Lo Scoiattolo americano alla conquista di Milano

Scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) – © Imperial Bulldog

La descrizione di Milano come “la Londra italiana” non è mai stata così realistica: città cosmopolita e piena di energia, ma è anche una città dove è possibile farsi una foto in compagnia di uno scoiattolo grigio affamato e molto temerario. Cosi come a Hyde Park o in altre zone verdi urbane di Londra, anche nel Parco Solari di Milano, è ormai possibile osservare da vicino questi piccoli invasori americani che non disdegnano una foto in cambio di una nocciolina. Bambini urlanti che corrono per le aiuole cercando di raggiungere ed accarezzare i loro amati Cip e Ciop, sono ormai scene all’ordine del giorno; ciò che più salta agli occhi è il numero sempre crescente di avvistamenti registrati anche in altri Parchi del milanese.

Se per i bambini questa è una grande notizia, non è lo stesso per lo scoiattolo rosso europeo (Sciurus vulgaris) che da anni, ormai, è a rischio d’estinzione in diverse località europee a causa della forte competizione con l’ospite americano (Sciurus carolinensis).

La presenza del “grigio” in Italia risale agli anni ’50 del secolo scorso, forse anche prima, ma il vero allarme è stato lanciato solo nel 2000 per il notevole incremento di individui registrato in Piemonte e in Lombardia. Nel 2014 la densità del grigio è stata stimata ben 10 volte superiore a quella dello scoiattolo rosso. Il problema, però, non è solo nazionale poiché, al contrario dell’Inghilterra, l’Italia non è un’isola e può diventare il nucleo di partenza per un’invasione europea. Francia e Svizzera hanno già accusato il nostro Paese di grave negligenza per non essere subito intervenuti all’eradicazione della specie alloctona, nel rispetto della convenzione di Berna atta a tutelare la fauna autoctona di ogni paese.

Lo scoiattolo rosso

Per comprendere meglio il motivo di tanto allarmismo tra i naturalisti e altri studiosi del settore, è necessario approfondire la relazione che intercorre tra queste due specie congeneri transoceaniche. Parlare semplicemente di competizione è estremamente riduttivo e, soprattutto, inutile se ci si rivolge ad un pubblico non specializzato; il termine giusto è esclusione competitiva poiché in sole due parole si descrivono sia la causa che l’effetto. Ecologicamente parlando, la competizione è causata sempre da una corrispondenza di risorse (trofiche, territoriali, riproduttive ecc) e può instaurarsi tanto tra individui della stessa specie (intraspecifica) quanto tra specie diverse (interspecifica). La competizione presente in un ecosistema naturale in equilibrio, nei lunghi periodi, non porta mai alla scomparsa di una specie, ma solo ad oscillazioni temporanee in favore di un competitore o dell’altro. L’equilibrio lo si raggiunge grazie al fondamentale e lungo lavoro di selezione naturale conseguente all’adattamento delle specie in quell’ambiente. In un ecosistema in equilibrio, ogni specie ha un suo ruolo ben preciso, chiamato nicchia ecologica, le cui risorse trofiche sono ben definite, quasi assegnate. Ma cosa succede quando vado a rompere questo equilibrio alterando i fattori ambientali o, come nel caso in esame, introducendo una nuova specie il cui ruolo ecologico è già occupato da una specie locale? La risposta è proprio esclusione competitiva. Quando in questa competizione è la specie aliena a escludere l’altra (estinzione locale), si parla di specie alloctona invasiva ed è proprio ciò che rappresenta lo Sciurus carolinensis. L’importanza del ruolo ecologico dello S. vulgaris è talvolta sottovalutato o, addirittura, ignorato, ma è bene sapere che il suo comportamento di immagazzinamento dei semi per l’inverno (caching behaviour) risulta fondamentale per il rinnovamento di molte specie arboree nostrane; quando semi pesanti come una nocciola o una ghianda cadono al suolo vicino la pianta madre, infatti, è quasi impossibile che riescano a germinare per le condizioni sfavorevoli presenti quali ombra e insufficienza di sostanze nutritive. Dei numerosissimi semi nascosti in buche del terreno più o meno lontane, una piccola parte sarà dimenticata e darà vita ad una nuova pianta come nocciolo, faggio, castagno, quercia, pino cembro o pino silvestre, ma questo discorso vale anche per le spore dei funghi facenti parte della dieta dello scoiattolo rosso. Il piccolo alieno grigio ha una strategia di immagazzinamento dei semi e di consumo dei funghi abbastanza diversa, per questo la sostituzione della specie autoctona con la specie americana potrebbe avere effetti negativi non indifferenti sulla composizione e sul funzionamento dei boschi europei!

