Quando alzavamo gli occhi al cielo

Picture by Yulia Zhulikova – finalist Astronomer Photographer of the Year 2017

Un mantra mi scorre per la mente come un film che si è inceppato sullo stesso fotogramma .. ‘Ve l’avevamo detto.. Ve l’avevamo detto che il clima sarebbe cambiato..’

E adesso che la terra è assetata, non piove da mesi e gli stupidi di ogni età giocano con i fiammiferi e le taniche di benzina mandando in fumo migliaia di ettari di boschi, è inutile proprio ADESSO parlare di un cambiamento climatico annunciato da più di trent’anni.

Certo fa effetto sentire Zingaretti, il Governatore della Regione Lazio, dire ..” Mi piacerebbe invitare qui Trump per fargli capire cosa significa non rispettare gli accordi sul clima”. Questo è stato il momento in cui ho sorriso sadicamente. Finalmente il problema è atterrato nelle mani dei politici. E che problema! Un problema che non si può risolvere, che peggiorerà con gli anni e che obbligherà tutti a cambiare stile di vita.

Ho una pagina da parte strappata da un vecchio National Geographic del 2013, di un articolo ‘DEI dei MAYA’ dove, tra le altre, viene descritto il pattern climatico dell’epoca quando i Maya avevano raggiunto l’apice di una grande, popolosa e ricca società grazie alla coltivazione del mais. Il cibo, che gli garantiva stanzialità, era coltivato in rari appezzamenti di terra su un’area altrimenti di roccia carsica, senza fiumi, dove l’acqua era ‘ingoiata’ dal sottosuolo e si raccoglieva in enormi caverne sotterranee, cenote. Le coltivazioni, quindi, erano dipendenti esclusivamente dalla pioggia.

Alma Guillermopietro, la giornalista, descrive così il clima … ‘ Solo la pioggia stagionale poteva far crescere il mais e doveva arrivare con una grandissima precisione: niente pioggia in Inverno così che per Marzo i campi e la foresta erano abbastanza secchi da essere bruciati; un poco di pioggia a Maggio per ammorbidire il terreno per la semina; poi una pioggia leggera per fare germogliare i semi e stimolare l’apparizione della pannocchia; infine una pioggia abbondante per spingere il fusto verso l’alto e ingrassare i chicchi sulla pannocchia matura.’

La pioggia, in ogni cultura antica, era rappresentata da un Dio. Quello dei Maya si chiamava Chaak e a lui dalla sommità delle piramidi a gradoni rivolgevano lo sguardo sciamani, preti e sacerdoti dopo avere digiunato e essersi purificati. Uomini riconoscenti e clima erano in sintonia.

Adesso siamo fuori sync con il nostro clima ma fino a ieri non è mai stato problema irrisolvibile. La pioggia? S’inseminano le nuvole sparando in cielo ghiaccio secco e ioduro d’argento. Servono le fragole fuori stagione? Togli le piante dal freezer, le pianti in terra e in due mesi fruttificano. Laborioso e costoso arrampicarsi a raccogliere le ciliegie? I ciliegi moderni modificati non crescono più di due metri e fruttificano il doppio. L’agricoltura ha fatto passi da gigante. Darwin docet, possiamo modificare qualsiasi gene, animale o vegetale. Date le giuste condizioni si può generare abbondanza a go-go. Ma l’acqua è la prima di quelle condizioni. Siamo o non siamo il pianeta Blu? Il pianeta pieno di acqua che ha permesso tutta questa diversità di vita.

La Nasa considera un nuovo pianeta scoperto, abitabile, prima di tutto dalla presenza di acqua. Acqua, uguale colonizzazione della vita.

E adesso? Impareremo a ridurre gli sprechi? Capiremo cosa significa vivere in zone desertiche dove la pioggia manca per più di sei mesi all’anno? Forse il clima ci aiuterà a costruire una società diversa, più responsabile, che impara più dalla scienza e meno dalla politica.

A Filicudi per il mio giardino non ho acqua se non quella piovana. Ho tre cisterne che si riempiono durante l’Inverno (se piove),  più l’acqua regalata da un vicino che non la usa. Ma so che se questo trend continua io ho perso 13 anni di lavoro. Ho costruito un giardino che la siccità mi porterà via. Mi rimane in mano solo l’esperienza e l’amara constatazione che dovrò scegliere un altro pezzo di terra a un’altra latitudine con una riserva d’acqua diversa dalla pioggia. Difficile rinunciare all’idea di vivere senza un giardino, è il lusso che si scopre con la maturità.

Quello che mi manca vivendo qui, in Inghilterra, sono i temporali. Soprattutto quelli che si scaricavano a fine agosto o i primi di settembre e che sancivano la fine della calura estiva.

Mi mancano quei cieli che s’addensano di nuvole nere cariche d’acqua e di elettricità e che rovesciano in pochi minuti torrenti d’acqua fresca tra tuoni e saette di lampi.

L’ultimo l’ho visto proprio a Filicudi molti, molti anni fa. Il giorno era diventato una notte, non si vedeva a un paio di metri, sembrava di essere sotto una cascata. Entrammo tutti nell’aliscafo bagnati fradici. Ma c’era qualcosa di quel temporale che ci aveva rinfrescato giù, giù, in fondo perché non la smettevamo di ridere e di guardarci l’un con l’altro con occhiate complici. Occhiate che dicevano che avevamo visto scatenarsi un fenomeno super potente, qualcosa di raro, prezioso, impagabile. Avevamo assistito alla pioggia che fecondava la terra proprio nel momento in cui la terra aveva più bisogno. Disincantati e profani avremmo potuto dire che quella era opera di un Dio ma non ci veniva neanche in mente. Poi a forza di dimenticarci di alzare gli occhi al cielo e ringraziare quel Dio sappiamo ormai come é andata a finire.

Filicudi, dopo il temporale

 

 

 

 

 

 

 

 

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