Ritorno all’Alpe, la natura che salva

È di qualche giorno fa la straordinaria vicenda di Casey, bambino di tre anni, che dopo essersi smarrito nei boschi del North Carolina è stato ritrovato vivo, miracolosamente, nonostante il buio della notte e il rigore dell’inverno.

Casey Linn Hathaway ha vagato per due giorni prima di essere individuato dai soccorritori. Anche l’FBI è stata impegnata nelle ricerche e nessuno avrebbe mai pensato che a contribuire alla sua sopravvivenza fosse un orso. Secondo il suo racconto, a fargli compagnia e a riscaldarlo dal freddo pungente che durante la notte raggiunge di solito i -20 sottozero, è stato un orso, amico come ha riferito Casey allo sceriffo della contea.

Da appassionata e studiosa di orsi la notizia mi ha subito interessato. Incuriosita dalla storia, ma nel timore di imbattermi in una fake news, ho voluto immediatamente approfondire l’avvenimento. Contattato tramite i social media Chris, un simpatico e disponibile esperto di orsi del North Carolina, ho avuto conferma della possibile veridicità dell’evento. Probabilmente Casey ha visto un orso e per due giorni gli è rimasto accanto e non so esprimere quanto mi piaccia immaginare come Casey abbia trascorso quei giorni e quelle notti in compagnia del plantigrado. Molti ritengono che una femmina o mamma orsa, soprattutto se in gravidanza, potrebbe prendersi cura di un bambino. Per esperienza, aggiunge il simpatico Chris, gli orsi vogliono farsi gli affari loro in pace e non amano la compagnia degli umani, tant’è vero che spesso, pur seguiti dai cuccioli, non si preoccupano affatto di essere tallonati. Chris ha persino avuto l’impressione che gli vengano affidati i piccoli mentre le madri vagano alla ricerca di cibo. Probabilmente hanno fiuto, aggiunge Chris, e sanno riconoscere e fidarsi delle persone giuste. Da considerare anche che la cronaca delle regioni del Nord America riporta la casistica di altri bambini sui due-tre anni, che sfuggiti al controllo dei genitori e smarriti nei boschi, sono riusciti a sopravvivere, a detta loro, grazie all’aiuto di orsi che li hanno scaldati col loro folto pelo e protetti.

© Chiara Baù

Parliamo per quelle zone dell’orso nero o baribal (Ursus americanus), il cui mantello è nero con una macchia chiara sul naso. Nel periodo invernale gli orsi sono solitamente in una condizione di semi-letargo, definita anche come torpore, prodotta da uno stato di sonno più o meno prolungato, ma proprio la settimana scorsa, mi spiega ancora Chris, è stato registrato un innalzamento della temperatura.

Questo fatto può indurre l’orso ad uscire dalla tana, lasciando temporaneamente i cuccioli appena nati, per compiere brevi passeggiate. L’orso è infatti in grado di riprendere temporaneamente l’attività consueta ed eventualmente se il letargo non è a termine, si dedica alla ricerca di un’altra tana in cui trascorrere i restanti mesi invernali. Di questo ne ho avuto conferma anni fa, in Trentino, quando percorrendo una pista di sci, nel mese di febbraio proprio quando la temperatura era al di sopra della media, ho avuto la fortuna di avvistare un’orsa che con i propri cuccioli si apprestava ad attraversare la pista; una notizia che era poi arrivata ai telegiornali suscitando stupore.

Chris mi spiega che probabilmente il bambino è stato accudito dall’orso il quale per l’improvviso innalzamento della temperatura registrato in quei giorni, ha temporaneamente interrotto lo stato di semi-letargo. La fantasia supera la realtà e la notizia viene catapultata su tutti i social media e su quotidiani nazionali e internazionali, sempre suscitando incredulità e meraviglia. Mi viene spontaneo ricollegarmi al “Libro della Giungla” dove Mowgli, il cucciolo d’uomo, viene adottato da un branco di lupi e dall’orso Baloo. Tutti noi, penso, abbiamo bisogno di storie di questo tipo che ci riportano in un mondo che non è solo un mondo di sogni, ma reale e con pochi e autentici valori. E’ la storia di un bambino che si smarrisce nel bosco e dell’orso (non quello di peluche che ogni bambino tiene accanto al letto) che lo accudisce scaldandolo e salvandolo come fosse un cucciolo proprio.

 La fiducia che nutro verso il mondo della natura mi fa credere con convinzione alla veridicità e alla bellezza della storia di Casey. Finalmente notizie che narrano di esseri umani salvati dagli orsi, piuttosto che di finte aggressioni o paure senza alcun fondamento.

