Autostrade di plastica e bottiglie di frutta

© Vittoria Amati

La storia che vi voglio raccontare oggi parla di cose inanimate, materiali sterili, ma anche della miopia di tanti e della noncuranza di alcuni. Come ogni brutta storia di questo tipo, però, il racconto rischia di diventare piatto e triste per cui ho deciso di accompagnarvi in questo piccolo viaggio presentandovi due persone, entrambe spinte dalla voglia di contribuire al progresso del nostro pianeta ma una alla ricerca della soluzione del danno collaterale creato dall’altra.

Seguendo un rigido ordine cronologico il primo protagonista è un ingegnere meccanico della Pennsylvania, Nathaniel Wyeth, che nel 1973 riuscì nell’impresa di brevettare un materiale capace di contenere soda in bottiglia senza il rischio di esplosioni: il PET. Fu in quel preciso momento che nacque la bottiglia di plastica ad uso alimentare e di lì a poco divenne uno dei beni di consumo più diffusi al mondo. È indiscutibile che questa scoperta abbia semplificato oltremodo la vita di tutta l’umanità ma, dietro ogni grande successo si nascondono delle ombre e, oggi sappiamo che il prezzo che abbiamo pagato e continueremo a pagare per la nostra miopia è altissimo e non riguarda solo la sopravvivenza di ecosistemi fragili e marginali ma la nostra stessa salute.

Fermiamoci qui. Ora entra in gioco il secondo protagonista: il dott. Rajagopalan Vasudevan, ingegnere anche lui ma dell’Università di Madurai in India. Alla non giovanissima età di 73 anni, Vasudevan ha visto nascere e crescere esponenzialmente la produzione di plastica e contemporaneamente i problemi legati al suo smaltimento. Egli, però, è convinto che non sia la plastica il problema ma il modo in cui noi la gestiamo e se ce lo dice un esperto premiato proprio per le sue ricerche sul riutilizzo dei materiali plastici dobbiamo almeno starlo a sentire.

La sua idea è di certo rivoluzionaria e ha delle implicazioni sociali importanti. Convinto che il divieto dell’utilizzo della plastica porterebbe svantaggi soprattutto a quella parte di popolazione più povera, dal 2001 sperimenta nei laboratori di ingegneria del Thiagarajar College di Madurai, il modo di fondere i rifiuti plastici e di legarli alla ghiaia per creare asfalto proprio come avviene attualmente con il solo bitume.

Provato nell’area dell’Università, il nuovo asfalto da lui realizzato sembrerebbe aver migliorato la resistenza delle strade e, negli ultimi 20 anni, ben 10.000 Km di corsie indiane sono state realizzate grazie all’uso di plastica non riciclabile.

© Vittoria Amati

Il problema più grande è proprio l’enorme quantitativo di plastica non riciclabile che l’intero pianeta non sa gestire. Stiamo letteralmente affogando tra gli imballaggi e, se questa tecnologia prendesse piede globalmente, potremmo potenzialmente ridurre a zero i rifiuti plastici in discarica.

Purtroppo, però, la realtà che viviamo oggi è ben diversa. Secondo i dati di Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi di plastica, noi italiani conferiamo negli appositi contenitori più del 79% della plastica utilizzata ma solo il 40% di essa può essere del tutto riciclata. La maggior parte di questa plastica, poi, viene esportata e il più grande importatore, fin ora, è stata la Cina che negli ultimi 10 anni ha aumentato le importazioni del 800%. Ho detto fin ora perché, da quest’anno, la Cina ha chiuso le importazioni denunciando implicitamente l’incapacità di riciclare gran parte delle plastiche importate e ammettendo di aver solo congestionato oltremodo le sue discariche.

Guardando una bottiglia di plastica, quindi, come potremmo immaginarci il suo destino?

Realisticamente la probabilità che essa venga riciclata è davvero bassa; probabilmente finirà nel fondo di una discarica e negli anni, degradandosi, contribuirà alla formazione dei percolati, i maggiori responsabili dell’inquinamento delle falde acquifere. Il suo viaggio potrebbe essere più lungo, finendo nei corsi d’acqua e tramite questi ai mari. Se, nel tragitto, non sarà accidentalmente ingerita dagli animali marini, finirà ad ingrossare le famose isole di plastica in mezzo agli oceani. Lì, negli anni, andrà incontro a degradazione fino alla grandezza di pochi micron e sarà destinata ad entrare nella catena alimentare a partire dal plancton e su fino ai pesci di grossa taglia che ci piace degustare al ristorante.

