L’uragano mostro che ha cambiato il volto dei Caraibi

L’uragano Irma che lambisce le isole caraibiche – © NASA/NOAA GOES Project via Getty Images

“Vedrai tanta di quell’acqua che te ne ricorderai per tutta la vita”. Sdraiato sul pontile di cemento con in mano una chiave inglese smontavo la scaletta di metallo che scendeva in mare. Alan, il mio capo diceva: “Non credo che la mareggiata riesca a distruggerla, ma non voglio che a qualcuno venga in mente di usare questa scaletta per entrare e uscire dall’acqua. Lili sarà qui domattina.” Lili era un uragano.

Gli uragani, quando vivi da quelle parti, sono qualcosa con cui prima o poi devi fare i conti. Quelli più devastanti separano le epoche: prima di Gilbert e dopo Gilbert, prima di Isabel e dopo Isabel, prima di Ivan e dopo Ivan, perché c’erano ponti, strade, spiagge, palazzi, foreste e case che esistevano prima, e che dopo il loro passaggio non esistevano più. Oppure le ricostruzioni erano così radicali da rendere i luoghi  irriconoscibili.

Quando ho scritto Caraibi ho cercato di fotografare un’area del mondo che stava cambiando velocemente, anzi era già cambiata. Volevo mantenerne intatta l’impronta emozionale durante il cambiamento prima che quell’anima andasse perduta. L’uomo stava cambiando la fisionomia di quelle isole, quasi quanto avessero fatto nei secoli gli uragani. Ma oggi gli uragani sono sempre più potenti, ed è colpa dell’uomo. Un mare sempre più caldo alimenta la loro forza, con venti a trecento all’ora. Credo siano poche le cose in grado di sopportarlo senza rompersi, scoperchiarsi, abbattersi al suolo, ruzzolare via, esplodere.

I disastri ci toccano di più quando assalgono luoghi che riconosciamo, per diversi motivi, come vicini e ci accorgiamo di Irma in prima serata quando sta per minacciare Cuba, e la Florida. È maledettamente umano. Miami come New York ci sono vicine soprattutto grazie a un immaginario collettivo alimentato da media e serie TV. Ma i luoghi del cuore sono soprattutto quelli dove hanno abitato i nostri sentimenti, i posti nei quali ci riconosciamo perché lì abbiamo fortemente amato, sudato e sperato. Non basta averci passato una vacanza spensierata per avere un luogo nel cuore, come non basta l’empatia per sentirsi vicino a chi sta perdendo tutto, Per avere un luogo nel cuore bisogna essere stati là, anima e carne.

Antigua

I miei luoghi del cuore in quella parte del mondo, cominciano più o meno dove Irma ha iniziato a crescere e a svilupparsi: ad Antigua. Ci arrivai in barca a vela. Ricordo come fosse adesso la marina di Antigua e la cabina telefonica rossa da dove telefonai per comunicare a mia madre che ero arrivato dall’altra parte. Ricordo il ponte levatoio che separava la marina di Saint Martin da Simpson Bay, con le barche in fila in attesa che si alzasse, l’acqua turchese e gli eleganti resort in stile olandese. E poi Philipsburg e la sua spiaggia disseminata da palme da cocco, le sue costruzioni vivaci e ordinate. A Portorico l’isola di Culebra, con la sua laguna immobile, tenuta a bada da mangrovie silenziose. Più avanti, se percorri la costa nord della Repubblica Dominicana incontri Nagua, quella piccola città dove, si diceva, c’era troppa brujeria, troppa magia nera. Una volta percorsi quel tratto di costa sul camion del cocco, seduto sul carico, passando in rassegna case di legno, palafitte dai tetti di lamiera, e di palapa, per chilometri e chilometri fino a Rio San Juan, col suo mangrovieto, santuario di uccelli marini. Oltre le nuvole a batuffoli sull’orizzonte cobalto c’è il Silver Bank, un immenso sistema di reef dove transitano in massa le megattere. Un pazzo mi confidò d’aver localizzato proprio lì, al Silver Bank la flotta di Colombo affondata nel 1502. Da un altro uragano.

Irma sembra essersi messa sulle tracce di Hemingway. Ha risparmiato Haiti, per insistere su Cuba. Ha urlato sul dedalo inesauribile di mangrovie dei Cayos, dove il Pilar dava la caccia ai sottomarini tedeschi e ai suoi equipaggi, nel silezio di una natura ancora primordiale, e poi giù fino all’Avana, dove Irma è riuscita a tirar giù alcune facciate dei palazzi del centro e a scagliare onde di nove metri contro il lungomare. E poi a Key West, dove c’è l’altra casa di Hemingway, quella con i 54 gatti.

