Sinai

Rabia

Il Sinai, secondo la guida pubblicata da un giornalista e archeologo italiano Alberto Siliotti, è una terra piena di storia e di gioielli geologici e archeologici, eppure tutto il turismo si concentra a Sharm a tal punto, che gli alberghi anche a Novembre sono pieni. A differenza dall’abitudine, sono costretta a prenotare una stanza in un grande albergo, uno di quelli che spersonalizzano anche il più romantico dei viaggiatori. Al ricevimento, il portiere, terminato il check-in mi porge un braccialetto di gomma fluorescente facendo segno di stringerlo al polso. E’ il passaporto di libero accesso dentro queste strutture gigantesche: alzi il polso quando vai in piscina, al bar o nei sentieri che portano in spiaggia per dimostrare che non sei un intruso, se non fosse che sono le tre e mezza di notte e sono diretta piena di sonno verso la 311, per infilarmi sotto le lenzuola.

Il braccialetto non è la sola paranoica limitazione alla libertà nei Grand Hotel: ospiti e bagagli sono continuamente setacciati attraverso il detector. La differenza tra un penitenziario, un centro di riabilitazione per anonimi alcolisti o drogati e quest’albergo è impalpabile. Questo è il clima post-attentati che affligge ancora Sharm.

Il mattino dopo penso solo a un’urgenza: comprare una scheda telefonica locale e chiamare la mia guida, Rabia.

Non è la stanza, la cui metratura in Europa sarebbe classificata come suite deluxe, ma l’arredamento che è responsabile del mio calo di pressione. In questa spaziosissima stanza fornita di una cucina nuova mai usata, senza un piatto o una pentola, dotata di un bagno ampio dove contemporaneamente co-esistono una vasca da bagno e una doccia mi sento lontana, inspiegabilmente lontana da casa. Più le stanze sono grandi negli alberghi più ci si mette tempo ad addomesticarle e scaldarle con il disordine delle cose personali che escono dalla valigia disfatta.

Sharm è come l’America, come Dubai o come tutte le città moderne: i distretti urbani, che soprattutto nel deserto si sviluppano in orizzontale, vanno percorsi in macchina, le distanze non sono a portata dell’ambizione di un pedone che vuole semplicemente passeggiare.

Viaggio da sola, ci sono abituata, non mi pesa affatto; ci sono però alcuni momenti, e ho capito bene come accadono, in cui non sei più semplicemente sola: sei persa.

Sono le 11 del mattino, il mattino dopo il mio arrivo, la città vecchia é stranamente deserta perché i negozi prima delle 12 non aprono, più precisamente sono in strada mentre cerco di fermare un taxi che mi riporti nella città moderna dalla quale ero appena partita per trovare la mia scheda telefonica. Ma con i negozi chiusi non ci sono turisti e neanche taxi. Persa, isolata, senza un’idea di come muovermi.

Qualche minuto dopo, in mezzo alla strada e decisa a fermare qualsiasi veicolo, vedo spuntare all’orizzonte un taxi. Ora chi conosce Sharm sa che la cosa più antipatica è la negoziazione della tariffa con l’autista. Ogni volta che bisogna accordarsi sul prezzo del tragitto il cliente e il tassista si affrontano come due faglie telluriche che collidono. La cosa ridicola è che si discute per pochi euro di differenza. Il classico esempio di questione di principio in atto.

Questa volta è diverso, la fortuna mi ha fatto incrociare il tassista modello, Nabil, che mi accompagna ad acquistare la scheda.

Rabia è di nazionalità egiziana ma di origine beduina. Due anni fa mi ha guidato fino all’oasi di Feiran e adesso spero di visitare il Colored Canyon che, nuovamente, è nella lista dei luoghi chiusi al turismo.

Cosa fa una donna nelle mani di un beduino è una domanda che andrebbe fatta alla sua macchina fotografica. Solo il nome beduino scatena un senso di disagio peggiore dello zucchero nel mio dentista romano anche lui grande viaggiatore e fotografo che mi consiglia amichevolmente di non allontanarmi mai Sharm.

