Un viaggiatore una notte d’inverno nel deserto

Era il 6 gennaio, viaggiavo a bordo della Egyptair da Cairo a Sharm. Il comandante aveva augurato per ben due volte Merry Christmas ai passeggeri nel suo messaggio. Quel messaggio però mi faceva pensare.. ecco…la compagnia aerea e il comandante non si rendono conto che in Europa abbiamo già sepolto Natale da un paio di settimane, forse dovrebbero aggiornarsi sulle feste religiose di noi cattolici. Ero talmente convinta di avere ragione che uscendo dico allo steward ‘ricordi al comandante che Natale era il 25 dicembre scorso’.

Mattino dopo. Sono alla reception dell’albergo per chiedere al portiere dove posso cambiare la valuta con quella locale. ‘Le banche e gli uffici di cambio sono chiusi oggi’ –– ‘è il 7 gennaio festa nazionale, il Natale dei cristiani copti-ortodossi ’ mi risponde.

Un lampo mi esplode nella testa – ma allora la grandissima ignorante sono io, non il comandante egiziano-musulmano che si stava rivolgendo ai suoi passeggeri egiziano-copti-ortodossi -. La vergogna che provo é talmente amara che vorrei tornare indietro al giorno prima per rimanere muta.

Così va il mondo. Tutti parlano, pensano di sapere, credono di avere ragione sugli altri e soprattutto che la propria cultura sia superiore. Non è forse questo l’atteggiamento alla base del razzismo? Proprio io ho peccato, io che viaggio da sempre e pretendo di avere grattato via dai geni ogni forma di provincialismo. Su quel volo ho avuto la conferma che arroganza e ignoranza vanno di pari passo anche nel circuito del mio cervello.

Dopo pochi mesi dall’ultimo viaggio, sono di nuovo in Sinai. Sono tornata per assistere alla Camel Race che si corre intorno al 10 gennaio, ogni anno, lungo una lunghissima valle sabbiosa su un altopiano nel sud-est del deserto.

Due le tribù beduine contendenti: i Tarabin e i Muzeina. Cosa sia il premio in palio mi sfugge, perché tutto quello che coinvolge la vita dei beduini rimane largamente avvolto nel mistero, per colpa della lingua (le traduzioni in inglese sono lacunose) e per colpa della mia ritrosia a fare mille domande.

A Sharm ritrovo il mio autista preferito: Nabil. Potrei tornare anche tra dieci anni sapendo che non mi ha dimenticata. Strane alchimie si stabiliscono con dei perfetti sconosciuti nel mondo. È un affetto che si costruisce con una relazione onesta, dove ognuno ha rispetto dell’altro. Puntuali entrambi a ogni nostro appuntamento.

Sulla strada per Dahab, villaggio turistico sulla costa del Sinai verso la frontiera con Israele, a una certa svolta dove si prende un sentiero sterrato che porta a casa di Sheik Alì, ritrovo la mia guida preferita: Rabia. L’arabo che per un attimo, in un peccato mortale di pensiero, mi ha fatto esplorare la possibilità di accettare il ruolo di seconda moglie e una vita da donna sottomessa come le trattano qui, vestite a lutto, velate e secondarie. Perché affiora sempre, prima o poi, quel sogno segreto femminile di essere completamente dipendenti e sottomesse a un uomo. Lasciarsi andare e non essere più coinvolte nell’ingranaggio della sopravvivenza. Cedere tutto il pacchetto dei problemi all’uomo – lui ha creato le regole, lui le risolve -, in cambio di una vita che passa solo per le sensazioni più sottili e sensuali e non per le decisioni faticose, ma questo è un lusso che poche donne si possono permettere per il rischio intrinseco di essere tradite dopo l’uso. Non perché l’uomo voglia tradire a tutti i costi ma perché le regole della sopravvivenza economica in occidente sono sfuggite di mano, ormai, anche all’uomo.