Una storia, questa, che si basa su eventi reali e che in un mare di cronache infelici ha dato una ventata di meraviglia, facendoci tornare a quando eravamo bambini e avremmo desiderato fortemente e senza paura tuffarci nella morbida pelliccia del plantigrado.

Una piacevole sensazione che non solo è quella dell’abbraccio dell’orso, ma quella dell’abbraccio della natura.

Dopo aver lavorato diversi anni nei mesi invernali in montagna, ho avuto recentemente l’opportunità di trovare un’occupazione in città per lo stesso periodo in un negozip. È stata l’occasione per toccare con mano il consumismo sfrenato del mondo cittadino, di respirare lo smog che punge in gola, di constatare le prigioni psicologiche che chiudono le menti delle persone, di verificare come una vita semplice sia per molti incomprensibile e lontana dal proprio stile di vita quotidiano straripante di stress e tensioni.

Realtà che mi ha stupito e rattristato abituata, come sono invece, ad ascoltare il respiro degli alberi e a riempirmi gli occhi di splendide immagini di montagne imbiancate. Uscivo la sera dal lavoro malinconica per aver incontrato clienti pronti a litigare e polemizzare sul capo acquistato a caro prezzo che tradiva le loro aspettative di efficienza contro il freddo, nonostante la spessa imbottitura di piuma d’oca: atteggiamenti aggressivi sfoderati per problemi futili e marginali.

Mi sono chiesta come fosse possibile che la cliente insoddisfatta non avesse altro da fare la domenica mattina che ritornare al negozio per lamentarsi con tono aggressivo del cappotto non sufficientemente imbottito e con la pretesa di farlo stirare a puntino per eliminare piccole insignificanti pieghe, cosa a cui avevo prontamente provveduto per soddisfare le esigenze e il malumore della cliente. Questo come altri innumerevoli episodi che mi hanno lasciata incredula, se non altro per il banale utilizzo del tempo in giornata festiva.

Stessa incredulità in un bar del centro a Milano che ho frequentato per colazione e la lettura del giornale quotidiano, nell’assistere alla prepotente reazione per futili motivi di una cliente spocchiosa e firmata dalla testa ai piedi nei confronti di una cameriera che avevo invece apprezzato per i modi cortesi verso i clienti. E proprio in quell’occasione non ho potuto esimermi dall’improvvisarmi avvocato difensore di una seria lavoratrice, non tollerando un trattamento ostile e capzioso per motivi banali.

A parte il periodo natalizio, famoso per il clima di consumismo eccessivo e di caccia sfrenata ai regali, il mio disappunto é arrivato al massimo durante il periodo dei saldi perché ho assistito alla vergognosa conflittualità di persone, apparentemente compite ed eleganti, che si strappavano i capi dalle mani, effettuavano acquisti senza necessità, solo per il gusto di comprare a poco prezzo, per poi tornare il giorno dopo a reclamare con assurde pretese. Casi evidenti di persone condizionate dal lato peggiore del consumismo.

Avendo lavorato negli anni scorsi in una località alpina, non avevo mai sperimentato questa scatenata – saga dei saldi – e non avevo mai percepito quell’ansia di attesa, prima, e del precipitoso acquisto, poi, dei capi in saldo. La mia ansia, piuttosto, si concentrava nell’attesa dell’arrivo della neve, del colore infuocato dei larici in autunno, dei fischi delle marmotte d’estate, oppure in altra stagione del canto delle balene nei mari della Groenlandia. Non dei saldi !!!

Ero abituata alle file di mucche in stalla non a code di persone bellicose che lottano per accaparrarsi il capo migliore e più scontato: l’impressione era quella di essere finita in uno zoo ma non di animali bensì di persone.

Episodi di maleducazione, impazienza e intolleranza che mi hanno ricordato e avvicinato allo stato d’animo che provava Heidi quando era costretta a scendere in città lontano dal suo ambiente e dalla sua baita. Un paragone che può apparire infantile ma che mi sembra appropriato per esprimere le mie sensazioni.

© Chiara Baù

Sono arrivata a desiderare la nebbia quando ovatta la città, perché quel grigiore senza confine che mi avvolgeva mi permetteva di sognare, immaginando in quel vedo non vedo le montagne lontane.

Uscita dal lavoro nel Centro di Milano mi trovavo dinnanzi un grattacielo altissimo, e tentavo di trasferire su quell’altezza l’immagine del Sassolungo, delle Tre Cime di Lavaredo, del Monte Bianco. Ma la fantasia ha dei limiti, e non può sopperire a quelli della realtà, o ai ricordi di una realtà diversa fatta di aria pura, della semplicità della natura, dell’imponenza delle montagne.

