Lettere d’Amore

L’attimo in cui gli economisti hanno intuito che potevano farci tutti prigionieri è ancora incerto. Potrebbe essere accaduto quando le prime industrie, sorte come funghi alla metà dell’800, hanno avuto bisogno di mano d’opera per renderle produttive. I novelli imprenditori hanno attratto con mille promesse la gente dalla campagna e, questi, convinti che la vita in città sarebbe stata più sana, pulita e remunerativa hanno risposto a migliaia lasciandosi campi, animali e una fatica mostruosa alle spalle. Così divennero dipendenti dallo stipendio.

Oggi i discendenti dei contadini di allora, più riposati fisicamente, sono giovani indebitati che le banche tengono prigionieri con un guinzaglio cortissimo. Ma la verità è che non  scarseggia soltanto il denaro nelle loro tasche, è il tempo, la vera ricchezza che gli economisti gli hanno rubato.

Lo devono aver fatto consapevolmente perché avendo tempo a disposizione si finisce col riflettere, col parlare, incontrarsi e scambiare idee. Quello che nessun economista vuole è lasciarci il tempo di riflettere, usare il cervello, consorziarci e inventare alternative che ci rendano indipendenti da quel famoso stipendio.

Quando studiavo politica, una delle realtà odierne che mi fece riflettere di più è l’ingerenza sistematica dei grandi istituti finanziari internazionali (World Bank, IMF) negli affari locali dei paesi in via di sviluppo, quei paesi che vivono di economie locali, lente, con poche merci da esportare. Con il presupposto di portare la ‘democrazia’ e aiuti finanziari entrano in queste economie imponendo un modello di sviluppo basato sul superfluo, con un format sempre uguale per ogni paese sia che fosse in Asia o in Sud America: una manciata di industrie e banche guadagnano sotto il controllo del governo, il resto della popolazione diventa un consumatore ‘indebitato’.

Viaggiando sono stata a contatto con molte di queste economie reputate povere. Al contrario di quello che accade nella nostra cultura occidentale, le società con un’economia lenta hanno una solida tradizione famigliare. E’ come se con il denaro, l’acquisto del superfluo, e il tempo che porta via accudire il superfluo, si perdesse di vista la relazione tra persone. Non c’é più tempo a sufficienza per cementare sentimenti e riti in famiglia.

Il prodotto di questa spinta ‘imposta’ alla democratizzazione è abbastanza evidente.. : le ultime generazioni sono incatenate dai debiti e non amano. Vorrebbero tutti disperatamente amare ma non ci riescono. Perché una bella ragazza di 40 anni Laura Mesi deve arrivare al punto di sposare se stessa?

Amare, indiscutibilmente, porta via tempo dalle ambizioni quotidiane perché serve tempo per costruirlo, per sognarlo, per entrare in una dimensione opposta all’affanno.

Non è forse diabolico avere escluso l’amore romantico dalle nostre vite e averlo sostituito con un elenco di gadget che ci rende impenetrabili, antipatici e superficiali?

Ho l’impressione che finché l’uomo (o la donna) avrà una, una sola scusa per non amare, si aggrapperà a quella scusa… si aggrapperà all’arrivismo, al carrierismo.

A forza di gadget e ambizioni ai quali appigliarci per non pensare, per non amare, per sentirci in controllo abbiamo reso questo pianeta una gigantesca pattumiera. E se qualcuno fosse curioso di sapere perché m’interesso tanto all’amore romantico è perché non vedo altra soluzione per guarirci da questa malattia del consumo.

Che l’intensità dell’amore sia inversamente proporzionale alle stupidaggini che invadono la nostra vita lo dimostra l’incontestabile fatto che le più belle lettere d’amore sono quelle scritte dai soldati al fronte alle mogli o fidanzate lasciate a casa o arruolate in un commando diverso dal loro.

Ho fatto due più due rileggendo ‘NIENTE E COSI SIA’ di Oriana Fallaci, il suo libro-diario sulla guerra in Vietnam.

Racconta di aver passato una notte sveglia a leggere il libricino trovato addosso al cadavere di un vietcong e lo commenta in questo modo .. “L’ho letto come si beve un bicchier d’acqua quando si ha sete. Ha dissolto il mio sonno e l’alba m’è caduta addosso.”

