Quella strana visione del mare

Fate la prova: digitate polpo, scorfano o ricciola e guardate cosa esce fuori tra i suggerimenti e nella prima pagina di Google. Ricette, prezzi, qualità nutritive.

Big data manipola l’informazione? In realtà siamo noi a manipolarla con le nostre scelte di navigazione. A Google non interessa che gli scorfani finiscano o meno in una zuppa né che i polpi vengano associati alle insalate, il web, secondo i soliti misteriosi algoritmi, è più che altro lo specchio dei suoi utenti. Cioè uno specchio della nostra cultura italiana. Se infatti digitiamo ‘octopus’ o ‘red scorpion fish’ avremmo una sola ricetta tra i risultati ben in fondo alla pagina, dopo gli altri di carattere scientifico o naturalistico. Non possiamo quindi da italiani stupirci troppo se scopriamo di avere una visione gastronomica del mare.Basta però una breve riflessione per capire che è proprio su quei dati, su quell’ordine di priorità che i media affamati di indici d’ascolto basano le loro scelte nel mettere insieme articoli e programmi. L’inseguimento dei gusti del pubblico è sempre una pericolosa corsa all’appiattimento verso il basso. Sono pressoché sicuro che inserendo ‘polpo ricette’ come parola chiave potremmo attirare più visite, e visto che la pubblicità si basa in un certo modo sugli indici, aiutare di un pelino questo magnifico webzine a sopravvivere. In nome della sopravvivenza potremmo ignorare il fatto che alcuni utenti piovuti per caso ne rimarrebbero delusi, non si tratterebbe dei nostri lettori fissi, anzi qualcuno potrebbe scoprire qualcosa di nuovo su polpi, scorfani, ricciole e squali – gli ultimi stanno per arrivare in questo articolo, ma abbiate pazienza. Cadremmo purtroppo nel circolo vizioso delle notizie ‘on demand’ che allontanano sempre di più cultura e verità scientifica. Daremmo per scontato il binomio pesce-molluschi = cibo. Alimenteremmo un’associazione mentale ormai consolidata, ma oggi quanto mai pericolosa. È la pesca eccessiva – più dell’inquinamento e del riscaldamento globale, pensate! – che sta pericolosamente desertificando i nostri mari. Di questo passo rischiamo anche di perdere di vista l’aspetto più prezioso degli oceani: la bellezza. Non è roba da poco, la bellezza. E non parlo di spiagge e calette e grandi orizzonti, parlo di quello che c’è dentro, di quello che vive e sopravvive – malgrado noi – sotto la superficie. Basterebbe un po’ di curiosità in più per esplorarlo e conoscere quelle creature marine che abitano quella grande bellezza che sono i mari del nostro pianeta. Basterebbe farlo stando seduti in salotto o davanti a un computer, contemplando un documentario, o leggendo delle sorprendenti capacità manuali e intellettive dei polpi, delle doti di velocista di un tonno. Pensando che è proprio la bellezza che stiamo rischiando di perder per sempre. Il mare non verserebbe in queste condizioni se godesse non di più attenzione, perché ne riceve già, ma di un tipo di attenzione diverso. Basterebbe solo provare a mettere le cose nel loro ordine naturale, considerato che noi che digitando facciamo conoscere i nostri gusti ai motori di ricerca, siamo anche la causa dello squilibrio.

Poi c’è la visione horror. Digitando la parola squalo stranamente tra i suggerimenti non uscirà la parola assassino. Non pensate però di dormire sonni tranquilli, ci pensa Hollywood. Dai malaugurati sequel del primo ‘Jaws’ (Lo Squalo) di Spielberg al deprecabile Open Water, fino al demente Sharknado, Hollywood si è seriamente impegnata a propinarci mostruose dentature al servizio di una fame cieca, di un’atavica, inestinguibile sete di sangue. Una visione calunniosa che non muore mai.

Esce in questi giorni 47 Metri, l’ennesima idiozia con tanto di locandina sbagliata: 47 metri, 60 minuti di ossigeno, c’è scritto sulla locandina. Ossigeno? Beh, a 47 metri non ci arriva vivo nessuno con l’ossigeno puro, che oltre i 6 metri potrebbe indurre nel subacqueo le convulsioni. Senza parlare dei 60 minuti di scorta d’aria. Una bombola (d’aria, s’intende) può durare al massimo un’ora ad un subacqueo di medie capacità che si immerge a 10 metri. A 47 metri, con 5,7 atmosfere di pressione ambiente, a rigor di matematica, il consumo dovrebbe essere quasi tre volte tanto, cioè circa 20 minuti, senza considerare la sosta di decompressione. Balle, insomma, cavalcate con un certo disprezzo per un mondo che meriterebbe più rispetto. Basterebbe chiamare al telefono un qualsiasi subacqueo. Non serve neanche che sia un istruttore, sono cose che sanno gli ‘entry level’.

Frame tratto dal film – 47 METRI-

Ma se poi ci spostiamo sui programmi con ambizioni scientifiche le cose migliorano di poco. Nessuno rinuncia a far leva sulla paura dello squalo. La famosa, e contestata, Shark Week del Discovery Channel è un tripudio di bocche dentate, occhi impenetrabili, esche sbranate. Anche se gli intenti sono sicuramente più colti, è sempre sulla paura che verte la richiesta di attenzione del pubblico. Con conseguenze che vanno ben al di là di quell’estate del 1975, quando dopo l’uscita dello Squalo di Spielberg a fare il bagno in mare, su praticamente tutto il pianeta, non c’era più nessuno.
Gli squali, da parte loro, non si aiutano per far crollare questo mito: solo il mese scorso una giovanissima surfista è stata uccisa da uno squalo in Australia. Sempre in Australia uno squalo bianco di circa 3 metri è atterrato nella piccola barca di un pescatore dopo aver spiccato un fatale (per lo squalo) balzo fuori dall’acqua. Ovviamente queste due notizie hanno fatto letteralmente il giro del mondo. Se a uccidere fosse stata una mucca, un cavallo, un cane randagio o una noce di cocco… la notizia non sarebbe mai uscita dalle cronache locali.

È invece di un paio di settimane fa un video disturbante, diventato virale, in cui un gruppo di giovani messicani massacrano a colpi di arma da fuoco un grosso squalo rimasto allamato. Quella scena mi portava indietro di più di mezzo secolo, quando certe cose si vedevano nei film e nei documentari degli anni’50. Tuttavia nessuno di quei ragazzi dimostrava più di trenta anni. Mi sono allora domandato se avrebbero fatto la stessa cosa con un tonno, o un pesce spada. Penso che quasi certamente non l’avrebbero fatto. Tonni e pesci spada non sono dipinti dai media e da Hollywood come dei mostri.

Scrive Sylvia Earle, grande esploratrice e oceanografa:
“Di gran lunga, la più grande minaccia per gli oceani, e quindi per noi stessi, è l’ignoranza. Ma possiamo fare qualcosa al riguardo.”

Facciamolo.

Per approfondire:

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