Fino all’ultimo animale: cacciatori tra le ceneri

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La stagione di caccia è ormai ufficialmente aperta in tutta Italia. Un’attività praticata dall’uomo ancor prima di poter essere definito erectus e che, nel tempo, si è affinata con armi e tecniche sempre più efficaci. Ad oggi, tranne che per pochissime popolazioni indigene, la caccia non è assolutamente necessaria per il sostentamento umano, bensì considerata come attività sportivo-ricreativa. Senza entrare nel merito delle implicazioni etiche, percepite diversamente da ognuno di noi, è bene sapere che, SE praticata conformemente a un protocollo scientifico ad hoc redatto con dati attendibili, può risultare biologicamente sostenibile e, quindi, accettabile. Non si tratta di un’eterna battaglia tra animalisti sensibili e cacciatori insensibili, bensì di far rispettare un preciso protocollo che permetta ai cacciatori di poter sfogare i loro istinti primitivi senza che questo possa intaccare la biodiversità e l’ambiente.

In Italia è la legge quadro n. 157 del febbraio 1992 che contiene le “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” ovvero che regolamenta la caccia e la tutela di animali a sangue caldo (mammiferi e uccelli) sul territorio nazionale. Le singole Regioni e le Province Autonome hanno la possibilità di definire meglio queste norme generali, ma, dovendo rispettare la complessità organizzativa verticale (commissione europea – stati membri – regioni – enti locali), possono farlo solo se in senso rafforzativo. Questo vuol dire che tali norme regionali devono rispettare la Legge quadro n.157, le direttive comunitarie (in particolare la Direttiva Uccelli 2009/147/CE e la Direttiva Habitat 92/43/CE) ed anche le convenzioni internazionali (soprattutto quella di Berna del 1979). Per chiunque non rispetti queste norme, che si tratti di cittadini, Regioni o Stati membri, sono previste severe sanzioni.

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Cominciamo con l’analizzare i contenuti della Legge quadro italiana n.157

Il primo articolo definisce subito l’oggetto della legge dichiarando che “La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale”, pertanto, definisce la caccia come eccezione concessa al cittadino e assegna alle Regioni le attività di gestione. Seguono un elenco delle specie meritevoli di particolare tutela, il divieto assoluto di uccellagione o cattura e la severa regolamentazione di alcune attività (cattura temporanea e inanellamento, tassidermia, appostamenti e uso di richiami vivi). I successivi articoli, perlopiù amministrativo-organizzativi, definiscono modalità, mezzi e gestione pratica ed economica dei piani faunistici-venatori, con i dovuti approfondimenti per i settori agro-zootecnici; ad un elenco di specie cacciabili in determinati periodi dell’anno (calendario venatorio), segue la definizione del controllo faunistico, i divieti, la vigilanza venatoria e le sanzioni amministrative e penali.

Il carattere altamente generico della nostra legge in materia di caccia e lo scarso controllo della sua applicazione hanno fatto sì che, nell’ultimo decennio, l’Italia incorresse in numerose procedure d’infrazione avviate dall’Unione Europea. Soffermiamoci sulle principali pecche:

  • L’elenco delle specie cacciabili include numerose specie che versano in uno stato di conservazione sfavorevole (ben 18 delle 48 consentite), tanto da essere classificate come SPEC (Species of Conservation Concern) da Birdlife International. Tra queste spiccano numerosi anatidi (Codone, Moriglione, Marzaiola, Moretta), la Pernice rossa e quella sarda, Coturnice, Frullino, Beccaccia e Beccaccino, Tortora, Allodola ecc.
  • La stagione di caccia va dalla terza domenica di Settembre al 31 Gennaio (con differenze a seconda delle specie) con la possibilità di anticipare già dal primo Settembre e di includere anche la prima decade di Febbraio (grazie alla legge Comunitaria del 2009) su esplicita richiesta delle Regioni. Questi ampliamenti della finestra di caccia, però, contraddicono i principi cardine dettati dalle Direttive europee: divieto di caccia durante il periodo riproduttivo e di dipendenza dei giovani dai genitori e, per quanto concerne i migratori, durante il ritorno ai siti di nidificazione (migrazione pre-nuziale).

