Minorca, la più ‘slow’ delle Baleari

Difficilmente s’incontrano perle così ben conservate. Se ancora capita, nel terzo millennio, si tratta di piccoli segreti che si sono voluti tenere un po’ nascosti. Il mio incontro con Minorca ricorda una frase di John Lennon: ‘La vita è ciò che ti capita mentre stai pianificando qualcos’altro’.

Avrei dovuto essere a Lampedusa, quella settimana. Ma una serie di spiacevoli contrattempi con le prenotazioni dei voli mi avevano indotto a scegliere di corsa un’altra destinazione. Neanche un mese prima mi avevano parlato di un sentiero che fa il periplo dell’isola e che permetteva l’accesso a spiagge e calette difficilmente raggiungibili perché non servite da strade asfaltate.

Arrivo a Minorca la sera del nubifragio che fa morti e danni nell’isola davanti, Maiorca. Nel breve percorso tra il pub e il taxi, malgrado avessi indosso una cerata, sembro caduto giù dalla barca. Tornato in camera scopro che è entrata acqua dagli infissi delle finestre, quelle di legno più antiche, dal terrazzo, l’acqua veniva giù come da un idrante. Temporali del genere venti anni fa li vedevi solo nel sud est asiatico, nel periodo dei monsoni. Purtroppo non riesco mai ad abituarmici. Come non s’è abituato il nostro territorio, che per di più continuiamo a disboscare e a riempire di cemento.

© Claudio Di Manao

Minorca invece non l’hanno disboscata. Il 50% della superficie è ancora abitata da specie arboree. E anche di cemento ce n’è poco. Di Minorca so solo quello che ho letto in aereo su una guida che non consiglio a nessuno. L’autrice stessa sembra buttare giù il visitatore, dissuaderlo da qualsiasi aspettativa. Eppure non m’aspetto chissà quale confort, i posti che cerco io sono quelli rimasti come cento anni fa. O quasi. Infatti mi piace il deserto. ‘Minorca non è l’isola ideale per i ciclisti perché non sono state create molte piste ciclabili’ recita la mia sfigatissima guida, come se le mountain-bike fossero un’invenzione ancora lungi a venire, ‘E lungo i sentieri bisogna fare attenzione ai rovi e alle spine!’

Non sia mai…

Neanche una parola sul Camì de Cavalls (non l’ho digitato male, è Catalano), la perla nella perla: 220 Km di sentiero che corre tutto intorno all’isola. Un sentiero spesso impervio, arido e ventoso, ma che ogni volta che apre sul mare, dall’alto delle scogliere o mentre s’intrufola tra i pini verso una caletta, ti lascia senza fiato per minuti interi. Lo riscopro dopo aver comprato una mappa dell’isola, di quelle di carta belle grandi e che hanno la pessima abitudine di conservare la memoria delle pieghe. Su quelle mappe c’è sempre un percorso tratteggiato, fatto di tanti piccoli segni meno. Ho ancora bisogno di quei trattini e di una legenda, per capire di che pasta è il territorio, anche se poi è più facile che sia un iPhone a riportarmi sulla strada giusta quando sbaglio sentiero.

Il lato sud dell’isola è dominata da rocce calcaree, formatesi circa venti milioni di anni fa. Non c’è niente che si sbricioli meglio del calcare: le spiagge sono spesso così bianche che non sembra quasi d’essere in Europa. I vasti tavolati in cima alla falesia sono il regno dell’erica, della ginestra e dell’euforbia. Crescono rigogliose sulla piattaforma biancastra di quella che un tempo fu, esattamente come le Prealpi, una barriera corallina.

La parte nord, invece, è più antica (circa 400 milioni di anni) ed è dominata da ardesia e da rocce silicee, da altrettante scogliere a picco, argille, spiagge rosse o ciottolose. Questa doppia anima di Minorca si deve alla sua posizione, su una delle falde tettoniche che hanno creato le Alpi e Gibilterra. E dall’esposizione a forti venti dal carattere diverso. Sia a sud che a nord è tutto un susseguirsi di grotte, di profonde insenature e calette l’una dopo l’altra, intervallata dalla falesia viva, battuta dalle onde. Una costa selvaggia, avara di spiagge, ma non di sorprese: non sai mai cosa t’aspetta davvero dietro ogni punta.

