Il tempo di mangiar bene

Quante volte mangiate al giorno? E quante di queste volte lo fate fuori casa? Ci saranno risposte diverse per ogni genere di lettore, ma è facile che si assomiglieranno di più quelle provenienti da persone con ritmi lavorativi simili. Una sana alimentazione è composta da 3 pasti e 2 spuntini da consumare seduti e con calma. Questo, per un lavoratore che trascorre l’intera giornata fuori casa, è davvero difficile poiché in una società produttiva il tempo è denaro. Tra i Paesi Europei più sviluppati e con maggior tasso di occupazione troviamo il Regno Unito; non a caso qui la scelta del cibo è incentrata sul quick & easy e lo si vede dai menù di ogni attività alimentare che propongono oltre 40 tipi diversi di sandwitch, preconfezionati e non.

Un recentissimo studio dell’University of Manchester ha calcolato, per la prima volta in assoluto, l’impatto ambientale dei tanto venduti Sandwich, scegliendo la Carbon Footprint come indicatore. Questo valore si misura in grammi di CO2 immessa in atmosfera e, pertanto, è quantificabile con grande precisione. I ricercatori hanno considerato l’intero ciclo di vita del panino, inclusa la produzione degli ingredienti, il packaging, la refrigerazione ed, infine, i rifiuti scartati. Sono stati analizzati 40 tipi diversi di sandwich preconfezionati e il più alto valore di CO2 prodotta viene dal “all-day breakfast” sandwich, contenente uova, bacon e salsiccia. Un solo panino di questi equivale a ben 1441 grammi di diossido di carbonio, pari alle emissioni di un’auto che percorre 19 km. La domanda che si sono posti in tanti è “come fanno pochi grammi del mio sandwich a fare tanti danni?”. La prima risposta sta nella scelta del companatico, infatti, se osserviamo la piramide ambientale capovolta, troviamo in cima la carne, seguita da formaggio, pesce e uova (https://www.imperialbulldog.com/2016/11/01/sano-per-te-sostenibile-per-lambiente/); all’elevato impatto di ognuno di questi ingredienti, bisogna aggiungere le emissioni prodotte dallo stoccaggio del prodotto finito (negozi alimentari, vetrine dei bar e distributori), il packaging usa e getta ed, infine, il suo trasporto e refrigerazione, con valori corrispondenti, rispettivamente, al 25%, 8,5% e 4% del totale. Lo stesso team di ricercatori ha ripetuto i calcoli per il medesimo sandwich, ma fatto in casa. Il risultato, come è ovvio che sia, ha evidenziato valori di CO2 pari quasi alla metà del preconfezionato, con un ulteriore vantaggio in qualità e risparmio. I benefici economici e ambientali che si potrebbero ottenere portandosi il pasto da casa non sono da sottovalutare, infatti, solo nel Regno Unito vengono consumati 11,5 miliardi di sandwich all’anno, metà dei quali sono acquistati ad un prezzo medio di 2 sterline l’uno. Non si parla, quindi, di una nicchia di mercato, bensì di una diffusa scelta che porta ad una spesa annuale di circa 8 miliardi di sterline e ad un’emissione di 9,5 milioni di tonnellate di CO2, equivalenti all’utilizzo annuale di 8,6 milioni di auto.

Essere sempre produttivi per poter guadagnare e possedere cose apparentemente indispensabili per vivere o, semplicemente, per non essere da meno, ci rende schiavi di noi stessi. Ma pensateci bene, non avere nemmeno il tempo di godere dei piaceri della vita, tra cui il cibo, è un vero paradosso.

Ripensate alla prima domanda che vi ho posto e ragioniamo sulla situazione del Bel Paese. Sicuramente la cultura del sandwich non può essere radicata nella mente degli italiani, residenti nella patria del buon cibo, eppure l’assunto lavorativo che il tempo è denaro, è valido anche qui, soprattutto al Nord. Il veloce sviluppo che ha permesso al primo mondo di divenire tale si è basato su di una economia lineare molto nociva per l’ambiente e, sì, anche per la nostra salute fisica e mentale. Gli impiegati che hanno uno spacco pranzo breve sono costretti a preferire il quick & easy, optando per pasti pronti e/o confezionati. Sono ovunque i ristoranti che offrono il menù veloce con sughi preparati dalla mattina ed insalate già assemblate, solo da condire; in ogni zona urbana con uffici (e non solo) si trovano i fast food, gli street food e i take away che in pochi minuti ti servono un pasto precotto e confezionato in un pratico astuccio. Ormai anche le catene dei supermercati ti dicono di far presto, riservando un intero reparto ai cibi pronti, con pasti completi o spuntini, adatti a tutti i gusti e le diete. In questi tripudi di packaging è la plastica che regna incontrastata per offrire confezioni pratiche, accattivanti, monodose e, soprattutto, veloci. Considerato (o imposto) come un valore aggiunto, si traduce in plusvalenza che entra dritta nelle tasche dei grandi marchi alimentari, a discapito dei lavoratori del terzo mondo, sfruttati per la loro manodopera a basso costo.