“Il mio problema è grosso”, scrive il Vietcong ignoto, “la vita di un soldato è certamente gloriosa ma separarsi dalla donna che si ama è così duro. Il tempo mi scivola tra le dita: ancora un poco e non la vedrò più. Conto ogni minuto, ormai. E mi pongo tante domande: perché si viene al mondo e perché si deve soffrire.” (…) “E’ seguita una immensa esplosione e frammenti di bomba sono caduti ovunque. Uno m’è passato a neanche quattro centimetri dalla testa. Ho udito il fischio. Ma quali leggi misteriose regolano l’esistenza e la sopravvivenza di un uomo?” (…)  “Ci siamo svegliati molto presto e abbiamo fatto colazione prima dell’alba. Tutto è pronto. Ho scritto una lettera a Can e l’ho affidata a un amico che è appena tornato dalla Thailandia. Spero che riesca a spedirgliela. Ho cercato di dirle in questa lettera le cose che mi sembrava di non averle ancora detto. Can, mia Can. Forse mi aspetta la fine, ma la fine del nostro amore non verrà mai. Non verrà nemmeno se io muoio e tu muori. Can, mia Can. Ora dobbiamo andare. Il comandante ci chiama e ci ordina.”

Immaginate solo per un attimo un uomo che si stacca da FB prende carta e penna e scrive con la stessa intensità alla moglie. Lo trovereste un uomo di un altro secolo, un ingenuo o un debole perché la sua mente per un attimo è concentrata ad amare e non a produrre. Quindi, solo se le parole vengono lette sullo sfondo di una guerra spietata che gli fa da contrasto allora riprendono la loro dignità e ci commuovono, perché sappiamo che sono le sue ultime parole scritte. Morirà qualche giorno dopo.

L’amore ritorna ad avere senso solo se nell’equazione entra la morte, ovvero la morte di tutto quello che noi conosciamo come materiale.

Quando stavo scrivendo il libro su mio padre e su come era riuscito a riportare a casa mia sorella rapita nel 1978, mentre lo Stato non era riuscito a liberare l’Onorevole Moro rapito nello stesso periodo, mi sono dovuta documentare, tra l’altro, leggendo le sue lettere scritte dalla prigione.

Per avere un’idea di cosa vuole dire amare dovreste leggere le lettere che Moro, condannato a morte dalle BR, scrive a sua moglie Eleonora. Sono le parole di un uomo recluso, prigioniero politico ingiustificato, abbandonato dal proprio partito e dalle cariche istituzionali che hanno il potere di salvarlo.

Di nuovo, le sue parole assumono gravità e commozione perché la morte, incombente, gli ha tolto fede nel superfluo dirigendola come un laser sul legame terreno, e lui spera, ultraterreno per la moglie.

Tolto il superfluo, riecco il tempo per pensare, per idealizzare, per sognare di essere fuori da una prigione o da un fronte, dentro una forza immateriale, l’innamoramento, che sfama come nessun lusso.

In Europa al fronte non ci andrà più nessuno perché per superare la competizione e le ambizioni di conquista dei vari stati che provocarono due guerre mondiali, Altiero Spinelli, ebbe l’idea innovatrice di proporre una confederazione di stati che nell’economia trovassero il loro tornaconto ed equilibrio… ‘guadagnano tutti così non litigano e non si dichiarano guerra.’ Gli economisti sostituirono i politici e le formule finanziarie superarono le ideologie.

Non c’è guerra lì fuori, è vero. Durante il giorno ritiriamo i soldi al Bancomat, facciamo la spesa, compriamo, consumiamo, mandiamo facce idiote su whatsapp.

E’ la notte che si trasforma in una guerra e il letto in una trincea. Entriamo sotto le lenzuola e la mente s’incammina nel nero compatto, pieno di mostri, come Ulisse nella caverna di Polifemo. All’alba ci sentiamo fortunati ad essere ancora vivi, le ossa spolpate e ammucchiate sotto il mostro addormentato non sono le nostre.

E’ il piccolo prezzo che abbiamo pagato per avere la pace, la democrazia, l’affluenza. E può essere assolutamente non condivisibile la mia ammissione che a volte ho valutato, ipoteticamente e irragionevolmente, cosa fosse tra i due estremi la cosa migliore .. se anni di notti con la luce accesa e giorni decorati di smileys o un colpo mortale dopo avere trovato l’amore.

 

 

PS – Il mio libro ‘L’UOMO CHE RIPORTO’ A CASA SUA FIGLIA’ uscirà a primavera con Rizzoli.

( aggiornamento – l’Editore ha deciso a marzo di non pubblicare il libro perché ha ricevuto una diffida a farlo, a settembre se l’avvocato mi dice che ne posso parlare racconterò cosa é successo)

Il libro che raccoglie le lettere scritte dalla prigionia dell’Onorevole Moro s’intitola “ULTIMI SCRITTI’ ed é edito da PIEMME

 

 

 

 

 

 

 

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  1. Chiara
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