© Claudio di Manao

Grandi alberghi e palazzi si contano sulle dita di una mano. Da quando l’Unesco nel 1993 ha concesso all’isola lo status di Riserva della biosfera, la macchia mediterranea, il miglior esempio al mondo, è rimasta l’unico sfondo accettabile alle spiagge e alle scogliere. È stata protetta con caparbietà, con cartelli, divieti e cordoni. Ma anche con bagni pubblici e capienti contenitori per la spazzatura. Più difficile trovare dell’acqua, o un bar, lungo questi ritagli remoti di paradiso. In molte aree è fatto divieto di portare con sé animali da compagnia.

“Non ci interessa quel tipo di turismo” mi ha detto il tipo del supermarket che ci ha affittato le biciclette, “ci siamo opposti con tutti noi stessi ai grandi alberghi e al turismo di massa, che non solo rovina, ma passa di moda lasciandosi dietro palazzoni che da vuoti diventano ancora più brutti e tristi. Vogliamo gente che apprezzi il fatto che siamo indietro. Per chi ha altre esigenze c’è Ibiza.” Mi viene in mente la faccenda di Phi-Phi e Boracay, ma rivoltata come un calzino.

© Claudio Di Manao

Ho avuto pochi contatti coi minorchini, ma devono avere un bel caratterino. Se parli loro in Spagnolo (Castigliano) la maggior parte ti risponde in Inglese, in Italiano, e perfino in Francese, ma lo Spagnolo proprio non gli va di parlarlo. Quantomeno non s’aspettano che tu conosca il Catalano, che è leggibilissimo, ma  un suono ostico. Come a Pantelleria e in Sardegna, la società di Minorca non è fatta di pescatori, ma di contadini. Le sue coste scoscese la rendono un’isola pericolosa per la navigazione. Da tremila anni i suoi abitanti hanno faticato a strappare il territorio al vento, erigendo 50.000 chilometri di muri a secco per delimitare gli appezzamenti di terreno. Iniziarono tremila anni fa, con la cultura Talaiotica, della quale proprio le mura ciclopiche, oltre ad alcuni dolmen, sono la testimonianza più evidente. Poi arrivarono i Fenici, i Romani e i Bizantini. Dopo di loro i Vandali, gli Arabi, i Normanni, i Genovesi e gli Aragonesi. La Ciutadella, l’antica capitale fu incenerita nel 1558 dagli Ottomani, riconquistata dalla Spagna divenne oggetto di disputa nei trattati di Utrecht nel 1713, gli stessi che assegnarono Gibilterra alla Corona Britannica. Divenne quindi inglese, poi francese, e quando Napoleone perse la guerra tornò alla Spagna. Un mal di testa che purtroppo solo un italiano può comprendere senza scomporsi troppo. Tutto ciò non per una manciata di capre e di piante d’olivastro, ma per la sua posizione strategica e due porti. Uno soprattutto.

© Claudio Di Manao

Su quella frattura tra le placche geologiche la natura ha formato un magnifico fiordo: il porto di Mahon. L’insenatura di Mahon, l’odierna capitale, è seconda come lunghezza solo a Pearl Harbor. Minorca, l’isola del Mediterraneo più lontana dalle coste continentali, come Honolulu non solo aveva un’importanza strategica, ma anche un porto sicuro. La natura ha voluto che il fiordo di Mahon, come del resto l’insenatura de la Ciutadella, non guardasse dal lato dei forti venti prevalenti, il Midjur, o mezzogiorno che viene da sud, e la tramontana, che in quel settore di mare corrisponde al temuto vento di maestrale. I muretti di pietra a secco, così frequenti nelle zone ventose, ci narrano di una società caparbia, che non potendo pescare in sicurezza si è votata a curare il terreno e il bestiame. E a non perdere mai il controllo delle coste.