Saint Martin dopo il passaggio di Irma – © Gerben Van Es, Dutch Defense Ministry/ap – National Geographic

Ora Saint Martin sembra amatrice dopo il terremoto, tetti sfondati e macerie. Vedi alberi abbattuti, fango. E quelle non erano casupole dai tetti di palapa. Non erano casupole neanche quelle delle Isole Vergini e di Anguilla. Le palme abbattute sulle sue spiagge sembrano stuzzicadenti sparpagliati in terra. A Marigot, dalla parte francese dell’isola, Irma ha posato barche a vela da 40 piedi sull’asfalto e incastrato automobili nelle porte delle abitazioni. A Fajardo e Culebra, a Portorico, e sulla costa dominicana settentrionale ci sono case spostate e rovesciate di fianco. Alberi e pali della luce si sono abbattuti su case fragili come le esistenze delle persone che le abitavano. Intere spiagge sono state lavate via. Altrove la sabbia è entrata nelle case dopo che il vento e il mare hanno sfondato le porte, le finestre. Intere popolazioni, come tutti gli abitanti di Anguilla, Barbuda, Saint Barts e Saint Martin, e decine di migliaia di altre persone sparse tra Portorico, Santo Domingo e Cuba, sono rimaste senza casa, senz’acqua e senza elettricità. Il sale risucchiato dal mare e scagliato nell’entroterra, brucerà risaie e piantagioni.

Certe tempeste ridisegnano la geografia delle cose, delle vite. Ma non ci sono solo gli uragani a farlo, anche il riscaldamento globale e la morte dei coralli, e la deforestazione e il cemento sono tempeste che ridisegnano il pianeta ancora più profondamente. La prima vittima, quella palese, è quell’immagine idilliaca del nostro mondo cui molti si erano affezionati. Dobbiamo imparare a convivere con un concetto: niente sarà come prima.

In Florida, avvertono, il mare salirà di livello. La tempesta è così vasta che spinge l’oceano contro le coste sopravvento, sollevandolo di un metro e mezzo, oppure scacciandolo lontano dalle coste sottovento, lasciando le spiagge e le barriere nude per chilometri. La chiamano onda di marea, uno tsunami più lento ma non meno insidioso. Negli USA sono 36 milioni (pari al 60% della popolazione Italiana) le persone colpite dall’evento e 6 milioni sono senza corrente elettrica, e la CNN continua a ripetere alla gente di mettersi al sicuro, e che il 911 non risponderà alle chiamate di emergenza, semplicemente perché non può, perché nessun essere umano può agire in certe condizioni.

Luca si è rifugiato in albergo a Boca Raton, a nord di Miami.

“Ci siamo spostati in albergo io e mia moglie perché qui c’è acqua corrente e c’è il generatore. Gli alberghi sono strapieni, ci sono molte persone anziane che possono contare su un minimo di aiuto da parte del personale. Guarda le raffiche!” Luca gira il telefono verso la finestra in vetro antisfondamento. “Qui sono venute giù anche le querce” dice.

Gli domando della casa.

“Non potevamo stare lì senza acqua corrente, senza elettricità, aspettando l’acqua che ti sale alle ginocchia. Anche se la nostra casa è lontana dalla spiaggia, il problema è che ora il suolo è talmente saturo che quando arriverà l’onda di marea l’acqua salirà da sotto. Comunque non mi preoccupo troppo. Qui sono tutti in fissa col fare soldi e quindi servizi, trasporti e comunicazioni saranno ripristinati subito, il business non si può fermare. Solo la mia contea può contare su 15.000 uomini per questa impresa. Rimetteranno a posto tutto, ospedali, servizi, strade. Ma le spiagge…. temo che quelle siano andate. Temo siano andate tutte.”

I danni di Irma non sono ancora stati calcolati. Sapremo presto quanti miliardi di dollari dovranno sostenere i contribuenti, e quante persone hanno perso la vita o sono state dichiarate disperse. Ma cosa è stato delle delicate lagune di mangrovie, degli uccelli marini e terrestri, delle poche barriere coralline rimaste? I danni alla natura e agli animali selvatici li conosceremo probabilmente così tardi che ci saremo dimenticati di Irma perché nel frattempo ce ne sarà stato un altro ancora più potente. Ce ne dimenticheremo come ci siamo dimenticati ciò che ci dissero molti anni fa i meteorologi riguardo al riscaldamento globale: che avremmo avuto uragani con la stessa cadenza, ma sempre più grandi e potenti. Uragani mostruosi.

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