Cubomedusa, la specie marina più pericolosa al mondo – dove vive e come difendersi

Quindici anni fa Teresa Caretta, ricercatrice australiana, fu punta per la seconda volta da una cubomedusa e chiese al Dr. Richard Fitzpatrick, cineasta e ricercatore che era a bordo con lei, di filmare tutto, dal primo soccorso all’ospedalizzazione. Il video fu mandato in onda dal National Geographic Australia, purtroppo non disponibile in rete. Tagliarono le scene dove Teresa si contorceva dal dolore. Restarono quelle dove s’era gonfiata fino a diventare irriconoscibile. È una dei pochi sopravvissuti a una specie letale di cubomedusa. Commentando il video con un’altra ricercatrice lei disse:

“Molta gente pensa che le cubomeduse esistano solo in Australia. Sai perché? Qui ci sono innumerevoli università che se ne occupano, abbiamo un monitoraggio consistente, mettiamo i cartelli sulle spiagge”. 

Oggi, dopo il triste incidente accaduto alle Filippine dove Gaia Trimarchi  (una bambina di 7 anni) ha perso la vita, quelle parole tornano alla mente con un brivido. Le meduse sono esseri planctonici: anche se sono in grado di nuotare, si spostano seguendo venti e correnti, ma è solo l’Australia che viene collegata immediatamente alla presenza della cubomedusa, o box-jellyfish.

“Un presenza significativamente sottostimata”

Uno studio del Travel Medicine Journal pubblicato nel 2011 suggerisce che

“la frequenza e la gravità delle punture di meduse che colpiscono i turisti nel Sud-Est asiatico sono state significativamente sottostimate. Casi gravi e fatali di punture da cubomedusa si verificano nelle acque costiere al largo della Malaysia peninsulare e Sabah, Borneo. I rapporti del DAN (Diver Alert Network) rete internazionale che si occupa di ricerca  e di fornire una risposta diretta alle emergenze di subacquei, indica una carenza storica nei meccanismi di segnalazione per tali eventi, carenza nella documentazione fotografica delle possibili specie responsabili, carenza nei consigli di trattamento. L’applicazione dei principi di prevenzione e di trattamento delle punture da specie marine in tutta la regione può aiutare a ridurne l’incidenza e la gravità.”

Lo stesso studio riporta che nelle Filippine si verifica il più alto numero di decessi, dai 20 ai 50 all’anno. Dagli studi non ci è dato sapere quanto ciò dipenda da una massiccia presenza delle specie più letali o da una carenza di strutture mediche. Resta che le Filippine, e non l’Australia, al contrario di ciò che suggerirebbe l’immaginario popolare, sono il paese dove la cubomedusa uccide di più. Vietnam, Cambogia, Thailandia, Indonesia e Malesia sono paesi frequentemente visitate da queste specie che prediligono le acque poco profonde. Incidenti fatali sono stati riportati in Malesia anche sul versante dell’Oceano Indiano, quindi al di là dello stretto di Malacca. Ma esistono specie di cubomeduse in quasi tutti i mari tropicali e subtropicali. Le specie potenzialmente letali sembrano essere limitate all’Indo-Pacifico, anche se ne esistono nei Caraibi, nella zona di Bonaire, dove l’unico decesso registrato è quello di un bambino di 4 anni. Dal 1989 ci sono stati all’incirca 50 avvistamenti confermati, principalmente a Bonaire, poi Messico, St. Lucia, Honduras, St. Vincent e Grenadine. I casi di avvelenamento, con dolore intenso e lesioni epidermiche, sono stati solo tre. In quell’area un solo caso ha richiesto il ricovero in ospedale.Conoscere il pericolo
Essere punti (e non morsi, come si legge su qualche testata) è un evento estremamente raro, ma tanto pericoloso da indurre a prendere serie precauzioni. Alcune specie di cubomedusa possono uccidere un essere umano adulto in soli tre minuti, neanche il tempo necessario per un primo soccorso. Purtroppo è facile incontrarle in acqua bassa dove, s’accumulano per il vento e le correnti.

Riconoscerle, se la visibilità in acqua lo consente, è abbastanza facile: l’ombrello ha una forma inconfondibile di cubo smussato trasparente, con riflessi grigi o bluastri. I tentacoli si estendono da ogni angolo. Sono animali complessi, con un meccanismo di propulsione e un sistema nervoso molto sofisticato, per  delle meduse. Hanno fino a 24 occhi, alcuni di essi con cornee e retine, che consentono loro non solo di rilevare la luce ma anche di riconoscere e circumnavigare oggetti immersi per evitare la collisione. Mentre alcune meduse vivono della simbiosi con alcune alghe, le cubomeduse catturano piccoli pesci, che vengono immediatamente paralizzati al contatto con i loro tentacoli. Successivamente portano la preda nell’ombrello per la digestione. La maggior parte delle specie cacciano di giorno e di notte riposano sul fondo.

Secondo il DAN la specie più pericolosa è la Chironex fleckerii. Ha un ombrello di circa 20 centimetri di diametro e tentacoli che vanno da pochi centimetri a fino a 3 metri. Il contatto con i suoi tentacoli innesca il processo di avvelenamento più potente e letale noto alla scienza. L’avvelenamento da Chironex fleckerii provoca un immediato dolore lancinante seguito da insufficienza cardiaca. La morte può sopraggiungere in tre minuti. Gli studiosi hanno scoperto che un componente del veleno fa breccia nei globuli rossi provocando un massiccio rilascio di potassio, probabile causa del collasso cardiovascolare. Per fortuna le punture di molte altre specie non sono necessariamente letali, ma nel caso va sempre attivato il servizio medico di emergenza. Il picco della loro presenza in Australia è stata registrata tra Novembre e Aprile, che corrisponde alla stagione estiva, ma non si può mai essere totalmente sicuri che non ve ne siano durante il resto dell’anno.