Considerato che sognare non ha controindicazioni, questo sogno nella nuvola me lo porto dietro per tutta la durata del viaggio, sospeso tra lui e me sempre.

Dal taxi di Nabil scarico il bagaglio e lo carico sulla jeep di Rabia. Sono circa le 10 di mattina e il programma è visitare due canyon prima di arrivare al campo dove ha montato la tenda per dormire. Mancano due giorni alla corsa. Ogni giorno percorriamo chilometri con l’intento di avvicinarci alla meta, Wadi Zalaqa.

Seduti intorno alla brace dove si sta scaldando l’acqua, beviamo un tè prima di partire. Ho i tendini che scalpitano verso l’azione. Stare ferma, rallentata, alle 10 del mattino per prendere un tè è contrario alle mie abitudini. Qui è diverso, si entra nella dimensione atemporale beduina e del deserto, quella che dilata il tempo in proporzione alla grandezza dello spazio.

‘Ti presento Rita’.. mi sollecita Rabia. Dall’interno buio della casa esce una donna occidentale con i capelli bianchi, il velo sulla testa e un sorriso luminoso. Rita è una donna greco-cipriota che ha studiato a Londra prima di girare il mondo attratta dalla numerologia e dall’esoterismo. Vive adesso tra Cairo e il Sinai. A Santa Caterina ha iniziato un’azienda agricola con suo marito, un saudita con molte nazionalità nel sangue. Hanno piantato ulivi, alberi da frutta, 500 alberi di pistacchio e erba per gli animali che coltiva in serra per economizzare l’acqua.

Erba per gli animali? Già. Non c’è niente di scontato nel deserto, neanche l’erba per sfamare cammelli, capre e pecore.

Mi descrive Cairo come una città culturalmente arricchita da teatri, mostre, festival, dove si rifugia dopo i rigori del deserto. Per gli italiani me compresa, Cairo rappresenta invece, un luogo sinistro, dove i servizi segreti egiziani hanno consumato un’azione atroce e criminale rendendo martire, come dicono i musulmani dei loro caduti contro il regime, un nostro connazionale. Ad esempio Claudio (Di Manao giornalista, scrittore, collabora al sito) che ha vissuto anni a Sharm facendo l’istruttore subacqueo si rifiuta adesso, per principio, di mettere piede in Egitto. E non è il solo. Io contendo che non vado in Egitto, ma in Sinai.

Eccomi in Sinai, allora. Il primo canyon che visitiamo è abbastanza spettacolare. L’acqua, nei millenni, ha scavato le pareti di una montagna di roccia bianca. Nel percorrerlo affondiamo i passi su uno strato di sabbia immacolata fatta di grani sottili. Ogni tanto in mezzo al sentiero cresce un albero. Mi guardo intorno e gli chiedo ‘come hai fatto a sopravvivere proprio qui?’ Ammiro quelle foglie verdi che trattengono la più preziosa delle molecole del deserto. La volontà di sopravvivere delle piante mi fa sempre affiorare dalla memoria quella poesia di Dylan Thomas – La forza che nella verde miccia spinge il fiore – perché più del ‘come hai fatto’, dovrei chiedergli ‘cosa ti spinge, da dove nasce quella forza interna che ti fa sopravvivere in questo inferno di calore?’.

Il balzo eccezionale, per la sua mole, che fa la balena quando passa tra le due dimensioni acqua/aria è merito della sua verde miccia, il germoglio di tulipano che sbuca da sotto la neve prevedendo di fiorire in primavera è merito della verde miccia, l’uomo o la donna che vanno contro tutto e tutti per amore si discolpano puntando il dito alla loro verde miccia. Nessuno ama più i poeti, erano incomprensibili e ora sono diventati negletti, ma per una volta bisogna riconoscere la superiorità della letteratura sulla scienza per avere sintetizzato in due parole quello che di misterioso e complicato avviene dentro ogni essere vivente.

