Il countdown per le barriere sta per scadere, ma non possiamo arrenderci

Nel 2004 Il Resto del Carlino dedicò ad un istruttore subacqueo ed alla sua attività due pagine intere a firma di Paolo Giacomin, ora direttore del quotidiano bolognese, dal titolo: “Il mio ufficio tra i coralli.” Quell’istruttore ero io. Avevo scritto un libro proprio sul life-style dei miei colleghi. Ma ora i coralli stanno velocemente scomparendo in tutto il pianeta. Quella grande bellezza che tanti come me hanno visto e mostrato, il pane quotidiano per quasi venti anni, non mi sopravvivrà. La moria delle barriere coralline prima o poi colpirà duramente anche il mio ex ufficio: il Mar Rosso. Trent’anni al massimo, questa è l’aspettativa di vita delle barriere. Ma in questo scenario apocalittico c’è chi lotta disperatamente contro il tempo per cercare di salvare il salvabile, perché la loro scomparsa non riguarda soltanto i sentimenti e i posti di lavoro nell’industria subacquea, sarà una catastrofe ambientale ed economica planetaria.

Le barriere coralline sono una ricchezza immensa non solo per il mare o per chi vive del mare, ma anche per gli abitanti della terraferma; come frangiflutti naturali offrono protezione alle coste contro l’erosione. Il loro ambiente tridimensionale offre sostegno, cibo e riparo dai predatori al 25% di tutte le specie marine conosciute, e fa da nursery all’80% di esse. Purtroppo il mare sta cambiando troppo rapidamente perché i coralli ed altre specie possano riuscire ad adattarsi. Il cambiamento che nel passato si sviluppò in ere geologiche ora sta accadendo nel giro di un secolo. Il pianeta terra e gli oceani hanno già visto di tutto, ma mai un fenomeno così rapido come il riscaldamento globale antropogenico, cioè causato dall’uomo. Negli ultimi trent’anni sono andate perdute il 50% delle barriere coralline globali, con una moria concentrata tra il 2014 e il 2017 per il ripetersi di fenomeni come il Niño.

A Panarea i ricercatori dell’Università di Bologna hanno monitorato i coralli su un gradiente lungo le pendici di un vulcano sommerso per comprendere le loro risposte al riscaldamento globale e all’acidificazione dei mari. Allo Hawaiian Institute of Marine Biology i ricercatori sono andati oltre: hanno esposto i coralli a temperature quasi letali per spronarli ad attivare i geni che li aiutano a gestire lo stress termico. Lo scopo è quello di ricolonizzare le barriere con coralli più resistenti. Ricerche del genere vengono condotte in tutto il mondo, soprattutto nei paesi più colpiti, come le Maldive, l’Australia, e gli Stati Uniti.

L’Australia, dove due terzi del Great Barrier Reef sono stati distrutti o danneggiati irreparabilmente, ha stanziato 60 milioni di dollari per la sua protezione. Ma secondo Dave Vaugham del Monte Marine Laboratory in Florida ce ne vorrebbero 200. Non milioni, miliardi. Vaughan, come riportato da Le Scienze, afferma che varrebbe la pena spendere quei soldi, perché l’economia delle barriere è legata direttamente a mezzo miliardo di esseri umani e il ripopolamento creerebbe posti di lavoro. Gli scienziati stanno facendo quello che gli allevatori e gli agricoltori hanno fatto sin dalla preistoria, selezionano gli esemplari più resistenti per poi farli riprodure.

Purtroppo l’allevamento di coralli, che sono animali e non piante, è una faccenda molto più complicata del grano e dei bovini. I primi successi in questa coltura sono stati realizzati molti anni fa in laboratorio per soddisfare la domanda degli acquariofili che volevano rendere il paesaggio del loro acquario in salotto il più fedele possibile alla realtà. I produttori di acquari e l’industria collegata, seguendo le richieste di mercato si sono impegnati a sviluppare la crescita dei coralli in ambienti controllati, fino alle colture in enormi vasche a cielo aperto. All’inizio era molto costoso. L’allevamento comportava un gran dispendio di energia per l’illuminazione, affidata a speciali lampade, perché i coralli più interessanti per gli acquariofili sono quelli con le zooxantelle, le alghe simbionti, le quali hanno bisogno di luce per la fotosintesi. Oggi in tutto il mondo vengono allevate con successo quasi novanta specie di coralli.

Ma al di fuori di una vasca la natura offre ben altro scenario. Lo spawning dei coralli è uno spettacolo cui ho avuto il privilegio di assistere. Sembra una tempesta di polline al contrario. I coralli iniziano a fumare e una nebbiolina tenue invade il paesaggio. Sono milioni di gameti destinati a essere dispersi nell’acqua per incontrare l’omologo dell’altro sesso e procedere alla fecondazione. Da quest’incontro nascono le larve dei coralli, poco più grandi di un granello di sabbia, minuscoli polipi che daranno vita a colonie così estese da cambiare le carte nautiche, il profilo delle coste e la nostra alimentazione. Ma anche il nostro immaginario. Purtroppo in natura solo una, su un milione di larve, diventa corallo. Per questo la scienza si sta sforzando di allevare coralli in un ambiente protetto per poi liberarli quando sono già formati.

