Quando la soluzione è peggiore del problema

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, su proposta ufficiale dello Stato Sloveno, ha istituito la prima giornata mondiale delle Api che si è svolta il 20 Maggio 2018. Sono 115 gli Stati Membri che hanno co-sponsorizzato questo nuovo evento primaverile, il World Bee Day (https://www.worldbeeday.org/en/ ), ed hanno scelto una data che cade proprio nel periodo più importante dell’anno in cui le Api, e tutti gli altri pronubi, svolgono il loro preziosissimo lavoro. Celebrazione pura, poiché ancora incontaminata dalla frenesia consumistica, sarà interamente dedicata alla tutela di questi insetti tramite l’informazione pubblica, con attività didattiche, divulgative, pratiche e, ovviamente, ludiche. Un regalo in più è stato fatto dall’Unione Europea che, oltre ad aderire alle celebrazioni, ha approvato, in data 27 Aprile, il divieto di impiego (all’aperto) di pesticidi ad ampio spettro, poiché considerati i maggiori responsabili della moria delle Api.

I prodotti vietati appartengono tutti alla classe dei neo-nicotinoidi, ovvero sostanze simili alla nicotina contenuta nelle piante di Tabacco ed in grado di agire sul sistema nervoso di moltissime specie di insetti. Il lungo processo di coevoluzione ha portato piante e parassiti ad armarsi o difendersi per la sopravvivenza ed, in questo modo, ha permesso il perfezionamento di armi chimiche molto efficaci (https://www.imperialbulldog.com/2016/03/27/e-la-dose-che-fa-il-veleno-piante-tossiche-e-loro-impieghi/ ) che, purtroppo, l’uomo ha deciso di potenziare ulteriormente (la fatale proposizione neo- delle famigerate sostanze nicotinoidi). Numerosissimi studi condotti dall’Efsa (European Food Safety Authority) hanno dimostrato che i pesticidi bannati, ovvero Clothianidin e Imidacloprid della Bayer e Thiamethoxam della Syngenta, hanno effetti negativi duraturi poiché restano a lungo nell’ambiente anche dopo l’applicazione. La vita media del Clothianidin nel suolo, per esempio, è stata misurata fra 148 e 6900 giorni, a seconda del tipo di substrato (sabbioso o argilloso); l’Imidacloprid viene rinvenuto, in concentrazioni tossiche per le Api, nei pollini e nel nettare di fiori non trattati, ma cresciuti negli stessi terreni gasati anche 2 anni prima. L’ampio spettro di azione di questi prodotti, inoltre, colpisce anche gli insetti predatori, benefici per le coltivazioni e, soprattutto, per l’equilibrio dell’ecosistema, poiché garantiscono il controllo delle specie infestanti.

Davvero una buona notizia, quindi, per gli impollinatori degli Stati dell’UE firmatari, ovvero ben 16 in totale, Italia compresa. E qui la grande incoerenza del nostro Governo il cui ex Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, nei suoi ultimi giorni di carica, ci ha regalato un Decreto davvero agghiacciante. Questo provvedimento del 13 Febbraio (vedi link in fondo) prevede, tra le altre cose, l’uso indiscriminato e massiccio di diversi pesticidi, Imidacloprid compreso, per debellare un insetto vettore del batterio Xylella fastidiosa, apparentemente responsabile del disseccamento di molti Ulivi pugliesi. A questo punto ci si chiede se l’Italia ne abbia informato la Commissione Europea o se l’intenzione sia di derogare le restrizioni, per altro già in vigore, per l’Imidacloprid.

Ebbene, la vicenda è lunga e complessa, più di quanto sembri, perciò ho deciso di affrontarla per capitoli.

Homalodisca vitripennis,  uno degli insetti vettori della Xylella – © macroid.ru

La Xylella e i suoi vettori

La Xylella fastidiosa è un batterio, gram-negativo, presente in tutto il mondo con 4 o più sottospecie. Vivendo nello xilema di molte specie, dalle arboree alle erbacee, questo patogeno ostruisce i fasci vascolari delle piante e le porta, in tempi più o meno lunghi e con diversi stadi intermedi, alla morte per disseccamento. La sua diffusione avviene principalmente a causa di insetti, perlopiù emitteri, che, nutrendosi della linfa xilematica (grezza), risultano degli efficientissimi vettori. Tra questi spiccano Homalodisca vitripennis e Philaenus spumarius, quella che in gergo comune viene chiamata Sputacchina.

