Green Volunteers, la natura nelle loro mani

Leatherback measuring – · © Moonfish Grenada

La duna bianca precipitava nel mare come inserendosi in una pietra preziosa. Superata la duna c’era un chilometro di spiaggia da controllare. Non un rumore, se non quello appena percepibile di un vento bollente. Nei pochi centimetri d’acqua sul reef costiero, che in quel punto si stendeva per una cinquantina di metri dalla spiaggia, guizzavano piccoli squali pinna nera, che nessuno aveva mai visto in quelle acque. Tutta la zona era militare, essere lì, in quel silenzio, a mappare nidi di tartaruga era un privilegio esclusivo dei ranger del parco. E dei volontari.

Partecipare ad un progetto di conservazione è un’esperienza capace di cambiare le prospettive, se non il corso della vita stessa. Dove la tendenza globale è quella di ridurre i finanziamenti all’ambiente e alla ricerca, il volontariato e la ‘citizen science’ hanno spostato la responsabilità sempre più nelle mani del pubblico. Fino a non molto tempo fa gli ambienti accademici guardavano alla citizen science come a un espediente per creare consapevolezza. Ma se i dati raccolti dalla gente comune non hanno la qualità di quelli raccolti dai ricercatori, sono molti di più. E i monitoraggi possono essere estesi su aree che sarebbe impensabile coprire utilizzando solo personale qualificato. Il bias, la distorsione che si temeva, oggi viene ridotta con successo impiegando correttori e algoritmi avanzati. C’è di più, innumerevoli progetti si sostengono anche economicamente, con il volontariato pagante. Tipico esempio è quello del whale watching, attività grazie alla quale diversi istituti di ricerca hanno trovato fondi che non avrebbero percepito altrimenti.

Inserire trasmettitori satellitari nelle pinne dorsali degli squali e monitorare settori di mare estesi quanto la Lombardia richiede tempo e sostanziosi investimenti. Servono barche adatte con laboratori e attrezzature dedicate a bordo, serve cibo e carburante. Sono vere e proprie spedizioni nel cuore della natura selvaggia, che sempre più spesso diventano possibili solo grazie al pubblico pagante. Trovarlo non è difficile, andarsene a spasso in barca per il Mar dei Coralli a cercare squali tigre e tartarughe verdi, o in Mozambico a fotografare mante e squali balena anche se c’è da lavorare, è una prospettiva più che intrigante. Almeno per me, che non sono per niente interessato a trovare Calzedonia in ogni angolo di mondo.

Chi ama profondamente la natura e ha voglia di darsi da fare ha l’imbarazzo della scelta. Ma spesso progetti e iniziative, soprattutto se di piccole dimensioni, faticano a raggiungere il sostegno vitale: i volontari.

Green Volunteers è una specie di Lonely Planet del volontariato mondiale. Sempre meno cartacea, il database digitale è aggiornatissimo, con più di 450 progetti in tutto il mondo, tra volontariato archeologico, ambientale e umanitario. Nata nel 1996 allo scopo di mettere in contatto centinaia di progetti sparsi nel mondo e migliaia di potenziali volontari, ottiene subito un grande successo. Nel ’99 una copia di Green Volunteers viene esposta al Museo di Storia Naturale di New York come ‘strumento di conservazione’. Nel 2000 è stata definita dagli Inglesi la Bibbia del volontariato. Il fondatore è Fabio Ausenda, Master of Science in Natural Resources alla Cornell University, ha lavorato per organizzazioni internazionali nella protezione ambientale.

Green Volunteers” mi dice Fabio Ausenda “nasce nel ’96 come piccola iniziativa editoriale, un’idea basata sulla mia esperienza nel mondo. Ma è stato grazie a questa forma di piccola impresa che è riuscita a durare per più di 20 anni. Qualsiasi progetto, anche buono, senza un piano economico è destinato a fallire. Prima di internet Green Volunteers era la sola guida disponibile. Oggi con le iscrizioni al sito e qualche vendita della versione cartacea, che è rimasta solo in Italiano, la persona che si occupa di tenerla in piedi, una ragazza che vive a Creta, ne ha un piccolo sostentamento che ripaga il suo tempo, mentre 20 anni fa… ma se Green Volunteers ancora esiste è grazie alla sua politica di azienda.”

Fabio Ausenda

Ne ho scaricata una copia in PDF, per 8 Euro. Come ogni guida che si rispetti inizia con un bel ‘Warning’ seguito dai consigli utili. Tra le righe la sua missione: dare visibilità ai progetti in paesi in via di sviluppo, dove la conservazione ambientale può essere cruciale, che possono sperare solo nel volontariato proveniente da paesi sviluppati.

“È impossibile andare sul posto e verificare le situazioni personalmente,” mi spiega Ausenda “ma dalla velocità con cui rispondono alle email, dagli aggiornamenti del sito e dalle schede che ti chiedono di riempire, si può capire se sono seri. Poi c’è il mondo dei tanti volontari, che comunicano, lasciano commenti. In realtà di episodi negativi ce ne sono stati solo due, uno in Costarica dove alcuni volontari hanno subito un tentativo di rapina, nell’altro caso si trattava di una persona che cercava volontari perché non sapeva lui stesso da dove cominciare… questo è tutto, in più di venti anni di attività.

…Un altro episodio che sembrava negativo e che invece ci ha convinti della qualità della guida riguarda un progetto in Kenya. Si trattava di un progetto di conservazione dei colobo, una specie di primate, nell’ambito della Born Free Foundation. Un giorno mi domandarono un po’ irritati perché li stessi osteggiando. Non capivo. Poi scoprii che negli aggiornamenti era rimasta la vecchia email e loro non ricevevano più volontari. Il problema fu risolto, ma capii così che ricevevano volontari solo da noi.”

C’è molto interesse e la blue e la green economy stanno macinando utili e consensi. Il volontariato potrebbe sostituire la latitanza dei governi sui problemi ambientali?

“Il volontariato può essere utile in fatto di conservazione, ma il costo della conservazione è un costo minimo, visto tutto il resto. La conservazione ambientale è la punta dell’iceberg, in mare ci sono le microplastiche, problemi giganteschi che il volontariato da solo non riuscirebbe mai a risolvere. Poi ci sono degli esempi come l’Istituto Tethys che grazie al volontariato ha messo in piedi il più grande santuario dei cetacei nel Mediterraneo. Il volontariato pagante è sicuramente una grande risorsa, anche se tende a rivolgersi prettamente ad animali simbolo. Non a caso il WWF ha fatto del panda, un orsetto tibetano, un ambasciatore della conservazione delle specie, è con il panda che si sono create le coscienze ambientali.”

Volevo andarmene in barca a vela e sono anni che non traffico di routine con drizze, scotte e winch, una voglia pazza di rimetterci le mani, di bestemmiare per una pedata nella galloccia, ma poi m’è venuta in mente una scena di due anni fa a Yakushima, un’isola Unesco del Giappone. Quella notte le tartarughe marine depositarono proprio sotto il nostro bel terrazzo in tek, alla sola luce della luna. La mattina dopo sulla spiaggia c’era un uomo anziano, era muto. Scavava i nidi e contava le uova. Riportava tutto diligentemente su una scheda e poi seppelliva le uova in un punto della spiaggia più arretrato, all’interno di una recinzione dove né i turisti né l’erosione le avrebbero minacciate. Lo aiutai a scavare in silenzio. Volevo essere quell’uomo lì, senza parole.

Per approfondire:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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