In un mondo pieno di rifiuti, specchio della società che lo ha abitato, sta finalmente entrando in crisi il mercato della plastica. Forse per la crisi economica derivante dal fallimento del sistema lineare, forse per una maggiore consapevolezza sanitaria e/o ambientale, forse per moda o semplicemente per l’oggettiva impossibilità di andare avanti così ancora per molto, si sta tornando ad un’economia circolare e alla lotta agli sprechi. L’Italia si sta riaffermando nel concetto di slow food e della sua qualità come prima virtù; cibi biologici, a km 0 e, di conseguenza, non confezionati si stanno facendo strada nel mercato del Bel Paese. Al momento, quindi, coesistono i concetti del quick e dello slow, ma se è il consumatore che decide cosa comprare sul mercato, perché non facciamo tutti uno sforzo per rallentare e apprezzare davvero il cibo, quello vero? Basta conservanti e additivi, basta seconda scelta per un finto risparmio, ma, soprattutto, basta incarti di incarti di incarti…. Questa sensibilità degli acquirenti ha portato alcuni Paesi a fare dei piccoli passi avanti, cominciando a proibire alcuni prodotti (per primi i sacchetti per la spesa in materiali non biodegradabili), altri, come la Francia e la Gran Bretagna, annunciando divieti ancora più estesi. Parlo di piccoli passi perché si tratta di un sistema molto complesso che, attualmente, consente di eliminare il packaging solo da una piccola nicchia di mercato, ma la ricerca è al lavoro per trovare materiali e tecnologie in grado di abbattere l’impatto ambientale anche dei grandi numeri del consumo.

 

Uno dei risultati più interessanti è il progetto “Biocosì”, sviluppato da ENEA con la startup pugliese EggPlant che punta a trasformare gli scarti caseari in packaging per alimenti, 100% biodegradabile e compostabile. Questa soluzione innovativa si ispira ai principi dell’economia circolare (ecologica) poiché con l’obiettivo “rifiuti 0 a fine processo”, è possibile tagliare di circa il 23% il costo unitario di produzione del biopolimero. Non è un dato da poco, poiché in Italia l’industria della bioplastica ha registrato un picco di crescita che nel 2015 si è attestato sul 25%, con un fatturato di quasi 500 milioni di euro.

Sempre l’Italia si distingue con 10 progetti premiati in occasione del bando promosso dal Mipaaf, il cui scopo è di contrastare lo spreco alimentare e di ridurre l’impatto ambientale del packaging. Tra questi troviamo sia packaging edibili che tecnologici, in grado di aumentare la shelf-life dei prodotti alimentari, per esempio, informando il consumatore sul grado di maturazione dei prodotti ortofrutticoli.

Tra le altre iniziative interessanti ho letto di una catena di supermercati inglese, Iceland, che ha deciso di adottare una strategia interamente plastic free in ogni suo negozio; il packaging di tutti i prodotti del proprio marchio, infatti, non avrà nemmeno un grammo di plastica.

Non mancano i giganti del consumo tra cui Coca Cola e Mc Donald’s che promettono una radicale riduzione e/o conversione del packaging entro il 2025 con materiale 100% riciclabile e/o compostabile. Considerato l’andamento del mercato e l’interesse del pubblico, aggiunti alle nuove leggi europee sul riciclo e lo smaltimento dei rifiuti, è stata una mossa quasi ovvia (più che sentita), ma infondo è il risultato che conta!

Come possiamo anche noi fare la differenza? Difficile, ma non utopistico e a dimostrarlo sono gli scaffali del supermarket che sono sempre più pieni di prodotti certificati. È questo il risultato delle nostre scelte, di chi è attento agli animali e cerca sulle confezioni il logo Cruelty free o Dolphin Safe, ma anche di chi preferisce il mercato equo e solidale. Per chi vuole proteggere l’ambiente, e con esso anche la propria salute, è possibile cercare altre certificazioni tra cui Sustainable cleaning, Ecocert, Ecolabel, UTZ, Friends of the sea e MSC.

Per approfondire:

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