Il segreto delle aree marine protette? Consenso, turismo e controllo

Esattamente 31 anni fa, il 12 novembre 1986 le limpide acque di Ustica diventavano Area Marina Protetta. Era la prima AMP d’Italia. Nasceva molto prima che l’Unione Europea varasse un piano per cui gli stati membri dovranno proteggere almeno il 10% delle loro acque costiere entro il 2020.

“Fortemente voluta dai pescatori di Ustica, per proteggere il proprio mare e le sue risorse,”

ricorda la home page dell’AMP Isola di Ustica. Salvatore Livreri Console, il direttore, è fiero di questa collaborazione:

“Un’Area Marina Protetta può funzionare solo se ci sono il consenso e il sostegno della popolazione locale”

Lo afferma nella sala conferenze a Punta Spalmatore, nel corso di una tavola rotonda intitolata ‘Ustica come modello per altre realtà nel Mediterraneo’. Un modello che ha funzionato bene. Il porto è un via vai continuo di piccole imbarcazioni di subacquei e diportisti. Sotto la sua superficie la sua ricchezza è intatta. Una grande quantità di cernie brune, ricciole di grossa taglia e barracuda attraversano continuamente la visuale di chi s’immerge. Sui fondali praterie di posidonia oceanica si stendono intatte a perdita d’occhio. Da quando sono stati imposti ferrei limiti all’attività di pesca il mare ha ricominciato a dare i suoi frutti. Una specie economicamente importante come il parapandolo, il gamberetto rosa di Ustica, viene prelevato con nasse fabbricate a mano ed esibito sui menù dell’isola con orgoglio.

“Qualche violazione ogni tanto c’è” mi dice Roberto, titolare di un diving centre, “ma è gente che viene da fuori. Uno che ho beccato col fucile subacqueo in mano veniva da Palermo.” Un usticese non si sognerebbe mai di depredare la propria ricchezza. Bar, ristorantini, alberghi e pasticcerie sono pieni. Le facce dei turisti sono quelle di una razza ben precisa: pantaloncini scoloriti, capelli arruffati, t-shirt. Gente d’acqua salata. Solo nel tragitto dal porto alla chiesa di San Ferdinando Re conto dieci diving centre.

L’attività subacquea è una delle poche compatibili con gli obiettivi di conservazione di un’area marina protetta. Ma anche una sostanziosa risorsa economica. Lo riportano due interessanti studi condotto nelle AMP di Tavolara – Capo Coda Cavallo e di Portofino, che hanno quantificato l’indotto creato dal turismo subacqueo. L’area di Portofino, malgrado le prime resistenze all’istituzione dalla AMP, oggi attira dai 45.000 ai 60.000 subacquei l’anno. Tra immersioni, pernottamenti e ristorazione si stima che ogni anno questo turismo porti almeno 7 milioni di Euro. Arriva invece a 14 milioni di euro la ricaduta sull’indotto turistico di Tavolara. Inoltre, nelle acque delle AMP si pesca meglio e con un minore sforzo.

Isola di Ustica

Ma gli esempi di Ustica, Tavolara e Portofino, tra i migliori di una realtà italiana che sul territorio comprende trenta AMP, non bastano a far vincere alcune resistenze locali. In due precedenti articoli ho scritto di due casi, uno a Capo Mortola e uno in Gallura, dove alcuni cittadini hanno formato dei gruppi di pressione con tanto di raccolta di firme e petizioni per impedire la creazione delle aree marine protette nel loro territorio. Si trattava per lo più di pescatori in apnea che si sono sentiti discriminati rispetto ai metodi di pesca tradizionale che invece sono ammessi in alcune zone, mentre la pesca subacquea di qualsiasi tipo non è mai consentita in nessun settore delle AMP. Tra informazioni fuorvianti e posizioni di forte resistenza a decisioni prese a Roma, temevano anche che con le AMP venissero a formarsi delle riserve di pesca ‘ad personam’. Sulla pesca in apnea l’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale) si è già espressa in modo chiaro: la pesca subacquea è ritenuta incompatibile con le AMP e le altre attività subacquee che si svolgono al loro interno.

La soluzione che sembra a portata di mano, divieto di pesca assoluto o fermo a oltranza, può dimostrarsi pericolosa. Il rischio è sociale ed economico. Un punto fermo nella politica delle AMP italiane è infatti la sostenibilità. Lo sanno bene alla FAO e alle Nazioni Unite, dove sono abituati ad affrontare il problema nell’ottica della big-picture. Benessere e sopravvivenza stessa di ben tre miliardi di persone dipendono direttamente dalle risorse del mare. Intervento su realtà socio-economiche locali e protezione dell’ambiente è un binomio imprescindibile. Inoltre la semplice imposizione di aree protette non può essere efficace. Senza gli adeguati controlli e senza il sostegno delle comunità locali, aree marine protette ‘grandi come la Francia’ possono rivelarsi annunci vuoti di significato, mere dichiarazioni a effetto.