I beduini, nonostante abitino ormai nelle oasi o nel deserto in cubi di muratura mai finiti, hanno ancora il nomadismo nel sangue e questo li costringe a non attaccarsi alle cose, al contrario delle nostre abitudini culturali ed economiche. Per noi questo tratto è inafferrabile.  Se non capiscono il futile, però, non é detto che vivano una vita priva di tecnologia  Ho visto (e fotografato) beduini-giardinieri che pompano acqua dai pozzi con i pannelli solari per irrigare orti che sono paradisi nascosti. L’incrocio genetico del beduino con il ruolo di contadino li rende lesti ad approvvigionarsi di nuova tecnologia e in Sinai non è facile, tutto quello che importano é penalizzato da un dazio molto caro.

Personalmente quando Rabia mi ha invitato a casa sua a conoscere la famiglia (moglie e 7 figli) sono rimasta meravigliata ma positivamente dalla sua casa vuota, senza un mobile, una sedia, un tavolo; l’unico arredo erano i cuscini e il tappeto sul quale era stato poggiato, dalle donne, un grande piatto rotondo di riso e condimenti da condividere.

Vuoi vedere il Colored Canyon? No problem.’ Quando si dice che i beduini hanno il controllo del territorio s’intende anche questo perché esiste uno stato, in Sinai, parallelo a quello egiziano costituito da una federazione di tribù beduine. Quando nel 2011 al Cairo scoppiò la rivolta civile contro il presidente Mubarak e il paese era caduto nel caos, chi controllava le strade e i rifornimenti in Sinai erano i beduini.

Abitano la costa e l’entroterra, percorrono arterie sterrate non mappate nel deserto per spostarsi da costa a costa, e guidano veicoli Toyota che il governo egiziano controlla con i droni con la scusa del terrorismo. Una legge recente sancisce che un 4×4 che esce dal Sinai non può rientrare. Sempre per contenere il terrorismo.

E’ anche vietato guidarlo nel deserto. Adel Taher, un rispettato medico egiziano famoso a Sharm, ha scoperto tre canyon passeggiando con il suo cane nel deserto a nord di Sharm ma quando ha sconfinato per un fuoripista con la figlia, amici e due bombole sub ancora piene stipate nel cofano, i militari gli hanno sparato un missile Apache per distruggerlo. Nonostante avessero capito l’errore e lo avessero richiamato, il missile gli è rimasto puntato contro ancora per 20 secondi. ‘Se fossi saltato in aria nessuno avrebbe creduto che l’esplosione era dovuta alle bombole d’ossigeno compresso’ racconta mestamente ironico.

Petra è uno dei luoghi che preferisco fotografare. Da nessun’altra parte esiste una stratificazione di arenaria così complessa e colorata. E’ un regalo della terra. Apparentemente in preda al caos evolutivo la sabbia compressa ha prodotto nel sonno dei secoli questa magnifica tavolozza di ocra, marrone, rosso, giallo, rosa, viola, bianco, nero e grigio, che nomadi arabi, i Nabatei, nel sesto secolo a.C. hanno scoperto, levigato e usato per le loro tombe e abitazioni.

Il Colored Canyon di Nuweiba in Sinai dista solo 163 chilometri in linea d’aria da Petra, condivide la stessa formazione di arenaria? Indubbiamente è la stessa formazione ma qui mancano tutte le sfumature del blu (manganese) che rendono le pareti di Petra uniche.

Petra ©Vittoria Amati

Arrivare al Canyon è stato un lungo detour nel deserto durato circa 5 ore. E’ chiuso al turismo perché la pioggia forte ha ostruito la strada asfaltata con dei grossi massi. In certe anse sabbiose del letto del Canyon (nel passato vi scorreva un torrente) si vedono ammucchiate vecchie bottiglie di plastica abbandonate che hanno almeno 6 anni, l’anno in cui chiusero il canyon al turismo. Nel deserto si conservano papiri per millenni e anche queste bottiglie di plastica lasciate dai turisti sono destinate a passare alla storia futura come segno di grande evoluzione tecnologica e di educazione della nostra generazione: una bottiglia di plastica, in un luogo incantato, abbandonata dopo l’uso in un angolo, vuota.

