Chi è il predatore?

© Imperial Bulldog

In questi giorni abbiamo assistito alle vicende successive all’aggressione di un escursionista da parte di un’orsa, il quarto incidente, se così vogliamo definirlo, dal caso del 2014 che ha visto coinvolta la plantigrada Daniza, mamma di due cuccioli ora orfani. Le vicende si assomigliano tutte: un umano che passeggia nel bosco senza curarsi delle basilari attenzioni da tenere in un territorio frequentato da orsi (non correre, non portare un cane), qualche sua ferita fino ad un massimo di 30 giorni di prognosi e, purtroppo, l’inevitabile rimozione del predatore per reclusione o abbattimento. Quello che forse non tutti sanno, perché sembra quasi surreale, è che in realtà, in questa occasione, sia stato addirittura l’uomo ad aver aggredito con un bastone l’orsa che gli è spuntata “improvvisamente” davanti agli occhi. Questo gesto alquanto discutibile ha aperto la strada ad una possibile, seppur difficile, ritrattazione del provvedimento che considera l’errore umano come nuovo elemento decisivo della vicenda e che rispecchia molto più il carattere istintivo di entrambi gli animali, uomo aggressivo ed orso elusivo se non direttamente provocato.

Proviamo ad analizzare la situazione in modo da capire perché questi incontri non ci devono sorprendere e, soprattutto, conoscere le conseguenze delle nostre azioni: i predatori (così come gli altri animali e le piante) non hanno più un territorio dove vivere senza entrare in contatto con l’uomo poiché questo modifica ogni giorno il paesaggio terrestre diminuendone o aumentandone l’eterogeneità.

Aree coltivate, zone urbanizzate o industriali si estendono a perdita d’occhio su territori prima naturali, ora destinati a scomparire. Cambiare la destinazione d’uso del suolo implica un impatto ambientale molto elevato poiché altera i perfetti equilibri ecologici che si sono instaurati nel tempo. Suolo, flora e fauna sono strettamente collegati e al modificarsi di uno si ha una reazione a catena che si ripercuote inevitabilmente sugli altri e, ancora peggio, sul clima e l’ambiente stesso. Non pensate quindi che si tratta “solo” di perdita di biodiversità poiché è proprio quella biodiversità a rendere utile e sfruttabile per noi umani quel territorio.

Pensate stia esagerando? Vediamo qualche esempio.

Con la deforestazione che fa posto alle coltivazioni intensive si arriva ben presto alla desertificazione poiché quel terreno, sovra sfruttato, è divenuto inerte, ovvero mai più fertile; la desertificazione a sua volta va a incidere sul clima per l’alterazione del ciclo idrico e delle temperature. Allo stesso modo non dobbiamo sorprenderci per il forte caldo delle grandi città dove ormai troviamo un microclima a sé detto anche isola di calore. Questa inversione termica è dovuta allo scarsissimo potere riflettente delle superfici urbanizzate che, assorbendo calore, riscaldano l’aria immobile, trattenuta dalla cappa di smog sovrastante le metropoli.

Cosa c’era in questi luoghi prima dell’antropizzazione? Cosa si è perso per ottenere questi futuri terreni inerti e calde città da cui fuggire nei week-end?

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Lussureggianti boschi, aspre montagne, pianure incontaminate, habitat di centinaia di specie adattate per vivere lì ed ognuna con un preciso e fondamentale ruolo ecologico.

Se capita di incontrare orsi o lupi anche in zone dove non ce li aspetteremmo (in un paesino di montagna, sulle piste da sci o lungo la strada asfaltata) è perché, probabilmente, si stanno spostando da un frammento ideale ad un altro tra i pochi e striminziti che gli abbiamo lasciato per sopravvivere (vedi articolo: Un mito da sfatare: il lupo cattivo NON esiste). Purtroppo, però, andare a intaccare le popolazioni di alcune specie predatrici come orsi e lupi (direttamente con gli abbattimenti o indirettamente con la frammentazione degli habitat) vuol dire colpire l’intera rete trofica da loro regolata (effetto a cascata trofica) e, quindi, l’ecosistema.

Il funzionamento di un ecosistema può essere regolato da un predatore che mantiene il numero di individui di una specie-preda al di sotto di ciò che le risorse ambientali presenti potrebbero sostenere (capacità portante). Quando più specie predatrici competono per una stessa specie preda, si può considerare la predazione come ulteriore meccanismo di regolazione di un ecosistema dove ogni oscillazione del numero di prede o predatori si ripercuote, a scala più grande, su un maggior numero di specie ed ecosistemi più ampi.

Sulla base di queste interazioni ecologiche, la specie Homo sapiens si può considerare o no un predatore? Sicuramente influisce molto sul funzionamento degli ecosistemi e compete con altre specie per lo sfruttamento di determinate risorse trofiche, guadagnandosi il ruolo di predatore. Di contro, solo una minima parte delle sue vittime diventano il suo nutrimento, facendolo assomigliare più ad un assassino compulsivo che ad altro.

E se invece dell’istinto predatorio fosse la paura la causa di tanti stermini? Una efficace e comune arma di difesa dai predatori è proprio l’attacco, ma non si può certo applicare a gesti quali la deforestazione o l’inquinamento che, invece, sfociano nell’egoismo genetico che caratterizza ogni animale, con la differenza d’effetti dovuti al potenziale distruttivo dell’uomo e del suo cervello sviluppato.

Per me, istinto, paura ed egoismo se la giocano fra loro, non necessariamente in maniera esclusiva. E voi che ne pensate?

Una cosa è certa, preda o predatore, egoista o meno, il risultato è sempre lo stesso: perdita di biodiversità.

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