Se il mondo fosse un’isola

Mauritius Island

Ogni isola è un piccolo mondo a sé: unico e irripetibile. Possono cambiare per forma e dimensione, origine ed evoluzione, posizione e clima, habitat e biodiversità. Cercare di classificare un’isola non è facile poiché cambia sempre il parametro di riferimento, ma definirne il concetto è estremamente facile. Ci avete mai provato? La mia definizione preferita è quella ecologica, secondo cui un’isola non è altro che un’entità che si differenzia dal contesto in cui è immersa per caratteristiche ambientali. Mi piace tanto perché ci permette di ampliarne talmente il concetto da considerare un’isola persino il pianeta Terra, ma di questo parleremo dopo…

Un qualsiasi lembo di terra, grande o piccolo che sia, circondato dal mare o immerso in un fiume o in un lago, può considerarsi un’isola a tutti gli effetti, ma che origini ha? E come cambierà nel tempo?

Cominciamo col classificare le isole secondo la loro origine per poi capirne l’evoluzione e, infine, imparare a leggerle tutte in chiave ecologica.

– Le isole fluviali sono il risultato dell’equilibrio tra i processi di modellamento dei fiumi. Trasporto, erosione e sedimentazione permettono la formazione di isole tutte diverse tra loro poiché cambiano in funzione di parametri idrogeologici quali sinuosità, granulometria, pendenza e rapporto larghezza/profondità. Queste entità apparentemente stabili, cioè resistenti anche a piene piuttosto significative, sono in realtà considerate effimere su scala temporale geologica. Ciò vuol dire che, su lunghi periodi, sarà sempre l’erosione ad avere la meglio, ma oggi restano importanti elementi fluviali che incrementano notevolmente la biodiversità locale rendendo più eterogeneo un ambiente altrimenti monotono e, quindi, povero di habitat. Maggiore sarà la stabilità dell’isola fluviale, e maggiori saranno le interazioni ecologiche tra le diverse specie presenti (sistema complesso ed in equilibrio). Il nord Europa è considerata una terra di fiumi dall’atmosfera fiabesca per i castelli e le ville costruite dalla nobiltà di un tempo.

– Le isole lacustri possono consistere in sporgenze rocciose interne alle conche naturali o, come per le isole fluviali, formarsi dalla deposizione dei sedimenti portati dalle acque continentali. Spesso sono le radici delle piante idrofile che facilitano l’accumulo di detriti, innescando un processo di accumulo che continua fino a superare il livello dell’acqua. Queste isole sono entità più durature nel tempo rispetto alle precedenti poiché i laghi sono naturali bacini di raccolta dei sedimenti con uno scarso tasso di erosione, a meno di eventi eccezionali. Se volete visitarne qualcuna consiglio le bellissime isole Borromee del Lago Maggiore.

Isole Borromee – Lago Maggiore- Italia

– Le isole oceaniche si formano ex novo in diverse zone dell’oceano a partire da spaccature del fondale marino. Queste spaccature da cui fuoriesce la lava non sono altro che i famosi vulcani che tutti conosciamo. L’immagine della montagna che viene normalmente associata al concetto di vulcano è semplicemente il risultato finale di un’eruzione (lava solidificata con forme diverse a seconda della sua composizione chimica). Dei numerosi monti sottomarini derivati da eruzioni vulcaniche, quelli che si innalzano oltre il livello del mare vanno a costituire alcune delle isole più belle che conosciamo come le Hawaii, le Galapagos o, più vicino a noi, le Eolie. Luoghi preferenziali per la creazione di queste oasi di terra sono le zone marginali delle placche oceaniche e/o terrestri. I limiti di placca divergenti, allontanandosi, generano nuova crosta terrestre, e sono detti dorsali oceaniche; i limiti di placca convergenti si accavallano fino a far subdurre (affondare) la più pesante delle due che, fondendosi nuovamente, andrà a delimitare la fossa oceanica così formata, alimentando un arco di nuovi vulcani. Potenzialmente qualsiasi altra zona di placca, non per forza marginale, può dar vita ad una nuova isola oceanica grazie a profondissime spaccature della crosta terrestre che arrivano fino allo strato sottostante, il mantello. Questi punti caldi, al contrario delle placche tettoniche che vi scorrono sopra, sono fissi e rappresentano un canale di alimentazione per nuovi vulcani, lasciando uscire il magma sottostante; in questo modo, ogni volta che la crosta terrestre cambia posizione, si viene a formare una nuova isola vulcanica che, nel tempo, sarà destinata ad estinguersi e scomparire di nuovo nell’oceano per l’erosione degli agenti atmosferici.