Scende la sera e Rabia chiede dove preferisco dormire.

La notte è stellata e l’aria è ancora temperata, scelgo di accamparci nel deserto. Per circa un’ora lo sento caricare il Toyota prima della partenza. Viaggiamo per strade sempre più piccole finché la strada sparisce del tutto e diventa sabbia. Arriviamo su una duna piatta riparata dal vento e dal freddo, che si stende sotto una grande roccia. Non c’è la luna ma la sabbia bianca riflette tutta la luce delle stelle per centinaia di metri tutt’intorno. E’ il deserto del Sinai ma potrebbe essere un altro pianeta. La comunicazione con il mondo esterno finisce qui, chiudo il telefono sul messaggio NO SERVICE. 

Rabia raduna i rami di legna secca e in pochi minuti il fuoco arrossa le pareti rocciose del campo. C’è qualcosa d’incredibilmente maschile nella padronanza di questo gesto. E in tutti i gesti che seguono: quello di preparare il mio letto sulla sabbia, di posarmi sulle spalle il suo cappotto di lana di cammello per proteggermi dal freddo, di portarmi l’acqua per la doccia nella fenditura di una roccia riparata, di grigliare il cibo e bollire l’acqua accanto alla brace per il tè zuccherato.

La prima notte nel deserto é insonne. Sono eccitata come se un genio di una lampada mi avesse fatto entrare in un parco giochi senza muri e senza limiti. Ogni due ore scosto la coperta per vedere la posizione cambiata della Via Lattea che ruota nell’universo nero. Vedo le stelle lampeggiare e riconosco quelle che emettono luce blu, rossa o arancione. Dormo nell’usato, avverto perfettamente dall’aura delle coperte che stratificano il mio letto, il passaggio del tempo e delle persone: emanano calore umano nel freddo della notte.

Al mattino mentre facciamo colazione, tenendo in mano un bicchiere di vetro bollente di tè, Rabia stende la sua mappa per terra e tira una linea dritta dal punto dove siamo – Wadi Ghazala – a quello di arrivo ‘stasera ci accampiamo a Serabit el-Khadem’ – mi annuncia – ‘e domani inshallah scali la montagna per vedere la miniera di turchese‘.

C’è una vena di pazzia nei beduini, o almeno credo ci sia in tutti gli uomini che non fanno un lavoro d’ufficio e non sono frustrati dalle troppe tasse o dalle riforme che non passano mai. Sono selvatici, conoscono bene i fiori e le erbe che crescono nel deserto, sanno dove approvvigionarsi di legna per il fuoco anche se il posto dista chilometri, guidano la jeep sulla sabbia senza limiti di velocità, e sui precipizi di roccia. Il beduino è simultaneamente uomo antico e moderno. Antico perché la sua conoscenza della terra in cui vive è tramandata, moderno perché grazie alla rinuncia del consumismo e fedeltà alla propria cultura ha mantenuto il suo territorio più pulito del nostro.

La strada che percorriamo il giorno dopo si apre su paesaggi che tolgono il fiato per la bellezza. Ma è un sentimento diverso, oltre la bellezza, quello che provo. Il deserto, un luogo abbandonato dagli insediamenti umani perché sterile, mi appare davanti come la terra promessa di un pianeta nuovo, uno spazio dove può nascere un sistema tutto da inventare, tutto da sperimentare. Un sistema dove sei libero e alla pari. E’ una sensazione veloce, una visione destinata ad andare in mille pezzi, se non fosse che ti rendi conto che al seme del cambiamento basta una tenda e una sorgente d’acqua.

Questo e altro ho provato nelle lunghe ore di traversata. La sabbia ai piedi delle rocce mi fa riflettere sulla forza del sole che ha intaccato e spaccato i grani della pietra fino a polverizzarla. Come il sole intacca la roccia così tenta d’intaccare le mie inibizioni. E’ una lotta che vinco a stento. Da due giorni, accanto a un uomo che ho appena imparato a conoscere mi ha di fatto obbligato a riscrivere tutto quello che sapevo sull’essenza di un uomo: la sua essenza è più profonda, più robusta, più fiera, tocca una corda ancestralmente Araba.

