Oceano di stelle

Dark Sky Sanctuary, Nuova Zelanda – © Mark Russell / Sophi Reinholt / The Renegade Peach Project

Avevo atteso quel momento da quando ero salito a bordo. Il primo incontro era avvenuto a Rio de Janeiro molti anni prima, ma stavolta volevo meritarmelo navigando verso sud, parallelo dopo parallelo. Intorno ai 27° Nord la Croce del Sud spuntò magnifica e rassicurante, ci diceva che eravamo nel pieno della forza dell’aliseo. Non ho mai amato troppo la luna piena, in quel viaggio cominciai addirittura a detestarla. Con la sua luce mi nascondeva le stelle, milioni di stelle, stelle che nel mezzo dell’Oceano Atlantico sembravano grandi come arance. L’atlante astronomico, sotto l’esame di una fioca luce tascabile, mi aiutava a dare un nome alle meraviglie che osservavo.

Scivolando su quella distesa nera e senza confini, tornavo nei panni di un uomo antico. Non mi era difficile leggere nelle stelle una sorta di sguardo degli dei. A quell’orologio preciso e immutabile i nostri antenati avevano affidato l’esplorazione del pianeta, e del futuro. Sotto il loro sguardo ognuno di noi diventa un poeta, un navigante, un carovaniere. Se c’è una scienza che ha accomunato tutte le antiche civiltà, è sicuramente l’astronomia.

E quindi uscimmo a riveder le stelle è l’ultimo verso dell’Inferno nella Divina Commedia di Dante. È una visione liberatoria, che nel più grande poema dell’umanità segna la fine delle sofferenze. In questa breve frase c’è l’uomo che ricomincia a respirare dopo essersi lasciato alle spalle un mondo claustrofobico.

Scrive Oswald Wirth, ne ‘I Tarocchi’:

“Noi siamo precipitati in una notte profonda: ma quando alziamo lo sguardo al cielo, vediamo brillare le Stelle. Queste luci celesti ci incoraggiano e ci fanno sentire che non siamo abbandonati, poiché gli dei, chiamati in origine ‘gli splendenti’, vegliano su di noi.”

L’osservazione delle stelle era una scienza sacra. Nella storia dell’Occidente sono stati decisamente i carovanieri del medio oriente ad affidarsi per primi alle stelle, per affrontare un mondo privo di riferimenti come un altro mare: il deserto. Egizi, assiri e babilonesi elevarono l’astronomia al massimo livello delle conoscenze, affidata spesso a sacerdoti.  I Magi, forse simbolo della saggezza misterica dei Caldei, seguirono una cometa per recare i doni al nuovo Re. Non furono da meno Maya e Aztechi, che costruirono osservatori ovunque, che orientarono i templi secondo gli equinozi e che videro nel percorso di Venere le spire di Quetzalcóatl, il dio serpente.

Discesa del dio serpente nel giorno dell’equinozio – Piramide Maya di Kukulkan,  Chichen Itza – Messico

Ma mentre in Occidente la navigazione marina era ancora essenzialmente costiera, dall’altra parte del globo i polinesiani affrontavano viaggi impensabili già dal 2500 A.C. Nessuno sa ancora spiegarsi come i popoli del Pacifico riuscirono a raggiungere e abitare tutte le terre emerse dei Mari del Sud senza bussola.

Il primo a sbigottirsi fu James Cook, quando nel 1796 prese Tupaia, un alto sacerdote dell’isola polinesiana di Raiatea, esperto in navigazione, a bordo dell’Endeavour (ne abbiamo parlato qui). Tupaia era in grado di orientarsi per centinaia di miglia di mare grazie a una mappa che teneva a mente e che disegnò per il Capitano Cook con una facilità estrema. Tutto ciò che sappiamo dell’abilità di un Tupaia è che l’osservazione delle stelle giocava un ruolo fondamentale. Ma come gli antichi polinesiani riuscissero ad usarle senza ricorrere alla bussola e a calcoli complessi resta ancora un mistero. Tutta quella conoscenza, spesso archiviata come magia o ‘sesto senso’, sta per perdersi per sempre con  l’adozione della tecnologia da parte delle più remote tribù.

Le tartarughe marine ci indicano che stiamo prendendo una strada sbagliata, ma anche come fare a tornare sulla rotta giusta. Oggi faticano a ritrovare la spiaggia dove sono nate a causa dell’inquinamento luminoso lungo le coste. Per ritrovare quella spiaggia, che è la stessa dove depositeranno le uova, si orientano con le stelle per migliaia di chilometri in mare aperto. Le coste della Florida, per esempio, sono ormai un continuo di alberghi e abitazioni. Ma in alcuni tratti sono stati adottati sistemi di  illuminazione stradale che aboliscono l’uso di lampioni. La segnaletica orizzontale è stata sostituita dai led, e ai condomìni in riva al mare è stato imposto di oscurare le finestre nel periodo della deposizione. Ogni tanto qualcuno si accorge che la semplice osservazione della natura può generare ricchezza. Anche l’osservazione delle stelle.

Lo spettacolo del cielo notturno può essere redditizio. Generalmente si tratta di piccole attività che consistono in un telescopio e in un appassionato di astronomia. In Nuova Zelanda invece, qualcuno ha pensato in grande, proponendo un’isola intera come Dark Sky Sanctuary, un vero santuario del cielo in mezzo al mare, in un’isola priva di illuminazione notturna.

Dark Sky Sanctuary, Nuova Zelanda – © travelandtourworld.com

“Ero felice di aver avuto un ‘jet leg’ così pesante. Sveglio alle 3 e 30, mi trovo sul balcone del nostro lodge con mia figlia di nove anni a fissare per ore il cielo notturno più incredibile che avessi mai visto, prima che l’alba cominciasse lentamente a cancellare le stelle.”

Mi sono immedesimato in quelle due figure, il giornalista di The Guardian e sua figlia, come in due antichi abitanti del pianeta davanti al miracolo notturno del cielo e del mare primordiali. L’isola di Great Barrier conta solo 950 abitanti, che fanno affidamento esclusivamente sull’energia solare ed eolica. Di giorno il mare offre la vista delle specie più amate dal pubblico: balene, delfini e squali martello. Un mondo lontano dal mondo. Ma forse farei meglio a dire: indietro nel tempo, visto che ogni angolo del pianeta, compresa l’Antartide, è ormai raggiungibile dai turisti.

Purtroppo lo spettacolo delle stelle ha fortuna in luoghi sempre più remoti. Nelle aree meno selvagge bisogna salire sempre più in alto. E questo trend non è solo dettato dall’inquinamento luminoso, ma anche da internet. App e realtà virtuali (vedi suggeriti) interferiscono sempre di più con le esperienze dirette, ponendosi come filtro tra persona e realtà, tra uomo e mondo circostante. L’immagine di quel giornalista e sua figlia, come il ricordo della Croce del Sud in pieno oceano, continuano a farmi pensare all’Alighieri e al Tupaia che ancora vivono in noi.

“Siamo tutti nel rigagnolo, – scrisse Oscar Wilde – ma alcuni di noi guardano le stelle.”

 

Per approfondire:

 

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