Difendersi con un collant
Gli studi effettuati hanno posto in evidenza che il veleno contenuto nelle nematocisti, le cellule urticanti, viene innescato non dal semplice contatto, ma dalle sostanze chimiche presenti nella pelle. Per i subacquei che si immergono con mute di neoprene, che lasciano esposte pochissime porzioni di epidermide, il rischio è limitato a pochi centimetri quadrati. A chi cammina in acque basse, invece, è vivamente consigliato indossare un collant. A chi nuota è consigliato di indossare un body intero di nylon o lycra, che nelle stagioni estive può anche funzionare da protezione contro le scottature senza dover ricorrere a creme solari nocive per i coralli.Primo soccorso
Sulle sostanze da impiegare per le punture di medusa purtroppo circolano ancora rimedi empirici e ‘cure della nonna’ che non hanno alcuna evidenza scientifica, come l’applicare alcool, acqua ossigenata, ammoniaca, urina, acqua dolce, schiuma da barba e, come abbiamo appreso dall’incidente nelle Filippine, nafta, che può avere un effetto su cellule vive, ma della cui efficacia non abbiamo alcun riscontro scientifico. Il loro utilizzo può essere inutile o (come è il caso dell’innocua acqua dolce) far rilasciare ancora più veleno dalle cellule urticanti a contatto con l’epidermide. Solo l’aceto domestico si è dimostrato efficace.

Il DAN consiglia di seguire le stesse procedure per la puntura di qualsiasi medusa in questo ordine:

1 – Attivare immediatamente il servizio medico di emergenza locale.

2 – Monitorare le vie respiratorie e la circolazione della vittima. Prepararsi a eseguire la RCP in qualsiasi momento.

3 – Evitare di strofinare l’area. Sfregare l’area colpita aumenterà in modo esponenziale il processo di avvelenamento.

4 – Versare generosamente o spruzzare l’area colpita con aceto per non meno di 30 secondi. Lasciare riposare l’aceto per qualche minuto prima di intraprendere altri passi.

5 – Sciacquare l’area con acqua di mare (o soluzione salina). Utilizzare una siringa con un flusso costante di acqua per rimuovere eventuali resti di tentacoli. Non strofinare! Non usare acqua dolce, questo potrebbe causare un massiccio rilascio di cellule urticanti.

6 –  Il calore può denaturare le tossine. Immergere l’area interessata in acqua calda (45 ° C) per 30-90 minuti. Se l’acqua calda non è disponibile, applicare un impacco freddo o ghiaccio in un sacchetto di plastica asciutto.

7 – Sempre: allertare al più presto il servizio sanitario di emergenza.

La caravella portoghese nel Mediterraneo
Non è una medusa, ma una vera cooperativa tra quattro esseri marini (polipi) differenti. A quanto pare sta invadendo il Mediterraneo dove, secondo le ricerche, non è nuova. Stavolta il riscaldamento globale c’entra ben poco: la caravella portoghese predilige acque atlantiche temperate. La sua puntura, anche se quasi mai mortale, è estremamente debilitante, pericolosissima per le persone allergiche. Ha tentacoli che possono raggiungere i 50 metri, mediamente 10, e un ombrello violaceo che galleggia in superficie. Anche se spiaggiata è pericolosissima, le cellule urticanti contenute nei suoi tentacoli possono sopravvivere molto a lungo. Le procedure di primo soccorso sono le stesse indicate per la cubomedusa.

Caravella portoghese

Perché il pericolo è stato largamente sottostimato?
Lo studio citato all’inizio è stato condotto con la partecipazione di Google. Non sarebbe mai stato possibile raccogliere tanti dati senza internet e senza il supporto mirato del più grande motore di ricerca, che ha vagliato anche le pubblicazioni di cronaca, grazie all’interessamento del DAN. Ma il quadro complessivo, che esula la linea degli studi citati, rispecchia anche una realtà scientifica globale e socio-econmica allarmante. La maggior parte dei fondi per la ricerca sulle specie marine vanno a (o provengono da) l’industria della pesca. Non tutti i paesi che sanno della presenza delle cubomeduse nelle loro acque sono disposti (o si possono permettere) di monitorarle scientificamente, di apporre cartelli sulle spiagge, di mettere bottiglie di aceto a disposizione del pubblico, conservare gli antidoti negli ospedali, di creare una consapevolezza tra gli operatori turistici marittimi. Semplicemente perché non stanziano fondi adeguati. E non tutti i paesi, come invece ha fatto l’Australia, sono disposti a terrorizzare i loro turisti.

Australia: una bottiglia di aceto sotto il cartello d’allarme

Teresa Caretta, citata ad inizio articolo, è una biologa marina che studia le specie più letali di cubomeduse, una che le ha maneggiate. Lo ha fatto in ambiente controllato, circondata dal miglior know-how scientifico del pianeta (quello australiano). Per chiunque altro la probabilità di essere colpiti è quasi la stessa della classica tegola che cade giù dal tetto, o l’essere colpiti da un fulmine. Ma indossare un body in lycra, dove si può sospettare la loro presenza, potrebbe essere il parafulmine perfetto.

 

Per approfondire:

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