Piccoli accorgimenti per grandi percorsi

Sono le cinque del mattino. A quell’ora la luce del sole stenta a intrufolarsi timidamente tra i pini marittimi dell’isola di Caprera, in Sardegna. Il suono della sveglia con prepotenza mi ricorda che devo recarmi in aeroporto ad Olbia per accogliere i bambini che parteciperanno al corso di vela per il quale svolgo un incarico di lavoro.

Il tintinnio delle sartie che battono insistentemente contro l’albero delle barche ancorate in rada sembra una melodia composta appositamente per il sole che silenziosamente si innalza sul confine del mare. Ancora un po’ addormentata avvio la macchina prestando attenzione a non guidare troppo velocemente sulla strada sterrata, segnata da solchi di terra profondi che testimoniano il rovinoso passaggio di rivoli in piena, quando le piogge preannunciano la primavera. Grazie all’esperienza maturata fin da piccola, sapevo che le ore mattutine sono le più propizie per avvistare gli animali. È stato proprio alle cinque del mattino che ho avuto il mio primo incontro con l’orso nelle foreste del Trentino, indimenticabile il suo sguardo.

Tutto il mondo dorme, sopito nei ritmi che la vita scandisce quotidianamente e gli animali possono approfittare di questa pace momentanea per cercare cibo, migrare, attraversare le strade o solo fermarsi in riva al mare ad ammirare l’alba.

Un libro dal titolo “Anche gli elefanti piangono” testimonia come alcuni animali, tra cui gli orsi, stiano immobili sulla sommità di una collina, quasi incantati, ad osservare il sorgere del sole.

Prima di salire in macchina mi fermo sul molo per non perdere quell’attimo fuggente, in cui il sole preannuncia il nuovo giorno. Il volo dei gabbiani completa la cornice, pochi secondi e la giornata ha inizio. Mi devo sbrigare.

Avvisto un leprotto sul ciglio della strada, più avanti un cinghiale tra i cespugli mentre una biscia incauta striscia sul terreno disegnando forme sinuose che si confondono con le scie di sabbia disegnate dal vento. La mia levataccia viene subito ricompensata da questi avvistamenti. Le onde del mare sembrano immergersi in quella luce albeggiante e il loro infrangersi dolcemente sulla riva s’intona perfettamente con un’atmosfera tanto naturale quanto surreale.

Lungo la strada però qualcosa di strano mi colpisce. Un corvo nero, per nulla impaurito dal rumore dell’auto, sembra non volersi spostare dal centro della strada. Non ne capisco il motivo. Freno lentamente e scendo dalla macchina. Mi accorgo di una minuscola creatura indifesa e spaurita in mezzo allo sterrato. Quel corvide, accanendosi, stava tentando di divorare un piccolo riccio intento a raggiungere la pineta. Scaccio energicamente il corvo, afferro dalla macchina un panno per raccogliere il piccolo riccio facendo attenzione agli aculei e a non trasferirgli il mio odore. Per metterlo al sicuro dal passaggio di altre macchine e dai corvi lo trasporto nella pineta vicino al ciglio della strada, nascondendolo tra gli aghi. Salvataggio assicurato, missione compiuta.

Riparto velocemente, i bambini mi aspettano in aeroporto. Lungo il percorso ripenso a quanto i processi di predazione siano naturali. Il corvo si ciba per sua indole di piccoli ricci, ma è la strada costruita dall’uomo il vero predatore. Migliaia di volte i ricci vengono investiti dalle macchine incuranti dei minuscoli abitanti del territorio. Quando le strade non esistevano, quando Giuseppe Garibaldi, l’eroe nazionale, aveva costituito una piccola comunità di pastori, mezzadri e amici proprio a Caprera, un paradiso terrestre dove era stato esiliato, i ricci potevano vagare liberamente e neanche il nostro eroe indubbiamente si era mai preoccupato di disturbarli durante la sua permanenza.