Un anonimo ha scritto che ‘la montagna offre all’uomo tutto ciò che la società moderna si dimentica di dargli.’

Improvvisamente i motivi per cui mi ero trattenuta in città per la stagione invernale mi sono apparsi meno attraenti, non solo, ma il lavoro in città mi aveva fatto sentire ancora più forte e intenso il richiamo di ciò che poteva salvarmi: la natura. Come l’orso aveva salvato Casey in North Carolina, la natura stava salvando me.

Frastornata dall’evento dei saldi sono ritornata in montagna, alle cime, agli alpeggi e quando a distanza è comparso il Sassolungo ho percepito un senso di calore probabilmente simile a quello avvertito da Casey quando l’orso gli si è accucciato accanto, salvandolo dal freddo e dal buio.

Ho sempre pensato che le montagne fossero dentro di me e questo potesse bastare, ma ho trascurato un fattore fondamentale. Quando i genitori fin da piccola ti portano nei boschi magari sotto una nevicata, sei educata alla bellezza, che plasmerà la tua mente di bambina e influirà per tutta la tua vita.

© Chiara Baù

Avevo due anni e, assicurata nello zainetto, abbracciavo le spalle di papà che sciava a spazzaneve sotto una copiosa nevicate sulla strada forestale che scendeva tra boschi di abeti e larici grondanti di neve dalla cima del Cermis, in Trentino; ogni fiocco di neve che cercavo di afferrare con la mano o sporgendo la lingua si adagiava danzando lentamente sulle braccia e sul viso. I pini e gli abeti erano compagni di gioco e i miei genitori sapevano che portarmi nei boschi anche sotto la neve sarebbe stata un’avventura indimenticabile.

Quando il campo visivo è abituato ad essere riempito dallo skyline delle Dolomiti capisci che essere educata alla bellezza ti porta a pretendere dalla tua persona tutto ciò che ne consegue: il silenzio, la ricerca della semplicità, la ricerca di se stessi.

 Sono tornata in montagna, all’alpe. I grattacieli si sono trasformati in alti e slanciati larici, i cui rami spogli e scoloriti ora ricamano il bosco.

Subito ho raggiunto la mia baita con la stessa fretta di chi si precipita in negozio alla ricerca dei saldi. Ho sentito le montagne che mi parlavano, il profumo di latte del vitellino appena nato che con dolcezza tentava di leccarmi il viso, il fiocco di neve che si scioglieva sulle guance. Ho potuto ammirare i pupazzi di neve ammassati e lavorati con talento dai bambini usciti da scuola dopo un’abbondante nevicata.

Sono bastati pochi giorni per rivoluzionare la mia vita quotidiana. La precarietà ha anche il vantaggio di consentire maggiore libertà di scelta, possibilità di rimettersi in gioco, e affidarsi alla natura può voler dire salvarsi come é successo al bimbo smarritosi nella foresta del North Carolina.

Nel mio caso il richiamo é stato forte a differenza del piccolo Casey che nel bosco avrà provato un senso di paura e disorientamento.

Lo smog che mi aveva fatto ammalare è diventato il freddo pungente, capace di instillare stimoli al cervello piuttosto che annebbiarlo in banali lamentele sui capi firmati.

Sono anche tornata a posare nell’ambito dei corsi tenuti presso la Scuola d’Arte di Ortisei in Val Gardena e finalmente mi sono sentita a casa. Posare per gli artisti del legno mi ha liberato di tutta quell’aura di apparenza che in città mi aveva rattristato. Il compito della scultura e in generale delle arti è quello di impedire che le cose mutino, che il tempo passi e che ci sia una fine. La genuina naturalezza della storia del bimbo salvato dall’orso ha dimostrato anche questo, perché nulla può intaccare l’amore della natura verso l’uomo.

Casey nel vedere l’orso non si sarà spaventato ma l’avrà osservato con curiosità: un puro e istintivo senso di amicizia insito nei bambini. “L’orso è mio amico” ha raccontato Casey. L’orso non poteva che accoglierlo.

L’avevo studiato con grande passione durante la tesi di laurea e dopo una tesi di campo svolta nel Gruppo Adamello Brenta che mi aveva portato in Alaska, in Canada, al Circolo Polare Artico. Ora mi aveva attratto di nuovo nel bosco dove ero stata con i miei genitori, molto tempo fa.

Niente avrebbe potuto rendermi più felice. Ora sono in montagna, e potrei incontrare di nuovo l’orso. Questa è la grande forza della natura cui devo un abbraccio, come doveroso è l’abbraccio alle montagne che mi hanno chiamato facendomi sentire la loro voce più forte e influente che mai.

© Chiara Baù

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