 

Il Camì de Cavalls nasce da questa esigenza. Dopo che gli aragonesi nel 1278 presero il sopravvento sugli arabi, si iniziò a pensare alla costruzione di un sentiero che potesse garantire la sorveglianza delle coste contro le invasioni, ma anche per fornire assistenza ai naufraghi. Ci vollero quasi quattrocento anni, prima che il sentiero potesse formare un anello completo intorno all’isola. Nell’era industriale, come tanti manufatti che hanno la sfortuna di non generare denaro, finì nell’abbandono. Per poi essere recuperato quando Minorca, grazie all’Unesco, si riconobbe nella sua identità ‘slow’, la benedetta lentezza.

“C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio” scrive Milan Kundera.

Tornando dal mio affitta-bici gli faccio presente che un sentiero che mi aveva suggerito, un sentiero interno, non era praticabile perché il cancello era chiuso. Il Camì de Cavalls, o GR223 (Sendero de Gran Recorrido 223) può essere lentissimo anche in mountain-bike. Se non si è dei professionisti trentenni, l’età in cui le ossa si saldano in un batter d’occhio, alcuni tratti è meglio farli a piedi spingendo la bici. Il suo suggerimento era stato quello di prendere al ritorno dei sentieri all’interno, giusto per guadagnare tempo e tornare in giornata a Cap d’Artrutx.

“Abbiamo combattuto anche per questo” mi fa (e ti pareva?) “I proprietari non volevano concedere l’accesso nemmeno per il Camì de Cavalls, ma adesso la legge ha effetto anche sugli altri terreni. A meno che non sia specificato il divieto ai pedoni tu: apri il cancello, richiudilo, dì buongiorno e pedala.”

Contento di aver sostenuto (finalmente!) una conversazione in Spagnolo, mi rendo conto che l’indomani è l’ultimo giorno per continuare a esplorare quella zona. Da Cap d’Artrutx al Parco Naturale di S’Albufera Des Grau, in bici non basta una giornata.

© Claudio Di Manao

L’ufficio del Parco è di un lindore svizzero. Come italiano continuo stupidamente a meravigliarmi quando altri popoli latini ci riescono. L’impiegata ci consiglia gli orari giusti per visitare le varie spiagge e lagune, ci illumina sui tempi di percorrenza a piedi. Mi assale una certa amarezza. L’ultima oasi faunistica che avevo visitato in Italia, una delle più importanti del Mediterraneo, non aveva nessuna reception, uno o più passerelle erano chiuse e dovevi parcheggiare in bilico sul ciglio della strada.

Le postazioni per osservare gli uccelli, i tipici casotti di legno, sono in buono stato, con i poster per il riconoscimento della specie affisse all’interno. Così i camminamenti, i sentieri, le passerelle di legno che attraversano la laguna. Tutto impeccabile. C’è vento e silenzio, solo richiami d’uccelli, nessuno che parla ad alta voce. I pochi visitatori sono armati di binocoli e non di telefonini, la tribù nella quale mi riconosco bene. A Minorca sono presenti ben 280 specie di uccelli. Non ne vediamo che un decimo, ma proprio perché facciamo parte di quella tribù, quella coi binocoli, non ci aspettiamo di vederli tutti su richiesta, quella è la distorsione hollywoodiana della vita. La natura impone lentezza.

Incontro la guida che mi serviva in aeroporto, alla partenza. La compro perché so che ci tornerò. Prima o poi troverò il tempo per fare il giro dell’isola in bici o in kayak, o tutt’e due. Ci vogliono dieci giorni. Dal finestrino rivedo in un baleno tutte quelle faticose scogliere e le calette che m’avevano aperto il cuore. Non dovevo essere lì, ma a Lampedusa. Benvenuto sia il contrattempo.

 

Per saperne di più:

La guida sul Camì de Cavalls (quella consigliata, in Italiano)

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  1. Gloria Vanni
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