Idroponica, agricoltura 2.0

Coltura aeroponica – © puntog-shop.com

A inizio maggio si è svolta a Tel Aviv la 20° edizione di Agritech, la fiera internazionale dell’industria agro-tecnologica.
Tra intelligenza artificiale, cloud e app a disposizione dell’agricoltore del futuro, grande interesse hanno suscitato le aziende specializzate in colture idroponiche che offrono ai coltivatori programmi di sviluppo che garantiscono i primi raccolti dopo sei settimane e il rientro dal totale degli investimenti entro quattro anni dalla prima semina.
Non è un caso che la fiera si svolga proprio in Israele, dove, il deserto tende costantemente a riappropriarsi di quei lembi di territorio che i coloni hanno faticosamente convertito in terra fertile; una terra dove da sempre si sperimentano le più sofisticate tecnologie per non sprecare la scarsissima acqua e ottimizzare il raccolto in condizioni climatiche non certo favorevoli.
Quando la natura è ostile l’uomo è costretto ad ingegnarsi ed è proprio qui che nascono le prime coltivazioni fuori suolo. Per alcuni di noi potrebbe sembrare ancora un’assurdità ma il cambiamento climatico sta mettendo in seria crisi anche la nostra agricoltura, abituata a sprecare le risorse generose dei nostri territori.

Ma perché esiste un interesse così acceso verso la coltivazione idroponica? A causa dei cambiamenti climatici, il suolo fertile tenderà a scomparire, soprattutto in quelle regioni in cui sta crescendo il fabbisogno alimentare. Secondo la FAO, se non adotteremo nuovi approcci, nel 2050 la quantità di terra arabile e produttiva disponibile per persona si ridurrà a un quarto dei livelli registrati nel 1960.
Se, da un lato, ogni minuto che passa il pianeta perde l’equivalente di 30 campi da calcio a causa del cambiamento climatico e dell’agricoltura intensiva, dall’altro riconvertire delle aree ad agricoltura è un’impresa impossibile visto che sono necessari 1000 anni per ottenere solo tre centimetri di suolo fertile e creare nuovo suolo significherebbe strapparlo alle già poche aree naturali rimaste intatte sul nostro pianeta.
D’altro canto, il 95% di ciò che mangiamo proviene dalla terra per cui è impensabile una, anche graduale, riduzione della produzione. È necessaria una rivoluzione tecnologica che svincoli la produzione dall’uso e consumo di suolo e alcuni esempi ci stanno dimostrando che forse è possibile, grazie all’idroponica.

Coltura idroponica – © houseconnection.us

Lim Chu Kang, a nord-ovest di Singapore è un distretto rurale che si è trasformato in un modello per la coltivazione fuori suolo. Non è difficile capire perché questa tecnologia abbia avuto successo in un’area così densamente popolata.
In ognuna delle tipiche “fattorie del futuro” si trova una serra contenente centinaia di torri di alluminio, di circa 9 metri di altezza. All’interno di queste strutture ci sono decine di scaffali con vasche piene di lattuga, spinaci e altri vegetali a foglia verde alimentati esclusivamente da liquidi ricchi di sostanze nutritive. I tecnici sostengono che, in tal modo, le verdure crescono dieci volte più rapidamente che con i metodi tradizionali, offrendo una fonte di approvvigionamento alimentare sostenibile e producendo una tonnellata di verdure ogni due giorni.