Rientriamo a piedi al campo e scopriamo che Moamen, il figlio di Rabia, ha bucato una gomma della jeep. Il campo è distante almeno un’ora da una strada sterrata ma queste sono mie considerazioni, i beduini viaggiano nel deserto, evitano le strade sterrate. Riparare una gomma bucata, infatti, non lo scalfisce. Mentre Moamen mi guida a esplorare il secondo canyon, lui consegna la gomma che qualcun altro porterà a Nuweiba e che riporterà domattina in tempo prima della nostra partenza, prima di virare verso l’interno del deserto.

La sua organizzazione militare mi stupisce.

‘Tuo padre era una guida, hai imparato da lui?’ gli chiedo.

‘Conosci Alberto Siliotti?’ risponde. Lo conosco, certo, l’unica guida che si trova a Sharm sul Sinai, l’ha scritta lui, viaggio con la sua guida. ‘Mio padre era la sua guida’.

L’informazione spiega molto. Quest’uomo, un beduino del deserto, ha imparato a fare il suo lavoro seriamente. Non c’è mai stato un momento d’incertezza nell’organizzazione. Solo una volta gli ho chiesto a che livello fosse scesa la benzina perché dopo tre giorni di viaggio non aveva toccato un distributore. ‘La jeep ha due serbatoi, il prossimo rifornimento tra circa 150 chilometri’, ma eravamo quasi alla fine del percorso.

Se lui non ha incertezze io, al contrario, affondo nelle mie. Mettete una signora, l’età mi obbliga al titolo, abituata alla vita in una casa di cemento dove esiste per ogni azione giornaliera un utensile che ha il suo posto preciso su un mobile, a vivere improvvisamente sotto una tenda dove tutto è poggiato caoticamente sulla sabbia e la reazione a quello che vede, ciò il paragone che fa con l’altra vita, diventa nervosamente comico.

Apparentemente il campo questa volta è accessoriato meglio, a detta di Rabia, dietro a quella dove dormiamo c’è una tenda per la doccia e una per la toilette. Entro nella prima dove la doccia non c’è perché senza sole l’acqua non si scalda, per cambiarmi e vestirmi per la notte. Con 8 gradi esterni rifiuto di lavarmi con l’acqua fredda, rimando a domani al momento in cui esce il sole. Nella tenda–spogliatoio non c’è un solo ripiano, una tasca, un gancio per appendere i vestiti. Butto tutto per terra dopo aver tentato d’incastrarli sulla roccia inclinata. Per terra c’è sabbia e se la tocco con il piede non riesco poi a sciacquarla via. Sono in bilico con un piede nudo in aria cercando di raggiungere il cambio dei vestiti e infilarli, una gamba alla volta, senza perdere l’equilibrio e toccare terra. In una tenda di stoffa non c’è una SOLA parete solida dove appoggiarsi. Forse l’antico asceta inventore dello yoga è stato frainteso, nella realtà stava insegnando come evitare di toccare la sabbia con i piedi del loro deserto indiano – ironizzo.. maledicendo la mancanza delle cose più essenziali.

Qui si apre il divario tra la vita idilliaca in tenda e la realtà dei fatti; qui comincio a prendere le distanze dalla leggerezza con la quale giudico facile il ritorno alla vita elementare. Nessuno ha forse mai pensato ‘lascio tutto e vivo in tenda’?. Io si. E questa è la vita disagiata che avrei dovuto affrontare. Poi rifletto a quante persone nel mondo per un disastro, terremoto, inondazione, persecuzione o guerra si ritrova a vivere in una tenda. E penso al nostro modo di scrollarci di dosso la responsabilità della sfortuna altrui pensando che alla fine la Croce Rossa gli monterà una tenda sopra la testa, e finiamo per dormire sonni tranquilli. Chi parla e nega gli aiuti dovrebbe dormire in tenda un paio di giorni in inverno per capire che la tenda non sostituisce nessuna casa. E la mancanza di pareti e un tetto è solo uno dei problemi.