Qualche anno fa una nota casa di abbigliamento sportivo aveva lanciato una campagna in difesa degli orsi grizzly che vedevano limitato e dimezzato il loro areale a causa delle autostrade che con prepotenza si erano imposte sul loro habitat. Freedom to roam era lo slogan, liberi di errare il significato delle parole.

Nessuno meglio di me poteva trovarsi d’accordo con tale messaggio. Solo la pronuncia di quelle parole ampliava i miei sentimenti di libertà. Tuttavia, se strade e cemento causano danni ingenti agli habitat degli animali, sento il bisogno di trovare valide motivazioni che diano positività al problema e mi facciano vedere il bicchiere mezzo pieno. Non tardo ad arrivarci e scopro in breve tempo come a fronte dei danni provocati dall’uomo sia proprio l’uomo in grado di riparare in parte tali danni.

Se nel mio piccolo mi sentivo orgogliosa di aver salvato un piccolo riccio, scoprivo che a Londra c’è chi costruisce sottopassaggi per favorire i delicati percorsi dei ricci. E se in questi giorni non si parla d’altro che della favola del matrimonio di Henry e Megan, trovo ancora più’ originale questa favola meno famosa e acclamata, ma con elementi reali nel vero senso della parola. Michel Birkenwald, gioielliere inglese, è l’autore che ha iniziato anni fa a costruire appositi passaggi e tunnel per aiutare i ricci a spostarsi liberamente da un’area verde all’altra nei centri urbani, frammentati da strade, muri e recinzioni, senza correre il pericolo di essere investiti.

Si ritiene che nel Regno Unito ogni anno almeno 150mila ricci vengano uccisi dagli autoveicoli. Dal 2000 ad oggi il numero di ricci presenti in Gran Bretagna ha subito un gravissimo declino e la popolazione si sarebbe dimezzata. Se negli anni Cinquanta vivevano circa trenta milioni di ricci, oggi si calcola che siano meno di un milione. Questi piccoli mammiferi, particolarmente amati dagli inglesi ed eletti specie nazionale nel 2013 sono minacciati dalla perdita di habitat causata sia dall’agricoltura intensiva, sia dalla diminuzione di invertebrati di cui si nutrono, dovuta all’impiego di pesticidi.

Ogni notte un singolo riccio percorre mediamente 1-2 chilometri in cerca di cibo, coprendo un’area di circa dieci ettari. Spesso le peregrinazioni vengono ostacolate da recinti e cancelli ed è quindi importante che gli abitanti si assicurino che questi animali possano attraversare i loro giardini. I tunnel connettono gli habitat frequentati dai ricci e collegano spazi verdi, come parchi, giardini e cortili, ormai frammentati. Michel Birkenwald ha fondato la Barnes Hedgehog, un’organizzazione che, gratuitamente, realizza passaggi per ricci in tutta Londra, praticando su muri e recinzioni piccoli fori delle dimensioni di un CD e affiggendovi un’apposita segnaletica con l’avvertenza di non chiudere involontariamente tali aperture. “Sono solo una persona normale che ha deciso di aiutare uno dei nostri mammiferi più adorabili”, ha affermato Birkenwald. L’iniziativa ha riscosso molto successo e quasi 50mila persone si sono iscritte a Hedgehog Street per diventare ambasciatori dei ricci in diverse aree.

Passaggio per ricci – © HK Hedgehogs

Mi entusiasma pensare come in una città tanto caotica e trafficata ci siano piccoli grandi pensieri per piccoli esseri come i ricci. Fondamentale è l’importanza dei corridoi ecologici. La natura si addentra sempre di più nei centri urbani, ma aumenta anche la nostra consapevolezza di convivere al meglio con gli animali che la rappresentano.

