Pesca e pesci: 10 miti da sfatare

Sri Lanka © Vittoria Amati

FAO e WWF ci avvertono che l’Europa ha finito le sue scorte di pesce. Nel coro di notizie, per chi le legge, non suona come una novità, dato che secondo le Nazioni Unite lo stock ittico mondiale è vicino al collasso. Ma sulla pesca e sui pesci resistono dei miti, alcuni da sfatare del tutto, altri abitano aree decisamente grigie.

1 – L’acquacoltura è sostenibile
Il consumo di pesce di allevamento è di gran lunga preferibile al consumo del selvatico, ma per ora è soltanto una dura scelta obbligata. La metà del pesce consumato nel mondo viene dall’acquacoltura, senza la quale non ce ne sarebbe abbastanza per tutti. Gli allevamenti ittici permettono alle popolazioni ittiche che vivono e si nutrono in libertà di riprodursi e accrescersi, ma spostano il problema sulle altre. Le specie di allevamento, le più pregiate, sono carnivore, come i salmoni, i dentici, le orate e i tonni. Questi ultimi vengono spesso mantenuti in ‘tonnare volanti’ che consentono il loro accrescimento all’interno di gabbie fisse dopo la cattura. I dati pubblicati da ricercatori e ambientalisti mettono in evidenza che per ogni kg di accrescimento dell’allevato vengono catturati dai 2 ai 5kg di pesce selvatico. Il consumo aumenta nelle specie di particolare pregio. Se per allevare 1 kg di salmone occorrono 5 kg di pescato, il tonno ne richiede fino a 15. Questo sposta il problema su altre specie ittiche. Inoltre la maggior parte del by-catch (catture accidentali diverse dalla specie target) che finisce nelle reti, nella maggior parte dei casi viene rigettato a mare e non utilizzato per produrre farine di pesce per gli allevamenti ittici o pollame. Se si riuscisse ad ottimizzare l’utilizzo delle catture accidentali, che mediamente costituiscono il 10-20% delle catture totali, saremmo già a buon punto. Un altro fatto a sfavore degli allevamenti è il loro inquinamento. L’allevamento di pesci in gabbie favorisce l’inquinamento localizzato, con la concentrazione di antibiotici, pesci morti ed escrementi in aree limitate. Nel pesce di allevamento sono state registrate alterazioni genetiche che se trasmesse potrebbero compromettere il selvatico.

Il consumo di pesce d’allevamento resta comunque la scelta ‘meno drammatica’ per la salvaguardia degli stock e quindi la salute dei mari. Allevatori e produttori di mangimi stanno attivamente studiando soluzioni per rendere questa attività sempre più sostenibile. È lecito assecondare gli allevatori, ma l’acquacoltura, con eccezione di cozze e ostriche, non è ancora una perla di sostenibilità.

2  – Squali e uccelli marini tolgono pesce ai pescatori
È vero il contrario. Dissero la stessa cosa per giustificare lo sterminio delle foche nell’artico. L’analisi dei complessi modelli matematici con cui si cerca di interpretare la rete alimentare marina dimostra che non c’è nessuna relazione diretta. Per comprendere come questa relazione non sia: 1 predatore in meno = 100 pesci in più, bisogna conoscere il ruolo dei predatori nei mari e non solo. I predatori cacciano sostanzialmente gli esemplari più deboli e malati, i più facili da catturare. Agendo così mantengono sotto controllo le popolazioni ittiche alleggerendo la loro pressione sull’ambiente. Quindi: riducono il propagarsi delle malattie, migliorano le qualità genetiche del branco, lo alleggeriscono da esemplari prossimi alla fine del loro ciclo vitale. (La natura non prevede alcuna forma di INPS). In sostanza facilitano l’accrescimento sano delle loro prede. A meno che non si tratti di una vera e propria invasione di specie aliene, come per esempio è accaduto nei Caraibi con il pesce leone, difficilmente un predatore si moltiplica a dismisura. Se i predatori aumentano, o sono una specie invasiva, o c’è più pesce.