Coltura idroponica -© gamberorosso.it

L’agricoltura fuori suolo sfrutta gli spazi in modo efficiente, consentendo ai produttori di costruire su più piani e non in orizzontale. Una coltivazione del genere si adatta in particolare alle aree urbane dove, si prevede, si concentrerà il 90% della popolazione mondiale nei prossimi decenni. Inoltre, controllando le temperature e l’umidità sarebbe possibile istallare impianti idroponici alle periferie di ogni città e garantire produzione continua di frutta e verdura indipendentemente dalla stagione o dalla latitudine.
La coltivazione idroponica è sostenibile anche per altri motivi: diminuisce il consumo idrico di circa 10 volte rispetto alle tecniche tradizionali e ne riduce ulteriormente il consumo riutilizzando il vapore prodotto dalla traspirazione. Le vasche, poi, possono essere ruotate grazie ad un sistema idraulico, in modo tale che tutte le verdure ricevano la stessa esposizione alla luce.
I membri del Comitato di Consulenza di Pictet-Agriculture ritengono che i sistemi idroponici controllino meglio anche parassiti ed erbe infestanti, diminuendo l’utilizzo di pesticidi e altri prodotti chimici e aumentando la resa perché il clima in serra può essere programmato per accorciare gli intervalli di tempo tra un raccolto e l’altro.
La tecnologia, comunque, è ancora alle prime fasi del processo di sviluppo. Uno degli ostacoli all’espansione è rappresentato dai costi per questo motivo. Ad oggi, l’idroponica è realizzabile solo per prodotti ad alto margine come vegetali a foglia verde, pomodori e fragole.

Coltura fuori suolo di fragole – © wwf.es

Sembra dunque che i vantaggi di abbracciare questa rivoluzionaria forma di agricoltura siano molti ma chi ci garantisce il fatto che con la coltivazione fuori suolo vengano poi effettivamente usati meno fitofarmaci? Per adesso è impossibile certificare le coltivazioni fuori suolo come bio. Per il Regolamento CE 889/2008, non possono essere certificate le coltivazioni fuori suolo, in quanto la produzione biologica vegetale si basa sul principio che le piante debbano essere nutrite attraverso l’ecosistema del suolo e la produzione vegetale ha tra i suoi scopi primari quello di mantenere e potenziare la fertilità del suolo e di prevenirne l’erosione.

Altro dubbio riguarda le emissioni di CO2 e di gas serra. Se si considera il costo energetico per superficie coltivata, appare evidente che la CO2 prodotta è in quantità notevolmente maggiore della produzione tradizionale ma, se si fa riferimento alla produzione, invece, il rapporto si ribalta perché le quantità di prodotto ottenute fuori suolo sono di molto maggiori rispetto alle coltivazioni tradizionali o a quelle biologiche.
In Italia l’agricoltura idroponica deve ancora prendere piede ma iniziano ad affermarsi realtà interessanti. Nel bolognese l’Ipom e la Fri-El Green House producono pomodori; in Toscana Sfera-Waterfood e Phytoponics fanno parte del progetto di accelerazione di Startupbootcamp FoodTech.

Sfera Waterfood – © greenious

E poi si fanno strada tutta una serie di aziende che si rivolgono ai consumatori finali con soluzioni per la coltivazione idroponica domestica come Robonica, Jellyfish Barge (serra idroponica modulare e galleggiante) o Greendea.
Se la strada verso un maggiore uso dell’idroponica sembra ormai spianata rimane solo un dubbio: ne risentirà il gusto delle verdure e dei frutti prodotti? La bontà dei nostri prodotti è data dal gusto e dall’aroma. La dolcezza, per esempio, è determinata dalle concentrazioni degli zuccheri predominanti (fruttosio, glucosio e saccarosio) e dal loro rapporto. L’asprezza o l’acidità sono determinate dalle concentrazioni degli acidi organici predominanti (citrico, malico e tartarico) e dal loro rapporto; minerali come calcio, fosforo e potassio si possono combinare con gli acidi organici e influenzare la percezione dell’acidità. Il sapore delle verdure o dei frutti deriva da tutti questi composti e dal rapporto che c’è tra loro.
Con un uso attento e ragionato della coltivazione idroponica, però, si possono modulare tutte queste componenti e si può, addirittura, intensificare o ridurre lo stress della pianta facendo sì che essa reagisca producendo antiossidanti, come vitamine o pigmenti, che restituiscono un prodotto di qualità. Pensate ai pomodorini di Pachino, coltivati nella punta più meridionale della Sicilia, una zona assolata e caratterizzata da terreni fortemente salini. Questi pomodori sono il frutto di piante in forte stress salino e luminoso, ecco perché sono così piccoli ma saporiti.

Immaginando una futura generazione di agricoltori high-tech attenti e desiderosi di preservare le centinaia di produzioni tipiche locali, possiamo davvero sperare che l’idroponica possa dare un contributo positivo e incisivo all’agricoltura italiana.

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