Ancora una notte di accampamento nel deserto e il mattino dopo, zaino e macchina fotografica sulle spalle seguo Moemen il figlio di Rabieh su per il sentiero roccioso fino alla sommità dei mille metri di altezza della montagna dove si trova il tempio dedicato a Hathor la Signora del Turchese. L’aria è fresca e secca, l’Inverno è la stagione ideale per queste escursioni. 

Gli archeologi hanno scoperto che l’abbondanza di miniere di turchese e rame hanno attratto coloni nel Sinai già 8000 anni fa, tanto che era conosciuto come la Costa del Turchese. Dal 3000 a.C. gli egiziani cominciano a estrarre turchese dalla miniera di Serabit El-Khadem, dove è situato il tempio, trasportandolo giù per la montagna per poi caricarlo sulle navi per l’Egitto dei Faraoni dove veniva lavorato. Se al Cairo, o in qualsiasi altra città europea dove esiste, passate in un museo Egizio, troverete i turchesi del Sinai incastonati nelle maschere o nei gioielli trovati nelle tombe dei Faraoni.

La miniera oggi è completamente esaurita e nel visitarla così spoglia, rimango con la curiosità delusa di non poter vedere come appariva la vena di turchese nella roccia. Per consolazione Rabia mi mette nel palmo della mano in regalo un piccolo turchese, é bellissimo, chissà da quale tasca beduina é affiorato.

Il Sinai é stato da sempre il crocevia di molte carovane che si spostavano da est a ovest e viceversa: romani, mercanti Nabatei, monaci cristiani, Arabi. Questa libertà di movimento che, grazie agli scambi, ha creato grandi culture nel passato, oggi é impensabile. Tutte le frontiere per terra, per mare, per cielo sono armate. I beduini sono incapsulati nel loro deserto. Rabia mi ha raccontato dei suo viaggi in Oman, Arabia Saudita o nei deserti dell’Egitto che ha esplorato a fondo, eppure non ha la più pallida idea da quale mare affiori l’Inghilterra, dove vivo. Gli ho disegnato una mappa sulla sabbia. Una persona che non conosce la posizione degli stati europei é ignorante? Ricordo la prima buona impressione di Rabia. Dal cruscotto della macchina tirò fuori un opuscolo ben stampato: era la storia della scoperta a Serabit dei primi geroglifici dai quali si sviluppò il nostro alfabeto. La storia racconta che il tempio di Hathor era l’unico grande tempio egizio al di fuori della valle del Nilo e fungeva da centro d’incontro tra gli Egizi e i Canaaniti, i primi abitanti storici della Palestina. La lettera A (Alef) del nostro alfabeto deriva dalla rappresentazione pittografica della dea Hathor. Non lo sapevo, non sapevo che in Sinai a Serabit il processo di comunicazione scritta era iniziato 3000 anni a.C. Fa di me un’ignorante? Più che ignorante fa di me una persona felice di avere imparato una cosa fondamentale. Al pari dei beduini quando imparano la geografia del nostro emisfero. E’ uno scambio, e ognuno porta la sua storia alla mensa della cultura.

Rientro a Sharm costeggiando la costa e il mare, la macchina attraversa cinque posti di blocco presidiati da militari armati ai quali devo mostrare il passaporto e dichiarare il posto di partenza e di arrivo del viaggio. La libertà dei giorni scorsi è evaporata in un attimo. Nel mio diario personale ho riassunto il viaggio scrivendo questo: al ritorno a casa riciclare tutto quello che non é necessario e non comprare assolutamente più niente. Perché? Bastano pochi giorni, forse poche ore, il lampo di una intuizione per capire che nel deserto la mia mente reagiva molto più velocemente. Non avevo niente con me, solo una sacca, la macchina fotografica, un taccuino e una matita. Viviamo in un tempo in cui la democrazia é in ritirata e ci costringe ad essere flessibili, a prendere decisioni veloci per adattarci alle condizioni mutate. Le cose che conserviamo per sentimentalismo sono quelle che ci radicano in un luogo, ci obbligano, per assurdo, ad accettare un punto di vista che non condividiamo.


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