Partendo da questo sospetto in Canton Ticino, in Svizzera, è stato condotto uno studio sui cormorani del lago Ceresio, sensibilmente aumentati di numero. Gli studi, finanziati proprio da un’associazione di pescatori, hanno rivelato che i cormorani si nutrivano essenzialmente di una specie infestante. Ma se questo è un esempio da prendere come modello ce n’è un altro che fa accapponare la pelle. Pochi mesi fa in Giappone la prefettura di Okinawa ha dato il via libera alla pesca agli squali (predatori ormai al collasso) seguendo i suggerimenti dei pescatori, i quali li ritenevano responsabili del depauperamento degli stock ittici, ma anche di fantomatiche uccisioni di esseri umani. Una scelta delirante che purtroppo avrà delle ripercussioni proprio sul prodotto che cercano di salvare: il pescato.

3 – Il pesce è un elemento insostituibile nella nostra dieta
È Marketing. Se fosse così insostituibile le tribù e le etnie che si sono sviluppate e ancora vivono nelle steppe e nei deserti si sarebbero estinte, e tutti i vegetariani nel mondo avrebbero dei seri problemi di salute. Alla base di questa diffusa convinzione ci sono il famigerato fosforo e gli Omega 3. Il fosforo, le cui qualità vengono decantate da magazine e rubriche sul benessere (che spesso non hanno attendibilità scientifica) è comunque presente in grandi quantità in innumerevoli altri alimenti, dalla crusca di frumento alle uova ai formaggi ai molluschi. In quanto agli Omega 3 è recente la notizia scientifica, ma assai poco rimbalzata dai magazine specializzati in diete e alimentazione, che non esiste alcuna prova scientifica dei loro benefici sul sistema cardiovascolare. L’estesa devastazione del krill antartico, la base nella rete alimentare oceanica, ha come complice un marketing irresponsabile sui vantaggi di questo acido grasso dalle ‘proprietà miracolose’, che miracolose non sono affatto. In alcune pubblicità si legge che dal krill viene estratta ‘la qualità migliore di omega 3’, in risposta alla concorrenza che ha iniziato ad estrarlo dalle alghe. Gli Omega 3 e il vecchio olio di fegato di merluzzo avranno anche le loro qualità nutritive utili per la salute delle nostre ossa, ma non c’è prova che siano benèfici per il sistema cardiovascolare. L’olio di oliva, molto più sostenibile, è senz’altro più efficace. Questa scoperta sugli Omega 3 ha rivelato un aspetto importante delle nostre abitudini alimentari, spesso dettate da mode basate su cognizioni pseudoscientifiche mai indagate, ma soprattutto da imponenti operazioni di marketing. Dietro il consumo del pesce e dei prodotti ittici in generale operano lobby influenti che cavalcano lo sfruttamento del mare mascherandolo da antiche tradizioni. Alla  luce di questa ricerca il consumo di pesce sembra rientrare nella dimensione che gli spetta: una promozione dell’industria del lusso.

© Vittoria Amati

4 – La pesca sportiva all’amo è sostenibile
Esente da dubbi è solo il catch-and- release, cioè  la pratica che  prevede il rilascio immediato della preda. Per quanto la pesca sportiva all’amo possa sembrare ininfluente sugli ecosistemi marini è una pesca mirata a singole specie e praticata da milioni di adepti. Il monitoraggio sui suoi effetti è più facile in ambienti delimitati come laghi e fiumi, dove lo è anche il monitoraggio delle specie e delle loro popolazioni. Per quanto riguarda la pesca in mare i dati sono insufficienti, non esattamente per mancanza di controlli quanto di statistiche adeguate. Mentre sulla pesca industriale, e sui suoi effetti deleteri, esistono studi estesi ed approfonditi, gli studi sull’impatto della pesca sportiva sono stati promossi prevalentemente dalle stesse associazioni di pesca, che spesso non dispongono di fondi adeguati. Dell’impatto di questo tipo di pesca in mare sappiamo molto su ciò che resta accidentalmente sul fondo, come ami, esche, lenze e piombi, meno su ciò che viene prelevato e sugli effetti del prelievo. In Italia particolarmente sembra esserci una grossa carenza di studi in merito. Mentre in altri paesi sono state adottate consistenti misure di divieto, in Italia si tende ad evitare il suo bando anche in aree marine protette. Perché? I dati non sono sufficienti per un bando, ma soprattutto si teme una ricaduta sull’industria turistica.