Sottolineato ciò, non dobbiamo sorprenderci se ogni anno l’Italia viene multata dall’Unione Europea per mancato rispetto dei periodi di riproduzione e migrazione pre-riproduttiva, l’assenza di misure di tutela e conservazione per gli uccelli, l’abuso di deroghe e la mancanza di strumenti di controllo che hanno causato una forte presenza di bracconaggio (caccia illegale).

© Holger Schulz

Se questa situazione abituale vi sembra critica, non avete ancora visto niente!

Sicuramente avrete visto o sentito degli incendi che hanno messo in ginocchio il centro e sud Italia in questa arida estate; ebbene oltre 125.000 ettari di territorio sono stati percorsi dal fuoco (+260% rispetto alla media del decennio precedente; dati European Forest Fire Information System – Effis) sterminando un numero incalcolabile di animali (e piante) già messi a dura prova dalla prolungata carenza idrica. Ben 11 Regioni hanno chiesto lo stato di calamità naturale per ottenere aiuti. In questa situazione chiaramente critica per la sopravvivenza di molte specie, è intervenuto l’ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale riconosciuto dalla legge come organo scientifico e tecnico di ricerca e consulenza per lo Stato, le Regioni e le Province) con una nota inviata a tutte le Regioni Italiane suggerendo di introdurre delle limitazioni all’attività venatoria. Tra queste vi cito: la sospensione dell’allenamento e addestramento cani, il divieto di caccia d’appostamento, il posticipo all’inizio di ottobre dell’apertura della stagione venatoria agli Anatidi e agli altri uccelli di palude, la limitazione del prelievo sulle popolazioni delle specie non migratrici, l’estensione del divieto di caccia nelle aree forestali incendiate a tutte le aree percorse dal fuoco e ad una fascia contigua alle aree medesime per almeno due anni. A quel punto ci si aspettava una risposta positiva dalle Regioni che, invece, ci hanno sorpreso con calendari venatori completi di preapertura della stagione a partire da Sabato 2 Settembre. Incredibile ed incoerente, oltre che irresponsabile!

 

Quello che in molti si chiedono è: potendo lo Stato intervenire per inadempienza delle Regioni, perché non lo ha ancora fatto? Perché non si fa rispettare l’articolo 19 della legge n.157 che descrive esattamente lo stato di criticità in cui vessa attualmente il nostro Paese ed in particolare le 11 Regioni che, spontaneamente, hanno dichiarato allo Stato emergenza ambientale? [Art.19 comma 1. Le regioni possono vietare o ridurre per periodi prestabiliti la caccia a determinate specie di fauna selvatica di cui all’articolo 18, per importanti e motivate ragioni connesse alla consistenza faunistica o per sopravvenute particolari condizioni ambientali, stagionali o climatiche o per malattie o altre calamità.]

Per chi volesse unirsi al coro dei NO è possibile firmare le numerose petizioni aperte, scrivere al Presidente della propria Regione o al Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per chiedere di interrompere la stagione venatoria 2017/2018 o di farsi spiegare le ragioni scientifiche, finora mai espresse, che hanno portato all’approvazione della preapertura.

Per chi non fosse d’accordo a sapere accerchiati e poi uccisi i pochi animali superstiti e i migratori in sosta nelle poche zone fruibili risparmiate dalle fiamme, fatevi sentire! In Campania 4 province su 5, con la Città Metropolitana di Napoli all’unanimità, hanno espresso pareri negativi su questa apertura stagionale; i cittadini, insieme con associazioni riconosciute dal Ministero dell’Ambiente come WWF, LIPU, ASOIM, LAV, tutt’ora aspettano una risposta dal governo. Per chi volesse fare qualcosa anche nel suo piccolo, prendete i binocoli e fatevi vedere nei Parchi e nelle Oasi perché si sappia che l’amore per la Natura ancora ESISTE!

Per approfondire:

 

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  1. Carmine
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