Insomma, la plastica che gettiamo tornerà a noi in tempi più o meno lunghi con l’acqua che beviamo e con il cibo che mangiamo. Studi recenti, poi, hanno dimostrato che le microplastiche potrebbero liberarsi nell’acqua anche in tempi molto brevi e quindi essere presenti anche nelle bottiglie dell’acqua confezionata che portiamo a tavola.

Non abbiamo, quindi, modo di sottrarci a questo destino di lenta e costante intossicazione? No, se cerchiamo una soluzione definitiva ad un problema che ha molteplici implicazioni. Potremmo, però, iniziare (e in realtà qualche passo avanti lo stiamo già facendo) con delle piccole misure che insieme potrebbero contribuire a invertire la rotta del nostro pianeta.

© Vittoria Amati

Il fatto che l’Europa quest’anno abbia vietato l’uso e la vendita di tutti i sacchetti di plastica sta già avendo un impatto straordinario. L’attuale Ministro dell’Ambiente, qualche settimana fa, ha proposto in Commissione UE il divieto di uso e vendita di bottiglie di plastica negli edifici pubblici. Lungi dall’essere una soluzione a un problema globale possiamo vederlo come un primo passo verso l’abbandono dell’utilizzo delle bottiglie d’acqua di plastica. Prospettiva realistica a breve termine, purtroppo, solo nei paesi industrializzati e solo dopo aver garantito a tutti accesso a un’acqua pubblica e sicura.

È attualmente online su change.com una petizione che ha già raccolto più di 300.000 firme con l’obiettivo di chiedere ai governi e alle istituzioni di imporre alle aziende la sostituzione di tutte le bottiglie in PET con contenitori in plastica biodegradabile. Si tratta di un obiettivo molto ambizioso ma non un’impresa impossibile.

In commercio esistono acque minerali in bottiglie realizzate in PLA, un polimero che si ricava dalla fermentazione dei composti a base di zucchero e amidi delle piante. Il PLA si ricava da una fonte naturale e rinnovabile, senza l’utilizzo di petrolio e con una significativa riduzione di emissioni. Non ci sono particolari problemi quando si utilizza come contenitore per acqua, bibite alcoliche, infusi o succhi. Diverso è il discorso per sciroppi, cioccolato e latte, che hanno un potere estrattivo maggiore. In questo caso, però, con qualche accortezza in più da parte dei produttori si potrebbe arrivare in poco tempo a soluzioni interessanti. L’UE, da parte sua, potrebbe spingere questo progetto e inserirlo nel piano annunciato per combattere l’abuso di plastica nel nostro continente, ridurre i materiali plastici circolanti e favorirne il riciclo e il riuso entro il 2030.

Come abbiamo già ipotizzato, non esiste una soluzione unica ad un problema globale ma tanti piccoli accorgimenti e la volontà di tutti per far si che il mondo smetta di produrre ogni anno un quantitativo di plastica uguale al peso di tutti gli esseri viventi della terra e uscire, finalmente, da quella che sarà ricordata come l’Era della plastica.

 

N.B.   Il modo migliore per evitare lo spreco di una bottiglia di plastica quando si acquista l’acqua é filtrare quella del rubinetto. In commercio si trovano ormai caraffe che montano all’interno un filtro di carbone che depura l’acqua da eventuali metalli presenti nelle condutture (un buon esempio é la BRITA che trovate su Amazon.it). I filtri sono venduti in pacchi separati e hanno una durata che dipende dal consumo. Negli ultimi anni, considerata la richiesta, sono nati molti altri modelli e tipi di filtri: TROUVA, SOMA, BLACK+BLUM.

La Black + Blum vende bastoncini di carbone attivo da mettere nella caraffa per depurare e alcalinizzare l’acqua. E’ un metodo che i giapponesi usano da centinaia di anni.

Vale la pena ricordare che l’acqua acquista e cede energia quando é libera di scorrere, quella del rubinetto filtrata è sicuramente più salutare dell’acqua nelle bottiglie di plastica che, per colpa del suo potere solvente, assimila tracce del contenitore di plastica.

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