Per cena? Al quarto viaggio ho imparato che la dieta beduina non si scosta mai dai pochi ingredienti reperibili: riso, pesce, pollo o manzo, insalata di cetrioli e pomodori, pane di farina e acqua cotto sul dorso di una pentola arroventata sulla brace; da bere tè, caffè, tè di menta, zuccherati. Poiché nel deserto non crescono orti in grado di sfamare tutti, le provviste devono per forza essere importate dall’Egitto.

Questa miseria d’ingredienti, paragonati a quelli che sono disponibili nelle nostre cucine, fanno ridere. E riflettere. Il mangiare nel piatto è il primo elemento che dimostra la nostra affluenza. Cibo vuole dire pace, tempo per coltivare e raccogliere. Cibo vuole dire acqua e terra fertile.

Riso e pesce in bianco, menù della serata, non mi potevano sfamare: chiedo una scodella, due uova, un pizzico di sale e una bottiglia di olio. Il sole non era ancora del tutto tramontato, mi siedo all’aperto su una roccia piatta e comincio a lavorare i tuorli per montare una maionese. I nervi freddi a volte sono utili anche per non fare impazzire la maionese quando si muore dalla fame. L’unto ricco, grasso, lucido e saporito della salsa é tutto quello che desidero mettere nello stomaco.

Porto la scodella, vincente, dentro la tenda. L’assaggiano cauti ma finiscono col preferire la loro tahina, la salsa di semi di sesamo e yogurt.

Dopo mangiato esco dalla tenda per controllare il cielo. La luna, che col bagliore rovinerebbe la luce delle stelle, non è ancora apparsa. Passiamo le serate senza televisione in questo modo: scattando foto alle stelle.

Il giorno dopo, smontata e caricata la tenda sul tetto della jeep, partiamo verso nord. Sulla strada raccogliamo Mahmud e Selim che aiuteranno Rabia a montare di nuovo la tenda all’arrivo.

La valle di Wadi Zalaqa dove si corre la Camel Race è ampia e lunga. Sulla strada incontriamo un flusso di altre jeep e pick up cariche di beduini che stanno convergendo nello stesso luogo.

Le tende degli altri accampamenti sono fissate su dossi piatti o sulle anse che costeggiano la valle. Lo stesso circo si ripete nuovamente anche per noi. Montiamo la tenda, scarichiamo le taniche d’acqua dalla macchina, la legna, i viveri, le pentole, le bottiglie d’acqua da bere, i pacchi di uova, i materassini, i tappeti, le coperte, i sacchi a pelo, la shisha di Rabia.

Sull’altipiano fa freddo ma la temperatura non va sotto zero come avevano predetto. Quando scende la sera e ci ritiriamo in tenda attorno alla brace che scalda altro tè zuccherato e alimenta la shisha di Rabia, l’unica donna rimane completamente isolata dalle conversazioni in arabo dei quattro uomini. Anche se parlassi la lingua mi isolerebbero comunque perché è costume dividere le faccende degli uomini da quelle delle donne. Un solo momento d’interazione si accende quando Selim mi parla attraverso Rabia. Vuole sapere perché le foto che scatta con il suo Iphone mancano di definizione. Gli mostro l’App con la quale scatto le mie foto. Forse non si rendono conto di quello che manca nei loro piatti ma sono senz’altro decisi a chiudere il gap con la tecnologia. 

Ho sistemato il mio sacco a pelo nell’angolo opposto a quello dove dormono gli uomini ma con il freddo che é sceso vorrei piuttosto stendermi accanto a Rabia e farmi scaldare dal suo corpo. Mentre il fuoco brucia quieto mi perdo a pensare a cosa accadrebbe, alle conseguenze se una notte decidessi di farmi scaldare da un uomo con una cultura così diversa dalla mia, lontano da tutto e tutti nel deserto. Perché non credo esista un posto più romantico di questo, un posto che giustamente t’ispira a perderti nei sensi e non pensare affatto alle conseguenze. 

