché tramite il plancton le microfibre si stanno infiltrando nell’ecosistema marino su scala gigantesca. A subirne le conseguenze sono anche gli animali che di plancton si nutrono. Alcuni, oltre ad ingerirlo con i contaminanti, scambiano per plancton le microfibre e altri frammenti di microplastica, anzi spesso preferendoli al prodotto naturale!

Una microfibra viene ingerita dal plancton, guarda QUI il filmto della BBC

A farne le spese più direttamente sono sardine, balene, ma anche mitili e coralli, che si nutrono di plancton e sono dei grandi filtratori. La microplastica tende ad accumularsi anche nei predatori, come tonni, pesci spada, squali e delfini. Tra i crostacei i più colpiti sembrano essere i granchi. Le microfibre si accumulano nelle loro branchie, esponendoli a difficoltà respiratorie, infezioni e morte. Inoltre la plastica in mare è tutt’altro che inerte, si modifica con gli ultravioletti emettendo sostanze tossiche, e tende ad assorbire batteri e altri contaminanti durante il suo vagabondaggio da finto plancton.

Questo quadretto dovrebbe convincere i più ad evitare il pesce e a tornare alla lana. Ogni volta che laviamo in lavatrice un indumento di pile vengono rilasciate centinaia di migliaia di microfibre che non possono venire fermate dai filtri. Un solo capo di abbigliamento, come una felpa di pile, può rilasciare fino a 250.000 microfibre ad ogni lavaggio.

Metti un corallo in lavatrice. Le Nazioni Unite hanno invitato i governi a prendere provvedimenti immediati. Ma non sarà facile. L’Europa, per esempio, è al vertice dei consumi mondiali di plastica: assorbe il 40% della produzione planetaria. Allo stesso tempo non s’è ancora data una normativa sulle microsfere, per esempio, le minuscole palline di plastica usate in cosmesi e prodotti igienici, come saponi e dentifrici, mentre negli USA sono già al bando. E mentre altri stanno studiando il modo di rendere più sicuri i capi d’abbigliamento, c’è chi si è rivolto al mare come fonte di ispirazione. I coralli sono tra i più colpiti dalla microplastica proprio perché sono dei filtratori. E lo staff di Rozalia Project, una NGO particolarmente attiva sul problema della plastica negli oceani, ha proposto di mettere un corallo in lavatrice. Non un corallo vero, ovviamente, ma una sfera dal design che si ispira al corallo e che promette di catturare durante ogni lavaggio il 35% delle microfibre, consentendone la rimozione e lo smaltimento al di fuori della rete idrica.

Il prodotto è stato già testato ed è stato lanciato su Kickstarter. La prevendita ha già raccolto oltre 350.000 dollari da più di 8.000 sostenitori.  Cora Ball, così si chiama il prodotto ispirato ai coralli, è fatto con plastica riciclata e i suoi inventori ci spiegano che con due o tre di queste curiose sfere si può aumentare la percentuale di microfibre catturate. E si stanno impegnando per rendere il loro prodotto sempre più efficace. Un piccolo passo, ma fondamentale, verso l’eliminazione alla fonte delle microfibre. Curiosamente, se dall’America arrivano molti dei problemi ambientali, arrivano anche le soluzioni. Spesso le più abbordabili.

Per saperne di più:

 

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“Dimmi del Mare”
di Claudio Di Manao

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