Galápagos Islands

-Le isole continentali sono tutte collegate alla piattaforma continentale da cui prendono il nome. Queste piattaforme sono zone delle placche continentali che si trovano sotto il livello del mare e, seppur sommerse e, a tutti gli effetti, facenti parte del fondale marino (relativamente poco profondo), non vanno confuse con le placche oceaniche di cui abbiamo parlato prima. A separare queste isole dalla terraferma possono essere stati eventi tettonici, forti eruzioni, abbassamento del terreno o innalzamento delle acque o, semplicemente, la naturale erosione. Groenlandia e Sicilia sono esempi perfetti per rendere l’idea di grande isola continentale, ma sicuramente il Madagascar, l’Australia e, se vogliamo, ogni continente, confermeranno senza dubbi il primato di questa categoria di isole.

Sicilia – foto satellitare

Tutti i tipi di isole descritte, diverse per tipo di formazione, si trovano sparse nel globo terrestre, alle più disparate latitudini e, quindi, con una molteplicità di climi differenti (glaciali, temperati, oceanici, tropicali, desertici). Ad ampliare ancora lo scenario di possibili ambienti ci sono i fattori dimensione e distanza: che estensione ha l’isola e quanto dista il più vicino lembo di terraferma? Tutti questi fattori sono indispensabili per la colonizzazione e le successive evoluzioni ecologiche. Nel caso delle isole fluviali e lacustri, per esempio, avremo piante e animali, acquatici e non, che colonizzeranno velocemente questi nuovi territori proprio per la loro vicinanza e facilità di raggiungimento. Al contrario, nelle isole oceaniche la vita arriva con maggiore difficoltà, soprattutto se la distanza dai continenti è notevole, ma, una volta colonizzata dalle piante, la successione ecologica che segue è sempre veloce e ricca di novità per assenza di competizione e predatori. Spore e semi leggeri saranno portati dal vento, dal mare o da animali in grado di coprire lunghe distanze in volo o a nuoto. Ancora diverso è per le isole continentali poiché sul posto, al momento del distaccamento, sono già presenti le medesime specie vegetali ed animali del continente che rimarranno isolate o dovranno competere con i colonizzatori secondari. In quest’ultimo caso non assistiamo ad un riempimento di nuove nicchie ecologiche da parte di specie pioniere (biodiversità altamente adattata con numerosi endemismi), bensì ad un isolamento casuale di una popolazione preesistente (nessuna selezione naturale iniziale a garantire l’idoneità delle specie).

Hilo Big Island- Hawaii

È stato osservato che vi è una stretta relazione tra la dimensione di un’isola e il numero di specie che essa può sostenere (modello biogeografico). Isole grandi ospitano un maggior numero di specie rispetto a isole piccole. Queste relazioni specie-area si sono rivelate utilissime per prevedere il numero e le percentuali di specie che si estinguerebbero se venissero distrutti determinati tipi di habitat; questo renderebbe un’isola grande, ma povera di habitat, uguale ad un’isola piccola. Purtroppo con l’arrivo dell’uomo si assiste proprio a questo fenomeno, con tassi di estinzione altissimi di specie endemiche molto vulnerabili. Dal 1600 ad oggi quasi la metà delle specie animali e vegetali estinte erano presenti sulle isole, benché queste costituiscano una frazione minima della superficie terrestre.

Se estendessimo il concetto di isola a un parco naturale immerso in una matrice antropizzata, potremmo tranquillamente applicare il modello biogeografico insulare per determinare il numero di specie a rischio e meglio gestire il nostro patrimonio naturale. Volendo ragionare in grande, potremmo considerare l’intero pianeta Terra come un’isola immersa nello spazio infinito e provare a calcolare il tasso di estinzione derivante dalla perdita di habitat oppure, per i più fantascientifici, immaginare le dinamiche successiva ad una colonizzazione secondaria…. E tu, quali isole vedi?

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