Il lato oscuro della moda

© vogue eyewear.com/us

Chi di voi non ha mai ceduto all’impulso di acquistare un qualsivoglia indumento in mostra in vetrina? In quel momento, quel preciso articolo ci sembra indispensabile e fonte di felicità a poco prezzo, salvo poi accorgerci, al successivo cambio di stagione, che l’avremmo indossato una manciata di volte e che, forse, così indispensabile proprio non era.

A quel punto c’è chi, come me, si ostina a lasciarlo in un angolo dell’armadio, congestionandolo di indumenti inutili e chi, più in linea con la filosofia nipponica, decide di gettarlo via per lasciar spazio a un altro maglioncino o un’altra gonna con identico destino.

Questo è definito dagli analisti un modello di economia lineare e ci vuol poco a rendersi conto che si tratta di un modello dispendioso e inquinante.

L’industria della moda si è già guadagnata una brutta reputazione per le condizioni di lavoro cui devono sottostare gli operai delle aziende terziste asiatiche ma, quando si farà piena luce sul reale impatto ambientale dell’industria della moda, questa non farà che peggiorarne il costo.

© Vittoria Amati

Partiamo dagli scarti di produzione. Secondo gli esperti del settore, il 3-5% della totalità degli abiti prodotti finisce direttamente nella spazzatura per errori nella fabbricazione; parliamo di circa 80-100 miliardi di capi d’abbigliamento ogni anno. Anche se noi non ce ne rendiamo conto, lo spreco è ben visibile alle periferie delle città asiatiche, diventate distretto del tessile globale. I rifiuti di produzione, ad esempio, sono venduti lungo la strada ma, la maggior parte finisce in discarica. In quelle aree esistono fabbriche che utilizzano come unico combustibile gli scarti tessili di lavorazione, con conseguenze gravissime per la salute e l’ambiente.

Recentemente i marchi di fast-fashion intuendo le conseguenze dello spreco, hanno pensato bene di annunciare la creazione di un circolo virtuoso che riutilizzando i vecchi abiti riduca l’impronta ambientale.

La verità, spiega Reet Aus, ricercatrice e designer di rifiuti tessili, è che il riciclo al momento è veramente difficile. Ogni tessuto è diverso e bisogna sbarazzarsi di cerniere bottoni e applicazioni varie quindi, confessa Aus, è molto improbabile che il nostro vestito, riportato da H&M durante la “Settimana del riciclo” sarà effettivamente trasformato in un nuovo abito.

C’è da dire, però, che non tutti i produttori si sono limitati a un impegno superficiale per lo più dettato dall’esigenza di migliorare la propria reputazione ambientale. Tom Kay, fondatore del marchio Finisterre, ha deciso di affrontare un problema enorme per la sua azienda: riutilizzare le mute in neoprene che sono arrivate a fine vita. Nonostante tutte le migliorie apportate, infatti, questi indumenti tecnici hanno una vita di soli 3 anni e trovarne un uso alternativo è diventato un’esigenza. Per questo motivo. Kay ha da poco lanciato un progetto con l’Università di Exeter per realizzare nuove mute con le vecchie non più utilizzabili.

© Vogue Mexico – July 2015 cover

Dal canto suo Sainsbury, in collaborazione con la Oxfam, ha lanciato una campagna per spingere i consumatori a donare abiti indesiderati e a portarli ai punti di raccolta Oxfam. Ancora oggi sono in molti a credere che i vestiti non possano essere riciclati e altri preferiscono buttarli perché troppo logori. Fee Gilfeather, responsabile del marchio retail per Oxfam, spiega che la charity riutilizza o ricicla quasi tutti gli indumenti donati e conclude “Gli oggetti donati attraverso Sainsbury ci aiuteranno a raccogliere fondi per sponsorizzare la nostra missione di alleviare la povertà nel mondo”.

In ultimo, ma non meno importante la nascita di siti governativi come quello inglese, Love your Clothes, che danno consigli sulla scelta dell’abbigliamento da acquistare destinato a durare più a lungo, su come comprare abiti di seconda mano, o su come vendere o donare capi indesiderati.

Qual è la strada per sfidare il problema prima di finire sommersi da abiti usati? Come al solito l’impegno deve essere congiunto (dei produttori e dei consumatori) e su molti fronti.

La fondazione Dame Ellen MacArthur individua quattro fasi:

  • L’eliminazione graduale dalla produzione di sostanze non riciclabili privilegiando materiali assimilabili nell’ambiente.
  • Una rivoluzione nel modo in cui i vestiti sono progettati e venduti contrastando la diffusa concezione contemporanea dell’abito usa e getta.
  • Migliorare radicalmente i processi di riciclaggio trasformando la progettazione, la raccolta e il riadattamento degli abiti. Ciò potrà essere possibile solo migliorando l’economia e la qualità del riciclaggio, stimolando la domanda di materiali riciclabili e implementando la raccolta degli abiti su vasta scala.
  • Fare un uso efficace delle risorse passando a un’economia circolare.

La collaborazione tra i produttori, però, sarà necessaria. Perché, come ci siamo accorti, le iniziative portate avanti dai singoli marchi danno risultati su piccola scala, se non dubbi o di semplice pubblicità.

Poi la responsabilità passa nelle mani dei consumatori che possono contribuire a ridurre l’impronta ecologica del capo d’abbigliamento utilizzandolo per un periodo maggiore rispetto a quanto si faceva abitualmente (un rapporto del Waste and Resources Action Programme stima in 3 anni la vita media di un capo).

Contemporaneamente, dovremmo ridurre l’impatto del nostro bucato, lavando a basse temperature, a cestello pieno, e prediligendo lo stendino all’asciugatrice.

© Vittoria Amati

Per ultimo, cambiando un po’ il nostro modo di pensare prediligendo l’acquisto di abiti usati. In questo però, dovranno sostenerci importanti campagne di sensibilizzazione a supporto del valore sociale e ambientale dell’acquisto di un abito usato.

Se siete tra quelli che non gradiscono acquistare nei mercatini dell’usato speriamo che almeno il fatto di rivendere i vostri vecchi abiti, e guadagnarci qualche euro, possa convincervi a visitare i negozi dell’usato.

Ogni opzione è ben accetta purché si tengano gli abiti fuori dalle discariche!

Per approfondire:

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