Ulivi pugliesi colpiti dalla xylella – © quotidianodipuglia.it

Alberi secolari  infetti eradicati – © terraevita.edagricole.it

Storia infettiva, in breve

In Puglia, nell’Ottobre 2013, ha fatto la sua prima comparsa la temutissima Xylella, infettando gli Olivi salentini e dando il via all’avanzata del Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo (CoDiRO); da allora è una continua lotta al contenimento poiché, apparentemente, non esiste ancora una vera cura. Senza addentrarci in una storia lunga e oltremodo contorta, diciamo che l’unica soluzione che era stata individuata era di abbattere gli Ulivi infetti o potenzialmente infetti, ma, trattandosi di alberi secolari, protetti dall’UNESCO e fonte di guadagno per le comunità locali, ci sono state non poche difficoltà. La Regione si è spaccata in due a seconda degli interessi diretti, con da un lato il Popolo degli Ulivi e dall’altro il popolo dei “abbattete, altrimenti arriva anche da noi”. Tra ignoranza, imbarazzanti accuse di complotto e cattiva gestione del problema, il batterio ha avuto tutto il tempo di avanzare (come era naturale che fosse) e mettere in allarme tutti, dalla Regione, allo Stato ed anche l’Europa. Quest’ultima ci impose di “tagliare, tagliare, tagliare” e, per questa emergenza, elargì diversi fondi di cui ora vuol vedere i frutti; la Regione dopo un iniziale “no, possiamo curarli” (ma davvero? E come?), ora chiede ulteriori aiuti, burocratici questa volta, per poter procedere agli abbattimenti e non andar incontro a pesanti sanzioni; lo Stato, invece, con il Decreto ministeriale di Martina, dice “abbattiamo e gasiamo tutto”, in pieno stile nazista, si è detto…

Il Decreto Martina

Il documento “Misure di emergenza per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di Xylella fastidiosa nel territorio della Repubblica italiana”, ma più comunemente noto con il nome di “decreto dei veleni”, consiste in tre prescrizioni obbligatorie (in)utili a combattere il batterio e il suo insetto vettore. Queste, in ordine temporale di attuazione, sono: rimuovere ogni pianta infetta ed ogni altro vegetale presente in un raggio di 100 metri da essa (3 ettari di terreno per campione positivo); rimuovere ogni filo d’erba con aratura meccanica del terreno, o trinciatura e successivo interramento, o piro-diserbo (davvero? in una regione così arida e soggetta ad incendi?) o utilizzando diserbanti vari, glifosato compreso; irrorare ogni centimetro quadrato delle zone colpite con insetticidi ad ampio spettro per ben 4 volte, 2 tra Maggio e Agosto e altre 2 tra Settembre e Dicembre. Tra gli insetticidi indicati dal Ministero figurano Acetamiprid, Deltametrina, Etofenprox, IMIDACLOPRID, Lambda Cialotrina e, solo per le coltivazioni bio, l’olio essenziale di arancio dolce.

Albero di ulivo in perfette condizioni

Olive malate – © salepepe.it

Ripercussioni ecologiche

Volendo chiudere un occhio sulla gravità secondaria, ma assolutamente non nulla, dell’inutile abbattimento di migliaia di Ulivi pluricentenari, come soluzione adottata in risposta ad un’infezione poco conosciuta e senza dare possibilità alla natura di fare il suo corso, pensiamo solo a quanto è cambiato, e ancora cambierà, il paesaggio pugliese (ambiente diverso= componente biologica diversa). Arare e diserbare ogni campo urbano ed extra-urbano in pieno periodo di fioritura vuol dire decimare, se non condannare, la popolazione di insetti pronubi (Api, Bombi, Sirfidi ecc) di mezza Puglia poiché, se non già morti per i diserbanti, saranno impossibilitati a fare il pieno alimentare in vista della stagione secca e siccitosa che segue. Come se la desertificazione di un terreno esposto agli agenti atmosferici non bastasse, si aggiunge anche il danno della scomparsa di ogni specie vegetale spontanea che, per inciso, fa parte della biodiversità locale (nel solo Sud Italia esiste il 30% della biodiversità europea). Passiamo alla terza prescrizione obbligatoria del Decreto, forse quella più temibile: considerando che per irrorare un territorio tanto vasto (700.000 ettari circa), con le modalità indicate, serviranno non meno di 4.2 milioni di litri di insetticida, i danni che seguiranno saranno davvero ingenti, sia per gravità che per quantità. Aria, acqua, terreni e prodotti agroalimentari di mezza Puglia saranno contaminati da pesticidi ed erbicidi di ogni sorta e questo contribuirà a sterminare gli impollinatori sopravvissuti. Una cosa è certa, senza insetti pronubi non ci sarà produzione per alberi da frutta, legumi, ortaggi o qualsiasi altra pianta allogama, con una conseguente alterazione dell’intera rete trofica regionale (https://www.imperialbulldog.com/2018/05/09/gli-indispensabili-insetti-impollinatori/ ).

Conclusioni

L’epidemia di Xylella non è sicuramente da prendere ancora sotto gamba, ma cercare inutilmente di risolverla con procedimenti che causeranno danni incalcolabilmente più gravi, non è una mossa saggia, sostenibile o anche solo da contemplare, figuriamoci da attuare. In molti si stanno battendo per il diritto costituzionale a vivere in un ambiente sano, i ricorsi al TAR stanno piovendo a catinelle, invocando un’abrogazione per un decreto tanto INSOSTENIBILE per l’ambiente, la salute umana, l’economia ed il turismo di una regione che è già in ginocchio.

 

Per approfondire:

 

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