I.N. Intelligenza Naturalistica

© Imperial Bulldog

Nell’altopiano tibetano, a 4500 metri sul livello del mare, si trova Nagqu, l’unica città cinese totalmente priva di alberi. Qui l’assenza di forme vegetali più grandi di un arbusto ha portato ad un crollo mentale dei militari che, costantemente in attesa della licenza per recarsi a Lhasa, erano famosi per saltare giù dai loro autobus per poter abbracciare, con lacrime di pura gioia, i primi alberi che comparivano durante il viaggio. Con il pieno appoggio dei cittadini di Nagqu e il particolare interesse del Presidente cinese, è in atto un piano costosissimo (e impattantissimo) che mira ad usare l’energia solare raccolta da pannelli collegati a griglie di rame sotterranee, per sciogliere il permafrost e permettere agli alberi di crescere nei pascoli tibetani. Un progetto molto ambizioso che sta già dando i primi frutti e, allo stesso tempo, allarmando gli scienziati per un’alterazione tanto drastica dell’ecosistema e del suo delicato equilibrio. Seppur eccessivo, questo comportamento non ci deve stupire tanto poiché è stato dettato da una necessità portata all’estremo, la stessa necessità che, più o meno consciamente, ci porta (tutti) a cercare il contatto con la Natura, persino quello di una pianta da appartamento.

altopiano tibetano – © Lanka005

A voi capita mai di sentire un forte bisogno di stare a contatto con la Natura? O, più semplicemente, vi capita di sorridere da soli mentre vi perdete con lo sguardo in un paesaggio naturale? È un’emozione particolare, difficile da descrivere, ma sempre piacevole. Questa sensazione di pace e benessere, mista ad abbandono emotivo, è considerata da molti come un legame speciale con la Natura.

Come faccio a sapere che siamo in molti a pensarla così? È stato scientificamente provato!

La prima ipotesi scientifica sulla Biofilia è stata proposta nel 1984 da Edward O. Wilson, biologo ed entomologo dell’Università di Harvard. Nel 2002 lo stesso Wilson, a seguito di prove sperimentali e numerosi confronti con diversi studiosi, ha perfezionato la sua teoria descrivendola come segue: “l’innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente”. Si parla, quindi, di un istinto innato (genetico) che ci lega alla natura e agli organismi viventi che popolano il pianeta; un legame che dura da tre milioni di anni e centomila o più generazioni, il risultato di una coevoluzione genetica e culturale, il cui valore adattativo è paragonabile alle cure parentali di una madre, Madre Natura. I due costrutti principali su cui fonda la teoria biofilica sono l’Empatia asimmetrica e la Fascinazione, entrambi processi osservati nella specie umana.

La capacità di provare empatia è comparsa nella specie homo a seguito del lungo processo evolutivo che ha visto la donna (femmina della specie) affinare sempre più l’istinto sociale come soluzione utile ad accudire la prole (https://www.imperialbulldog.com/2018/03/13/levoluzione-e-femmina/ ). L’empatia si è talmente evoluta nel tempo da estendersi ad interi gruppi sociali (empatia per condizioni generali) e, in forma traslata, ad animali (umanizzazione delle espressioni) o alla sacralità della vita vegetale e di certi luoghi naturali. Questa si definisce Empatia asimmetrica proprio per la contraddizione terminologica del concetto di empatia (totale comprensione emotiva di un proprio simile).

La Fascinazione è la seconda forma di attenzione umana e differisce dalla prima, quella diretta, poiché è involontaria, ovvero non richiede alcuno sforzo ed è resistente alla fatica. Mentre è attiva la fascinazione, l’attenzione diretta può riposarsi e rigenerarsi, dando al cervello la possibilità di tornare ai livelli massimi di efficienza. È stato osservato come, oltre ad attività ludiche e di problem solving, anche l’immersione in ambienti naturali faccia insorgere questa attenzione involontaria, rigenerativa e rassicurante.

© Imperial Bulldog

Secondo Wilson anche la scelta dell’habitat è un’importante manifestazione di biofilia poiché, già nella seconda metà del ‘900, aveva riportato come gli esseri umani di tutte le latitudini, messi in condizioni di scegliere liberamente il luogo in cui vivere e lavorare, prediligevano un ambiente naturale in particolare. Le caratteristiche che si ripetevano sempre erano tre: una posizione sopraelevata con ampia visuale, avere davanti uno spazio aperto con prati e alberi sparsi, essere in prossimità di una distesa d’acqua. La preferenza per questo tipo di habitat continua a manifestarsi anche oggi come scelta estetica, del tutto priva di valenza pratica; tuttavia viene letta da molti come un retaggio evolutivo dei lunghi trascorsi umani nelle savane africane, prossimali a boschi e fonti d’acqua. Seguirono diversi studi su questo “paesaggio universale” che continuava a riconfermarsi come modello di bellezza artistica, ma anche come immagine in grado di evocare emozioni positive, come se nel nostro cervello fosse impresso il tipo di ambiente che, tanto a lungo, ci ha permesso di sopravvivere. D’altra parte, se non fosse stato già impresso geneticamente nei nostri lontani progenitori, noi non potremmo essere qui a pensarci su.