Ma sono un viaggiatore, semplicemente un viaggiatore con una macchina fotografica. Non sono una donna che tenta di capovolgere le leggi che regolano i rapporti tra un uomo e una donna il mattino dopo. Noi siamo quelle che hanno sempre torto. Noi siamo quelle che anche per una notte abbiamo dato l’anima all’uomo. La mia arma per dormire sull’altipiano, quindi, è una borsa dell’acqua calda. ‘Avrei bisogno di acqua calda per riempirla’ – chiedo. Nessuno mi prende in giro, nessuno indovina le riflessioni di una donna che dorme con la borsa dell’acqua calda.

Scivolo nel sacco a pelo così com’ero vestita: pantaloni neri di jersey, T-shirt, caftano, piumino Uniqlo, calzettoni. Sopra al sacco a pelo sono distese due coperte di lana fitte, forse cinesi, con grandi rose colorate disegnate nella trama, e il cappotto di lana di cammello di Rabia. Abbastanza caldo? Senza il caldo che emana la borsa certamente no! Avrei i piedi congelati.

Alle 6 del mattino la valle è ancora buia. Fuori dalla tenda Mahmud è il primo ad accendere il fuoco per scaldare il tè. Controllo la carica delle batterie della macchina e del flash. Non mi cambio. M’infilo solo una giacca sopra gli strati di vestiti.

Quando arriviamo alla partenza della gara c’è già un gran movimento di uomini, jeep, jockey-bambini  e cammelli. Sono tutti malvestiti come me. Ma io spicco tra la folla di più perché li sto rincorrendo con un flash che scatta ininterrottamente, tanto che quando alle 7.30 (puntuali) danno il via alla gara io mi ritrovo proprio sulla linea di partenza con i beduini che mi urlano di togliermi di mezzo. Perché il pericolo vero non è essere travolta dai cammelli appena partiti ma dai pick up e dalle jeep cariche di beduini su di giri che li rincorrono.

In mezzo al polverone cerco Rabia. Tutte le Toyota sono assolutamente uguali.. perché non ho mai memorizzato la sua targa? Persa, fin quando mi sento chiamare in lontananza. Li vedo e corro verso la jeep. Rabia mi rimprovera. Dal momento in cui sono arrivata fino al momento della partenza saranno passati solo dieci minuti. Troppo poco per fotografare un campionario di personaggi incredibili, così radunati per un’occasione unica che cade una sola volta l’anno. Dieci minuti di foto sono niente!

Lo penso e l’ho scritto nel post sul Sinai precedente che nei beduini scorre una vena di pazzia. Te ne accorgi prima di tutto da come guidano. Mai visto il film Rat Race? Sei team di sconclusionati che non si guardano in faccia e si odiano, cercano a tutti i costi e con qualsiasi mezzo di arrivare da Las Vegas a una stazione ferroviaria di Silver City dove c’è un armadietto chiuso a chiave. Il primo ad arrivare alla meta si porta via il contenuto: 2milioni di dollari.

Inghiottiti da un polverone di sabbia biblico i beduini, senza paura di tamponamenti, collisioni, gomme che affondano nella sabbia corrono la loro Rat Race per molto, molto meno di due milioni di dollari. Il premio é guidare affiancati al drappello di cammelli che corre in testa per essere i primi a vedere chi vince.

Due sono i tipi di stranieri che attraversano il deserto, dormono vestiti in tenda, mangiano male per vedere La Camel – Rat – Race: i fotografi e i drogati di adrenalina.