Anche il Giappone è ricorso a stratagemmi simili a quelli esistenti a Londra. Tale paese è probabilmente uno dei luoghi più sicuri per la vita delle tartarughe, almeno per quelle che si muovono lungo le linee ferroviarie tentando di attraversare i binari. Sono arcinote per la loro lentezza e questa peculiarità non viene meno quando i rettili tentano di attraversare i binari, mettendo a repentaglio la loro sopravvivenza e causando talvolta rallentamenti al traffico ferroviario.

© Imperial Bulldog

Accade infatti che le tartarughe finiscano col rimanere intrappolate fra le rotaie e, incapaci di uscirne, siano costrette a seguire un percorso forzato sin quando o rimangono bloccate o si trovano di fronte a meccanismi di scambio dove vanno a incastrarsi. La compagnia nipponica West Japan Railway Company per tutelarne l’incolumità ha deciso di installare dei tunnel che consentono alle tartarughe di attraversare le rotaie.

I sottopassaggi, realizzati in collaborazione con il Suma Aqualife Park della città di Kobe, dove gli animali feriti vengono trasferiti per ricevere soccorso, sono costituiti da trincee in calcestruzzo poco profonde che passando direttamente sotto i binari conducono ad uno stagno vicino. Un’idea semplice per conciliare rispetto per la natura ed esigenze umane.

Si è così riusciti a ridurre non solo la mortalità dei rettili, ma anche i ritardi ferroviari da loro provocati e i conseguenti danni a rotaie e treni. Accorgimenti che possono essere estesi ad altri Paesi con linee ferroviarie in prossimità di zone umide popolate da tartarughe. Nessun premio Nobel, solo pensieri gentili di persone umili che limitano i danni provocati dall’uomo. Da non dimenticare che le tartarughe hanno fatto la loro comparsa molto prima dell’uomo; i loro percorsi sono più antichi di qualsiasi migrazione compiuta dall’uomo di Neanderthal. È un dovere occuparsi di loro.

Rospi BufoBufo

Caso analogo quello dei rospi. Ogni anno i rospi BufoBufo, compiono vere e proprie migrazioni percorrendo numerosi chilometri dai luoghi in cui vivono abitualmente sino a quelli di riproduzione: dalle pendici delle montagne verso laghi, stagni o semplici corsi d’acqua dove le loro uova verranno deposte e fecondate.

Proprio all’inizio della primavera questi animali si svegliano dal letargo invernale e scendono dai monti per raggiungere le pozze d’acqua a deporvi le uova. Ma dove un tempo tutto era bosco, sono state costruite le case e di conseguenza le strade. Un pericolo per i rospi, che rischiano di venire uccisi investiti dalle macchine in corsa.

Da anni in diverse regioni attivisti e volontari si incontrano per salvare i rospi ed evitarne l’estinzione. Viene praticato il barrieraggio, ossia con l’ausilio di paletti, teli di plastica e filo di ferro, vengono montate, dove consentito, delle barriere a bordo strada.

Tale espediente serve per dirigere questi animali direttamente nei cosiddetti rospodotti, canali artificiali sotto le strade che permettono di raggiungere le zone d’acqua evitando il passaggio su vie trafficate. Non trascurabile anche l’azione di recupero: raccogliendoli in secchi, i volontari recuperano i rospi dispersi in mezzo alle strade o fermi dietro le barriere per trasferirli in sicurezza nelle zone d’acqua. Fondamentale l’accorgimento adottato dai volontari di indossare i guanti per raccogliere i rospi che, essendo animali a sangue freddo, potrebbero subire a contatto con le mani delle scottature. Aiutare i rospi a raggiungere le zone d’acqua è un modo per conoscere questi splendidi animali e salvarli concretamente da morte certa.

Esistono anche casi in cui l’uomo, pur non essendo responsabile dei danni provocati, si dimostra pronto a intervenire con notevole dispendio di sforzi ed energie e qui nasce la favola.

Quante volte ci si smarrisce e vorremmo che qualcuno ci prendesse per mano aiutandoci a trovare la strada giusta. Può essere la vecchietta aiutata dal boy scout ad attraversare la strada, ma anche una balena pilota che l’uomo può soccorrere per farle riprendere il mare.