Se a Ustica e Portofino i rari episodi di bracconaggio vengono scoperti e segnalati da una comunità consapevole dei suoi beni ambientali, nel sud del Sinai le relazioni tra tribù di pescatori beduini e autorità locali affondano da tempo in uno stallo di incomunicabilità. La diffidenza è tale che quando si trattò di denunciare pescatori alloctoni che pescavano illegalmente in pieno parco marino, i beduini non si rivolsero alle autorità, ma subirono il danno e la colpa. La comunità subacquea si offrì per una mediazione, ma le autorità mostrarono un tiepido interesse alla proposta, per poi intraprendere la solita misura adottata coi beduini: ignorarli. Quando in tutto il Mar Rosso egiziano il turismo calò drasticamente diminuì anche la domanda di pesce sul mercato. Lo stock ittico a detta di tutti gli operatori subacquei locali si è ripreso. Ma una specie è visibilmente diminuita, si tratta dello squalo martello. Senza più alcun controllo è quasi certo che alcuni pescatori abbiano abbracciato una pesca remunerativa quanto distruttiva: vendere le pinne di squalo ai cinesi. La diatriba sulla provenienza dei pescatori di frodo è aperta. Gli egiziani accusano i pescatori del Sudan. Ma di certo nel nord del Mar Rosso gli squali martello sono drasticamente calati col calo del turismo e con la mancanza di controllo.

Ma il caso peggiore di gestione di una AMP con la popolazione locale è probabilmente quello del nord del Mare di Cortez, in Messico. Oggi in quelle acque i volontari di Sea Shepherd, cercando di salvare gli ultimi 30 esemplari di focena messicana, fronteggiano pescatori armati. Un caso di apparente follia, visto che la vaquita (il nome locale della focena messicana) non ha alcun valore economico.

Vaquita intrappolata nelle reti da pesca

La vaquita è vittima by-catch di un’altra pesca distruttiva, la pesca del totoaba, un pesce che viene sventrato ed abbandonato unicamente per estrarne solo un organo: la sua vescica natatoria. La chiamano ‘la cocaina dei cinesi’. Le reti da pesca adatte alla cattura del totoaba imprigionano accidentalmente anche la vaquita, che è un cetaceo di piccola taglia. Il governo ha iniziato con l’imporre il divieto assoluto di pesca, ma senza fornire informazioni adeguate né alternative economiche alle comunità locali. Sentendosi spiazzati e fuorilegge i pescatori si sono alleati ai narcotrafficanti in cambio della loro rete commerciale e della loro protezione. Il governo aveva pensato bene di fare quello che fanno quasi tutti i governi del mondo, finanziare i titolari di licenza di pesca per non pescare. Con il risultato che il denaro è stato investito dai titolari delle licenze in altre attività senza coinvolgere i pescatori dipendenti.

Totoaba

Nell’illuminante articolo pubblicato da Le Scienze di ottobre si esamina una serie di errori: l’incapacità del governo di comunicare e di imporre le sue leggi alle comunità locali, l’incapacità di offrire un’alternativa che accontenti i vari strati sociali coinvolti, un piano turistico mai implementato, nonché l’impossibilità per dei biologi di affrontare meccanismi sociali e antropologici che esulavano dalle loro competenze. Il risultato è che la vaquita è virtualmente estinta, la pesca crudele e distruttiva al totoaba è ancora in piedi e i pescatori locali sono precipitati nella peggiore illegalità. Chiunque sia il rsponsabile sono venuti a mancare tre fattori: comunicazione, turismo e controllo.

Purtroppo nessun paese al mondo può sentirsi al riparo o al di sopra di queste ‘dinamiche del caos’. Tantomeno l’Italia. I dati mondiali sono spesso sovrapponibili, anche alla realtà del nostro piccolo stivale. Il mondo moderno ci sta insegnando che certe dinamiche lontane diventano gradualmente possibili in contesti finora inaspettati. L’istituzione di aree marine protette sono solo un aspetto e forse lo specchio di un complesso quadro mondiale che non possiamo più permetterci di eludere. I punti di riferimento chiari e solidi però ci sono. Sono stati creati degli strumenti come ILTER, International Long Term Ecological Research Network, studiati per affrontare un problema di sostenibilità sempre più complesso. Il tema di quest’anno, per le Nazioni Unite, è “Biodiversità e turismo sostenibile” Le Aree Marine Protette rientrano perfettamente in quest’ottica. Basta saper diffondere i segnali e le indicazioni di chi ha non ha a cuore un mero interesse economico, ma l’umanità intera. E il pianeta in cui vive.

 

 

 

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“Dimmi del Mare”
di Claudio Di Manao

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