Pescheria a Bologna – ©Vittoria Amati

5- Il tonno che compriamo al supermercato viene dal Mediterraneo o dall’Italia
Una minima percentuale del tonno pescato in Italia o nel Mediterraneo è in mostra sul ghiaccio tritato delle pescherie e dei supermercati. Il tonno rosso Thunnus tyhnnus, la qualità più pregiata al mondo, viene ceduto in grandissima parte al mercato giapponese, dove un esemplare può essere venduto allo stesso prezzo di un appartamento al centro. Sulle nostre ghiacciaie finisce meno del 20% di quella specie, il resto va in sushi maguro. È più facile trovare l’Albacore, o tonno pinna lunga, pescato più o meno ovunque, ma più facilmente nelle lontane acque degli oceani Indiano e Pacifico. Il  mercato del tonno è forse l’aspetto più surreale del mercato globale della pesca. Il tonno rosso della regione atlantica, tra cui il Mediterraneo, è soggetto a quote e controlli dell’ICCAT, International Convention for the Conservation of Atlantic Tuna, è un ente che si occupa anche di inviare ispettori a bordo dei pescherecci. L’ICCAT cerca di mantenere alta la quotazione del tonno rosso limitandone le catture e tenendo sotto controllo la popolazione. Fin qui tutto bene a favore del tonno, ma la tentazione di mantenere la specie al lumicino è alta. Il prezzo elevato fa contenti tutti: in una sola battuta di pesca si guadagna per sei. Anche gli stock di Albacore, tonno pinna lunga, e di altre specie sono in rapido depauperamento. Le tecnologie attuali, paragonabili a quelle delle astronavi, consentono catture al di fuori dell’immaginabile, per di più nel mezzo degli oceani, dove non esistono controlli e le flotte da pesca che non si sono munite di un etica o che non hanno aderito a protocolli di controllo possono fare ciò che vogliono.

6 – Se aumentano le catture vuol dire che c’è più pesce
Questo può essere valido se la pesca viene condotta con una tecnologia identica a quella precedente, ma dal momento che la tecnologia  avanza di continuo è lecito chiedersi quanto, dietro l’aumento delle catture, abbia influito un miglioramento tecnologico. Nel passato molti paesi bannarono l’uso del ‘fish-finder’ oggi un innocuo aggeggio del tutto superato da strumenti satellitari, da rilevatori del plancton e ecoscandagli in 3d. Più catture più pesce può valere per le flotte da pesca tradizionali, piccole imprese e cooperative di pescatori che pescano con le stesse barche, che non dispongono dell’aiuto dei satelliti o altre innovazioni. Non può assolutamente valere per le flotte hi-tech.

7 – I pesci non provano dolore
L’idea del pesce che non sente il dolore ha fatto comodo a molti, ma più avanziamo negli studi sugli animali, più ci rendiamo conto che sono simili a noi. Il fatto che i pesci siano privi di corteccia cerebrale ha indotto molti a supporre che non avessero memoria né potessero provare dolore come lo provano i mammiferi, per esempio. Ma recenti studi hanno confermato il contrario. I pesci, come altri esseri viventi che non dispongono di corteccia cerebrale, sono capaci di provare e ricordare le sensazioni di paura e di dolore per poter sfuggire alle minacce che mettono in pericolo la loro integrità. Questo avverrebbe in modo ‘diffuso’ nel loro sistema nervoso. Curiosamente una scoperta analoga, quella della ‘coscienza diffusa’, riguarda anche l’essere umano.

8 – La pesca in apnea non arreca alcun danno
Fra tutti i tipi di pesca è la più leale e selettiva, ed ha una grande valenza sportiva. Ma il suo impatto ambientale su aree ristrette e su determinate specie target oggi può essere consistente. Dagli anni ’70 in poi la pesca subacquea con le bombole fu bandita più o meno in tutto il mondo perché ci si era resi conto di quanto questa pratica fosse potenzialmente distruttiva. Il vantaggio di un uomo con bombole e fucile, capace di raggiungere profondità considerevoli e lunghi periodi di permanenza sul fondo, fu considerato pericoloso per l’ambiente. Ma se all’epoca in pescatori subacquei erano una sparuta minoranza, oggi i pescatori in apnea sono un numero sostanzioso. Raggiungono mediamente profondità e tempi di permanenza in immersione che negli anni ’70 – ‘80 erano retaggio esclusivo dei campioni d’apnea, o dei pescatori subacquei che facevano uso di bombole. La loro attività si concentra in aree limitate al profilo costiero e a secche poco profonde, erodendo le capacità delle specie target di riprendersi. Per quanto si siano dati un’etica di pesca, a dire il vero più spesso rispettata che non, il problema sostanziale sta nel numero e nella loro capacità aumentate dei praticanti. A soffrirne di più sono le specie stanziali come la cernia bruna, che è stata messa in pericolo proprio da questo tipo di pesca. Non a caso la pesca in apnea è severamente proibita nelle aree marine protette.