Per far attecchire i coralli sulle zone danneggiate sin dall’inizio si è provato con gli innesti. Gli innesti generano sostanzialmente cloni dello stesso individuo, con un identico patrimonio genetico. Se questo sistema può essere efficace su aree distrutte da traumi meccanici o chimici, davanti al riscaldamento globale non funziona. Per far fronte a un cambiamento ambientale l’unica difesa è la diversità genetica, non la riproduzione asessuata. La specie umana non sarebbe sopravvissuta alle glaciazioni, tantomeno alle epidemie di peste o di spagnola se non  avesse avuto quella sacrosanta varietà genetica che ha permesso a molti individui di sopravvivere. Il problema di molte barriere coralline sta proprio nella loro bassa diversità genetica. I ricercatori affermano che le barriere dei caraibi, quelle che soffrono di più da ancora prima del riscaldamento globale, devono i loro guai ad una bassa varietà genetica. Per questo gli scienziati puntano alla riproduzione sessuata dei coralli, possibilmente di coralli sottoposti a stress termico per ottenere individui resistenti e poi trapiantarli sulle barriere in crisi.

L’intero processo è lungo, costoso e difficile. L’allevamento di coralli è molto più complesso e meno remunerativo dell’allevamento di ostriche perlifere. Non è neanche privo di incognite; nessuno sa cosa succederà quando i coralli manipolati verranno trapiantati sulle barriere, potrebbero imporsi e distruggere le altre popolazioni di coralli invece di sostenerle.

Comunque vada, lo scenario sottomarino non sarà più quello che siamo abituati a vedere: il mio ‘ufficio’ avrà un arredamento completamente diverso. Le barriere del futuro non potranno in nessun caso assomigliare a quelle odierne. Se non saranno preda dell’alga, se sopravvivranno grazie a trapianti e ricolonizzazioni avranno un aspetto irriconoscibile ai nostri occhi. Ci sentiremo orfani di quella bellezza.

Negli ultimi dieci mesi le persone con cui ho parlato più a lungo erano biologi marini. Erano tutti entusiasti del mio ultimo libro, che affronta tra gli altri questo tema. Qualcuno ha detto che si sentiva incarnato nella figura di Thomas Canyon, il protagonista. Non mi meraviglio, dato che quel personaggio come altre figure era stata ispirata anche da loro. I biologi marini mi hanno confermato più o meno la stessa cosa, che la situazione era drastica, devastante ma non mortale. Mi hanno parlato di coralli scoperti a grandi profondità, di particolari specie che resistono bene al riscaldamento globale e altre all’acidificazione dei mari. Per un biologo la vita è evoluzione. La domanda retorica più incisiva l’ha posta una divulgatrice scientifica con la quale collaboro da qualche anno:

“Il mare sopravvivrà, sarà diverso ma ce la farà. Il problema è solo nostro: noi ce la faremo con un mare diverso?”

In quella frase c’era tutta la nostra inconsistenza umana, piagnucolanti davanti a ciò che abbiamo distrutto, al giocattolo che abbiamo rotto da bambini. Gli scienziati americani dicono che la distruzione delle barriere sarà una perdita di posti di lavoro e di pescato e di coste che saranno erose dal mare, e hanno ragione a puntare su questo aspetto del cambiamento perché tutti ormai sono sensibili solo a una cosa: i soldi. Hai voglia a dire che con le barrire perderemo San Pietro, il Louvre, El Prado e il Guggenheim, io oggi non so quanto vale il mio ufficio tra i coralli. Ricordo i miei occhi che acciuffavano un’abbondanza di creature del mare dopo il dono della prima maschera, una di quelle col tubo. Era cinquant’anni fa. Quell’abbondanza l’ho inseguita per tutta la vita, nel Mediterraneo, nel Mar Rosso, nell’Atlantico, fino al Pacifico, a perdifiato, e adesso si sta estinguendo sotto i miei occhi. I miei affetti e i miei ricordi potranno valere nulla sul piano economico, saranno anche un microbo davanti al calderone dell’evoluzione, alla storia del pianeta… eppure non sono per niente pronto a perderli.

AGGIORNAMENTO:
A maggio 2018  il governo australiano ha portato da 60 a 500 milioni di dollari australiani lo stanziamento previsto per salvare la Grande Barriera Corallina.
A fine luglio è nata l’iniziativa Out of the Blue Box, iniziativa della fondazione Tiffany, che offre un premio di 300.000 dollari australiani (pari a circa 200.000 Euro) per l’idea economica, tecnologica o scientifica che salverà la Grande Barriera. https://outofthebluebox.org/

Per approfondire:

 

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