Pericolo di rimanere incidentati da uno a dieci? Pericolo massimo: dieci. Eppure ritornerò ancora il prossimo anno, già lo so. È una gara reale, autentica non turistica, pericolosa come lo erano da noi le gare prima dell’avvento della prevenzione attraverso le normative. La prevenzione in una gara come questa detterebbe che ci fosse un elicottero per il trasporto rapido in ospedale, un’ambulanza con un team per la rianimazione, un veterinario per i cammelli infortunati, un commissario per i diritti dell’infanzia maltrattata (tutti i fantini sono bambini) e uno per i diritti dei cammelli maltrattati, polizia per multare l’eccesso di velocità e i sorpassi vietati dei 4×4 dei beduini oltre a controllare se assicurazione, bollo e gomma di scorta sono stati tutti pagati allo Stato egiziano e in ordine. Fck.. nonostante non ci sia niente di tutto questo non c’è stato un solo morto o ferito, e tutti si sono divertiti da morire. Sopra il loro cielo devono aleggiare un centinaio di angeli che li proteggono e si divertono anche loro come dei matti. Divertirsi, quella cosa ormai dimenticata per colpa di una lunghissima lista di controlli, limiti, punizioni, multe. La nostra vita, insomma.

Ecco questa è la conclusione del viaggio. Il mio non è finito proprio qui perché é continuato il giorno dopo esplorando il White Desert dove dal nulla sono apparsi due coloni israeliani in bicicletta arrivati dalla frontiera. È continuato nel villaggio dei Muzeina (una delle tribù che ha corso la Camel Race) e con le mie fotografie digitali ripassate sullo schermo ho riconosciuto e si è riconosciuto Yussef, un bambino di circa 8/ 9 anni, un fantino che aveva corso il giorno prima. Ero seduta per terra a casa di Deena, una donna beduina che mi aveva invitato a bere un tè. Avevo tutti i bambini intorno a guardare le foto. Sono quei momenti in cui ti rendi conto che, attraverso la macchina fotografica, si abbattono i muri di comunicazione e si diventa amici. Non sono più persone di un deserto lontano che hanno usi e costumi diversi. Sono persone che sentono e reagiscono esattamente come te.

Salutandolo ho detto a Rabia di non aspettarmi presto. Di certo a gennaio per la prossima Camel Race. Mi ha chiesto, prima di separarci, se gli lasciavo la borsa dell’acqua calda.

Poi sono rientrata a Londra e tutto il sistema ha ricominciato a bombardarmi con la pubblicità. Compra questo, compra quell’altro. Hai solo pochi giorni, minuti, istanti prima di essere un imbecille che fa scadere l’offerta per il materasso in vero, originalissimo memory foam! Ma come ancora non ti sei attrezzato con Alexa? Quando rientri da un posto così puro come il deserto ti senti piuttosto sminuito a vivere una vita dove ti rubano il diritto a seguire il filo logico dei tuoi pensieri, dei tuoi programmi e dei tuoi sogni. 

No, Alexa non l’ho comprata e non la comprerò mai: compro piuttosto una ventina di borse dell’acqua calda per attrezzare i miei amici di un villaggio al prossimo viaggio. Gente semplice con i piedi freddi, a cui manca assolutamente tutto lo stretto necessario. La loro povertà, a proposito, mi fa riflettere sulla differenza che c’è tra arabo e arabo.

C’è l’arabo come Mohammed Abdallah, ex-giornalista, leader del sindacato degli ambulanti al Cairo che vede nel ricercatore straniero, italiano,  una pedina di scambio di favori con i servizi di sicurezza egiziani, e lo denuncia facendolo passare per una spia pur sapendo che Regeni é innocente. È fatto noto, infatti, che la National Security avesse già archiviato l’indagine su Giulio: era legittimato a stare in Egitto e non era coinvolto in nessuna attività politica. E poi c’è l’arabo beduino come Rabia che quando incontra casualmente due giovani ciclisti israeliani nel deserto si preoccupa di parlare al telefono con la loro guida per essere certo che il 4×4 con i viveri e le tende arrivi prima che faccia notte e intanto gli assicura una scorta extra di frutta e acqua. Cairo e il deserto, il contesto alla fine ha plasmato due uomini completamente diversi.

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    • Imperial Bulldog
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