Il vero mito da sfatare su questo tipo di pesca, come per la caccia che le è simile, è che l’umano possa sostituirsi al predatore naturale nel ristabilire l’equilibrio ecologico. Ma: i predatori naturali non dispongono di fiocine o fucili. I predatori naturali influiscono sulle abitudini delle prede, costringendole a evitare zone dove il loro impatto può essere deleterio per l’ambiente. Il caso da manuale di questo effetto è la relazione tra lo squalo tigre e la salute delle praterie di ‘seagrass’ piante acquatiche tanto amate dalle tartarughe verdi. La presenza di squali tigre impedisce alla Chelonya midas, la tartaruga verde, di indugiare troppo a lungo sul tappeto erboso prevenendo la distruzione di aree contigue. Lo stesso fenomeno è stato notato dopo la reintroduzione dei lupi nello Yellowstone Park, i quali tenevano lontani i cervi da zone che influivano sulla corretta formazione di foreste e argini dei fiumi. L’uomo predatore può collocarsi solo in un segmento ecologico: il suo posto è quello di ‘specie aliena’.

Milazzo, Sicilia

9 – La pesca col cianciolo non è sostenibile
Non è dello stesso parere Greenpeace, che la annovera tra i tipi di pesca sostenibili. Dipende se viene effettuata nel rispetto delle regole. La pesca col cianciolo comporta l’immersione di una rete da pesca per lo più stesa orizzontalmente e il suo recupero tramite bracci meccanici.

La pesca commerciale sicuramente insostenibile è quella a strascico. È un tipo di pesca poco selettiva, che cattura enormi quantità di pesce e che disintegra sistematicamente gli habitat dei fondali marini. Recentemente l’EU ha vietato questa pratica su alti fondali, dove i fragili ecosistemi faticano enormemente a ristabilirsi dopo il passaggio di una rete a strascico, grazie alle battaglie di Claire Nouvian, ‘Green Nobel’ per l’ambiente. L’altra tecnica di pesca commerciale distruttiva è quella coi palamiti. Nasce nelle intenzioni come pesca selettiva, ma alle esche lanciate per i pesci spada, tipica specie target, abboccano frequentemente tartarughe marine, squali e delfini. La pesca con i palamiti, dopo la pesca a strascico, è la seconda tecnica di pesca più distruttiva per la percentuale di by-catch.

10 – La pesca genera utili e posti di lavoro
Dal punto di vista economico la pesca è più in deficit dell’agricoltura e si sostiene solo grazie all’intervento dei governi. A livello globale genera pochi introiti rispetto ai sussidi che riceve. Il prodotto  globale della pesca (dobbiamo guardarla in termini globali dato che il tonno rosso finisce in Giappone e in Italia abbiamo per lo più pesce importato) è di circa 85 miliardi di dollari all’anno, mentre i sussidi sono di 30 miliardi. Il 60% dei finanziamenti va ad alimentare pratiche distruttive e inquinanti. Dal punto di vista ambientale le cose peggiorano. I danni globali della pesca ammontano a 82 miliardi di dollari all’anno, poco meno dei suoi introiti totali. In questa prospettiva la UE si è impegnata a finanziare solo le pratiche di pesca sostenibili, per un obiettivo di sostenibilità da raggiungere entro il 2020, cioè dopodomani. Intanto il pesce è nelle tasse anche di chi non lo consuma.

Non era intenzione di questo articolo farvi passare la voglia di mangiare pesce, anche se a me è quasi del tutto passata. Mangiare del pesce ogni tanto non è un crimine, ma tenete presente che prima negli anni sessanta (eravamo meno della metà della popolazione attuale) ne consumavamo un terzo pro capita, ma avevamo 5 volte più pesce negli oceani. I molluschi di allevamento, come cozze e ostriche, possano sostituire benissimo quel bisogno di sapori mare e di nutrienti come fosforo e Omega 3 (sui benefici per le ossa non ci sono ancora smentite). I filtratori non solo sono sostenibili, sono utili: i loro allevamenti ripristinano gli ecosistemi marini. Ma i guru delle diete, quelli che promuovono il pesce, non mancano mai di ricordarci che i molluschi contengono più colesterolo.

Pesce in vendita a Goa, India © Vittoria Amati

 

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