La riscoperta del legno in bioedilizia: i Plyscraper

Alberi abbattuti in Trentino

Il ciclone mediterraneo Vaia, transitato a fine ottobre sulla nostra Penisola, ha arrecato gravi danni all’intero territorio italiano. Si è trattato di un fortissimo vento lineare con raffiche che hanno superato forza 12-uragano nella scala Beaufort. Fenomeni metereologici simili dovrebbero essere molto rari nelle regioni extratropicali, ma la loro frequenza, ormai, è sempre maggiore. Ancora una volta, ad aver influito è stata l’alterazione dei normai cicli di spostamento dell’aria fredda polare, dovuta al surriscaldamento globale (https://www.imperialbulldog.com/2018/02/15/trump-vs-the-green-world-2/ ). Venti dai 120 ai 200 km orari hanno soffiato da nord a sud, distruggendo ponti, abitazioni, strade, campi coltivati e, soprattutto, intere foreste. Per poter censire il numero di alberi abbattuti sono stati utilizzati droni e satelliti, ed il numero che ne è risultato (così come i video girati) è da capogiro: 14 milioni.

Molte le Regioni che hanno chiesto lo stato di emergenza per i danni riportati, ma ben poche le autorità che hanno pensato anche ai danni ecologici. Piante ed animali che non sono stati spazzati via dal ciclone, sono ora vulnerabili in un territorio nudo. Con l’inverno alle porte, le opere di sgombro del legname e la caccia aperta, quante specie arriveranno alla successiva primavera? Se lo stato di emergenza vale per l’umanità, perché non anche per la biodiversità? Le Regioni dovrebbero preoccuparsi di interrompere la stagione di caccia e di utilizzare al meglio l’enorme massa di legna che si ritrova a disposizione. Considerando che per un bel po’ verrà a mancare l’assorbimento di gas serra in tutti i territori prima coperti di foreste, perché non scegliere impieghi green per questo legname? Cerchiamo di guardarlo per quello che è: una grande quantità di carbonio stoccato per decine o centinaia di anni. La sua combustione si tradurrebbe in una massiccia liberazione di anidride carbonica in atmosfera, quindi, perché non dargli una seconda vita con la bioedilizia?

Le costruzioni in legno non sono certo una novità, ma le nuove tecniche ingegneristiche ed architettoniche ne stanno rivoluzionando totalmente la vecchia accezione. L’alto potenziale di questo materiale sta stuzzicando sempre più progettisti che, ormai, quasi gareggiano per il risultato più spettacolare. Tra questi ci sono sicuramente i nuovi grattacieli in legno, i Plyscraper.

Brock Commons Student Housing Building – Vancouver, Canada

Ma come fa il legno a risultare così stabile e resistente da reggere tutto il peso di un edificio tanto alto? La prima soluzione è stata fornita, circa venti anni fa, da un esperimento della Technical University of Graz, in Austria. I ricercatori, incollando in modo ortogonale diversi strati di tavole in legno (con le venature alternate ad ogni strato), riuscirono ad annullare imperfezioni e debolezze del legno in ogni direzione. Questo nuovo legno lamellare a strati incrociati (CLT: cross-laminated timber), resistente e leggero, non pone limiti all’altezza degli edifici, può essere ingrandito a piacere e tagliato con precisione sub-millimetrica, velocizzando la costruzione e riducendo gli sprechi. Da allora si sono fatti passi da gigante ed… edifici giganti. Il record attuale appartiene all’Università della British Columbia, il cui Brock Commons Student Housing Building raggiunge i 53 metri di altezza; questo edificio di ben 18 piani, inoltre, è stato realizzato in poco più di due mesi grazie ad una struttura in pannelli prefabbricati. Per marzo 2019, in Norvegia, è previsto il completamento della Mjøsa Tower, un grattacielo in legno di 85,4 metri, progettato dalla Voll Arkitekter. Risultato incredibile che sarà tuttavia adombrato, nel 2041, dalla Sumitomo Forestry Co che sorgerà a Tokyo, il cui nome in codice del progetto, W350, indica i metri di altezza che raggiungerà.

Passiamo ora agli aspetti green che caratterizzano i plyscraper.

Una ricerca di Chad Oliver, ecologista forestale della Yale University, evidenzia come sia possibile ridurre le emissioni di CO2 dal 14 al 31% con la sola sostituzione del legno, al cemento ed acciaio, come materiale edile. Questo perché la produzione di tali materiali artificiali genera molta anidride carbonica, al contrario del legno che, durante la sua naturale generazione, ne intrappola un quantitativo pari alla metà del suo peso (50%). Scegliamo il dormitorio della British Columbia come esempio pratico: la sua costruzione in legno ha evitato di immettere in atmosfera 400 tonnellate di anidride carbonica, derivanti da cemento ed acciaio, e ne stocca altre 1100, accumulate durante la crescita degli alberi. Questo edificio, da solo, è sufficiente a compensare le emissioni di 160 famiglie per un anno. Volendo analizzare l’impatto ambientale totale, che va dalla produzione e trasporto di ogni materiale fino alla colla usata per tenere insieme il compensato, si è visto che un edificio in legno produce solo il 12% delle emissioni di un equivalente in cemento.