L’UE ha già inviato tre raccomandazioni ufficiali all’Italia e ha stanziato 72mila euro per aprire sei osservatori faunistici dedicati alla tutela dello scoiattolo rosso. Il progetto internazionale di salvaguardia è stato finanziato dalla Commissione Europea e dal Ministero dell´Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e prende il nome di “LIFE Ec-Square”, o più semplicemente “Rosso Scoiattolo”; tra le varie azioni promosse, il progetto prevede anche la valorizzazione degli ecosistemi forestali tramite il ripristino di condizioni favorevoli alla permanenza e, dove possibile, la reintroduzione della specie protetta. Molto interessante è il sito ufficiale (http://www.rossoscoiattolo.eu/homepage), istituito per coinvolgere la popolazione con approfondimenti sul tema e, soprattutto, per dare l’opportunità di aiutare in prima persona con interventi di tutela e/o di sensibilizzazione.

Le specie invasive che hanno colonizzato il territorio europeo sono oltre 11 mila, tra piante e animali, insetti compresi, e i danni da loro arrecati all’ecosistema sono stati stimati dall’ex commissario europeo per l’ambiente, Janez Potočnik, intorno ai 12 miliardi di euro annuali (dati del 2012). Una parte di queste specie è arrivata per mano dell’uomo che, cosciente o meno dei potenziali danni ecologici, ha sempre agito nel suo unico e personale interesse. Si va dal commercio illegale, alla errata reintroduzione di specie, fino alle liberazioni a scopi venatori e/o economici. Basti pensare a tutti gli animali che vengono catturati e venduti per soddisfare i desideri di collezionisti fanatici o di bambini incantati da un film d’animazione; il commercio illecito di animali protagonisti dei cartoni registra sempre un picco di vendite, seguito da abbandoni o fughe di specie aliene come i pesci tropicali delle barriere coralline (Finding Nemo), dei barbagianni (Harry Potter), o delle numerose specie di pappagalli tropicali, ma il danno maggiore, probabilmente, è stato fatto con le tartarughe palustri americane (Trachemys scripta) che stanno soppiantando quelle europee (Emys orbicularis). Queste tartarughe, non tanto ninja come si aspettavano i bambini, una volta cresciute, vengono lasciate ovunque ci sia acqua, entrando in forte competizione con quelle autoctone. Ancora, pensate ai danni provocati dalla crescita esponenziale (e incontrollata) di popolazioni di conigli o cinghiali lanciati sul territorio per diventare trofei di caccia.

Specie alloctone

Quante volte, per errato riconoscimento, sono state reintrodotte specie diverse da quelle che stavano scomparendo localmente, come il cinghiale ungherese al posto di quello italiano? Non dimentichiamoci della famigerata Nutria (Myocastor coypus) il grosso topo sudamericano importato ed allevato in Italia negli anni ’70 per la produzione di pellicce di falso castorino; quando le donne acquirenti hanno scoperto di indossare un topo gigante al posto del pregiato castoro, il mercato è crollato e le nutrie sono diventate inutili e, per questo, liberate sul territorio italiano. È chiaro che molte delle specie aliene giunte in Europa sono il risultato di un errore, come trasporti involontari durante il commercio con altri paesi. Si parla soprattutto di piccoli animali, poco visibili se nascosti tra piante, frutta, stoffe e quant’altro. Il punteruolo rosso (Rhynchophorus ferrugineus), coleottero curculionide giunto dall’Asia per il commercio di palme infette, ha arrecato danni incalcolabili alle numerose specie di palme europee, probabilmente avvantaggiato dall’assenza dei suoi predatori naturali.

Una volta innescata l’esclusione competitiva tra la specie autoctona e quella alloctona (molto più specializzata e meno adattabile), entrano in gioco diversi fattori che determinano la scomparsa di una delle due, quasi sempre di quella locale; tra questi vi sono aggressività, elusività, capacità di adattamento, resistenza alle malattie, assenza di predatori naturali, maggiore specializzazione trofica o cicli riproduttivi anticipati.

Insomma… consapevolmente o meno, ci stiamo facendo promotori di un turn over della biodiversità italiana ed europea assolutamente innaturale. Di questo passo, quali specie conosceranno i nostri figli?

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  1. Chiara
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