Come tutti i comportamenti complessi, anche la biofilia può coinvolgere una serie di emozioni diverse, talvolta contrastanti, che vanno dall’attrazione all’avversione (biofobia), dalla meraviglia all’indifferenza, dalla tranquillità all’ansia. C’è ancora molto da scoprire poiché si tratta di un argomento che attraversa numerose discipline (biologia evolutiva, ecosociologia, psicologia, etologia umana…), tutte al lavoro per comprendere meglio questi comportamenti umani innati che ci legano al mondo naturale. Ciò che mi sta affascinando nella lettura di testi e pubblicazioni, è che la quasi totalità degli studi, seppur condotti separatamente, si confermino o completino a vicenda. Sono tante, per esempio, le prove empiriche e scientifiche che hanno dimostrato come questo legame con la natura agisca sulla psiche umana in un duplice verso, ovvero dando piacere in sua presenza, ma anche incompletezza in sua assenza, proprio come per i soldati della città di Nagqu.

Guardiamo, ora, ai nostri vantaggi giornalieri dello stare in Natura. Uno studio dei ricercatori del Max Planck Institute for Human Development di Berlino ha dimostrato come vivere in prossimità di ambienti naturali sia legato ad una migliore funzionalità dell’amigdala, la parte del cervello che entra in funzione nei momenti di stress. Altri studi condotti alla Harvard T.H. Chan School of Public Health hanno dimostrato come il tasso di mortalità delle donne residenti fuori città sia fino al 12% inferiore rispetto a quelle che vivono in contesti urbani. In pratica la Natura contribuisce ad una maggiore plasticità del cervello, influendo positivamente sull’allontanamento di malattie legate alla senilità (Scientific Reports). Ma non solo, diversi altri benefici sono stati riportati in questi anni di ricerche: maggiore vitalità, creatività aumentata del 50%, miglioramento dei sintomi di demenza, miglioramento della memoria, maggiore senso di appartenenza e di autostima, miglioramento dei sintomi di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività).

Le stime prevedono che, entro il 2050, oltre il 70% della popolazione mondiale risiederà in ambienti urbani. Quali saranno le ripercussioni fisiche e psicologiche di questo pool di cittadini estremamente alto? Considerando il sempre crescente numero di studi a sostegno della positività del legame uomo-Natura, cosa si potrebbe fare per modificare la pianificazione strutturale delle città? Sarà sufficiente rendere le città più verdi (nel vero senso della parola)? Se fino ad oggi la modificazione della Natura (vecchio habitat) da parte dell’uomo ha mutato la natura stessa dell’uomo (il suo comportamento), un rinverdimento del nuovo ambiente umano (le città) ci trasformerebbe ancora? E in che modo?

Shinrin yoku

In attesa di questo cambiamento, troviamo una soluzione più veloce ed immediata per i cittadini di oggi. La Psicologia dello sviluppo riscontra in tutti i bambini le stesse tappe evolutive del nostro rapporto con la Natura. Fin da piccolissimi, dai 6 mesi ai 2 anni, siamo attratti dalle forme in movimento poiché movimento=vivente; successivamente cresce l’attenzione verso i cuccioli di vertebrati e l’avversione per artropodi e serpenti; verso i 3 anni si sviluppa interesse per la vita vegetale, mentre dagli 8 anni si comincia ad osservare ed esplorare il mondo che ci circonda. Anche se la Biofilia è innata, però, è necessario che ai bambini siano forniti i giusti stimoli per acquisire queste competenze; come in ogni fase di crescita, forzature ed incidenti o, più frequentemente, l’assenza del giusto contatto con la Natura può portare a disturbi più o meno gravi. Tra questi si va dalla semplice avversione (biofobia) a gravi disordini psichici con conseguente insensibilità nei confronti della Natura. Secondo la Teoria delle Intelligenze Multiple proposta da Howard Gardner, con i giusti stimoli, è possibile sviluppare l’Intelligenza Naturalistica, ovvero l’ottava manifestazione di intelligenza umana. Questo potenziale psico-biologico ci permette di entrare in profondo contatto con organismi non umani, sviluppare ragionamento logico e sensibilità emotiva verso ciò che è naturale. E per chi è già cresciuto? Una pratica sempre più ricorrente è l’eco-terapia che comprende una serie di specializzazioni tra cui la conosciutissima pet therapy e la sempre più emergente pratica giapponese dello Shinrin yoku che vuol dire bagno nel bosco. E voi? Possedete già l’I.N.?

 

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