Vantaggi indiretti sulle emissioni di gas serra sono invece associati alla fase di cantiere e riguardano la velocità di realizzazione (minore durata di attività impattanti) e la leggerezza del materiale (minor numero di viaggi per trasportarne maggiori quantità). Le ottime capacità isolanti del legno, inoltre, rendono nulli, o poco significativi, i consumi energetici degli impianti di riscaldamento.

Tempio di Horyuji – Giappone

Come dimostra il tempio giapponese di Horyuji, il più antico edificio in legno del mondo, risalente al 710 d.C. ed oggi ancora in piedi, la resistenza e la durevolezza delle strutture in legno è davvero notevole. Il legno ingegnerizzato di oggi, in caso di incendi, sviluppa uno strato protettivo di carbonizzazione che mantiene l’integrità strutturale e brucia in modo prevedibile, a differenza dell’acciaio, che si deforma sotto il calore intenso. Anche in caso di sismi c’è maggiore resistenza al collasso in quanto il legno, altamente flessibile, fa ondeggiare la struttura senza che crolli. Un ultimo vantaggio, non meno importante dei precedenti, risiede nella compostabilità del materiale da costruzione di questi edifici che, al momento dello smaltimento, non risulteranno problematici come cemento ed acciaio.

Premesso che la dovremmo smettere di costruire ovunque, per cominciare a ridurre le emissioni di CO2, un buon primo passo può consistere nella sostituzione di materiali edili impattanti con altri più sostenibili per l’ambiente. Il mondo intero sa che le potenzialità ci sono, e lo si è visto con i magnifici esempi realizzati o in via di realizzazione; non ci resta che imparare a sfruttare al meglio questo materiale riscoperto, senza sovrasfruttarlo. Già, il rischio che si teme maggiormente è proprio la solita cattiva gestione di una risorsa.

Quanti credono che il legno da costruzione proverrà solo da foreste gestite in modo sostenibile? Considerando i danni arrecati alle foreste primarie del mondo, per far spazio alle monocolture di grandi multinazionali, ci sarebbe da temere (soprattutto se speriamo in un aiuto dei governi nella gestione delle risorse). Eppure non è detto, e a darci la dimostrazione che l’industria del legno in bioedilizia può essere sostenibile è proprio l’Austria, il maggiore produttore mondiale di CLT. La regola numero uno dell’industria austriaca del legno è “non prendere mai più di quanto possa ricrescere”.

La costruzione e la scelta dei materiali degli edifici è solo un aspetto della bioedilizia che può arricchirsi con impianti ad alta efficienza energetica, preferibilmente da fonti rinnovabili, e sistemi per la riduzione dei consumi (https://www.imperialbulldog.com/2018/01/18/futuro-sul-sentiero-verde/ ). Le case in legno, inoltre, si prestano bene all’integrazione col verde, in senso letterale. Nel progetto della W350 ogni piano sarà arricchito di piante per filtrare la luce del sole e arredare in modo da riportare la natura nel nostro habitat urbano. Il Bosco verticale di Boeri, che svetta a Milano, è così diventato un modello intercontinentale di edificio verde, letteralmente parlando.

© Imperial Bulldog

Personalmente non riesco a vedere il “verde urbano”, concepito dai più come parchetti e aiuole (orizzontali o verticali che siano), come reale. Ormai è chiaro che in una città non c’è posto per terreno e piante, se non ben circoscritti da cemento e asfalto, per quanto bella possa essere la scenografia. Certo, meglio poco che niente, meglio verde urbano che grigio, ma continuo a non riuscire a considerarla vera Natura. Spesso mi chiamano fondamentalista, e forse è quello che sono, ma la Natura non è tale se confinata in un’aiuola, per quanto grande sia. Purtroppo, anche per i non fondamentalisti, ci sono brutte notizie che, spero, risveglieranno gli animi. In occasione dell’annuale edizione di Urban Nature, sono stati divulgati i dati dell’EcoCity Test raccolti dal WWF nelle 14 aree metropolitane italiane e nei capoluoghi di provincia: sono oltre 2 milioni i cittadini che hanno a disposizione meno di 9 mq di natura. Cosa si può fare? Riforestare, Inverdire, Ridurre l’edificazione e la cementificazione, Preferire materiali ecologici come il legno e, soprattutto, fare tutto questo in modo Ragionato e Sostenibile.

Per approfondire:

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