È un esempio di gentilezza pura quello di persone che volontariamente prestano azioni di soccorso ed è forse un sentimento innato che scaturisce soprattutto quando il dolore ci afferra; ecco che gli animali ci offrono l’occasione di far emergere doti nascoste. I cetacei nella loro ingenuità ci danno questa possibilità.

È il caso degli spiaggiamenti che avvengono quando un cetaceo per varie cause si smarrisce, arenandosi sulle spiagge e finendo col morire o per disidratazione o per l’impossibilità di supportare il proprio peso oppure perché l’alta marea viene a coprire lo sfiatatoio. Sotto il peso del corpo i cetacei rischiano il collasso dei loro organi; in mare sono infatti più leggeri, ma una volta fuori dall’acqua la forza di gravità li schiaccia.

Può capitare che una balenottera resa fragile da una malattia, dalla perdita di orientamento o da chissà quale causa guidi involontariamente il gruppo nella direzione sbagliata oppure che un singolo animale spiaggiato spinga il branco a rispondere alla richiesta di aiuto, facendolo spiaggiare a sua volta. Un effetto pericoloso quello dei richiami di aiuto emessi per attirare i propri simili, che finiscono anch’essi con lo spiaggiarsi nel tentativo di avvicinarsi ai compagni in difficoltà.

Catena umana per soccorrere balene in Nuova Zelanda / 2017 © Marty Melville / AFP

Avviene anche che spingendosi in alcune baie dove la profondità del mare diminuisce in modo molto graduale, i cetacei non riescano ad accorgersi in tempo utile di essere finiti in acque poco profonde. Tanti problemi che promuovono comunque una catena umana del tutto istintiva e spontanea per ridare nuovamente la libertà ad animali intrappolati e in difficoltà. In quest’opera di soccorso i volontari si adoperano con il massimo sforzo per cercare di preservare la temperatura corporea delle balene piaggiate, tentando di idratarle, bagnandole con l’acqua, proteggendole dai raggi del sole, in una corsa contro il tempo.

Si aspetta così l´alta marea sperando che la portata d’acqua ridia vita alle balene, consentendo loro nuovamente di nuotare, ma il vero aiuto è quello prestato dalle persone che accorrono lungo le spiagge e con incredibili energie si adoperano per idratare e salvare gli sfortunati animali.

Anche in questo caso sono piccoli importanti accorgimenti quelli che permettono agli abitanti del mare di proseguire il loro errare marino per continuare a compiere i percorsi necessari a salvaguardare la biodiversità, cardine fondamentale per la sopravvivenza in natura.

Quel giorno a Caprera avevo salvato un riccio e sull’esempio di un certo Martin Luther King che sosteneva “I have a dream” sentivo di aver esaudito nel mio piccolo un sogno, quello di contribuire alla libertà di errare, che è una prerogativa fondamentale per ogni singolo vivente. Sempre aneliamo a sensazioni di libertà che ci fanno sentire vivi, liberi da ogni schema e costrizione.

È doveroso a mio parere puntare la luce del faro su piccoli accorgimenti da escogitare a favore degli esseri più indifesi; è doveroso offrire un po’ della nostra libertà agli animali che per sopravvivere hanno bisogno, esattamente come noi, di vagare liberamente.

Torno a Caprera con i bambini accolti in aeroporto e racconto la favola del riccio salvato. Mi fermo nella maestosa pineta dell’Isola di Caprera proprio là dove avevo deposto il piccolo riccio all’ombra di un imponente pino marittimo, sperando che il corvo non lo abbia più cercato né scovato.

Chissà dove si sarà eclissato, lo immagino con gli eleganti aculei avanzare lentamente verso la scogliera dove, nascosto tra secchi ciuffi di armeria, potrà ammirare tranquillo il tramonto.

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