Clima e giovani sul piede di guerra

Clima e giovani sul piedi di guerra. Greta Thunberg e gli scioperi del venerdì, insieme alle nuove tecnologie CCS, possono darci qualche barlume di speranza per il clima. Ma la guerra alle emissioni è un caso perfetto di lotta contro il tempo.

L’inizio di un grande cambiamento

La protesta solitaria di una sedicenne si è trasformata in un potente movimento globale

che sfida i politici ad agire.”

– The Guardian

Nel precedente articolo ‘The Big Picture’ ho esposto le cause del riscaldamento globale e l’intervento di Greta Thunberg alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite a Katowice, dove la sedicenne ha accusato i leader mondiali di comportarsi come bambini irresponsabili.

Malgrado la scarsa attenzione dei media italiani, l’ondata di scioperi nelle scuole per il clima è travolgente. Partita in quarta dall’Australia, l’onda sta dilagando in Francia, in Italia, in Germania e soprattutto nella piccola Svizzera, dove hanno aderito la cifra record di 65.000 studenti. Chiedono tutti una politica zero-carbonio entro il 2030 e, se necessario, l’abbandono dall’attuale sistema economico. Greta Thunberg via twitter, ha fatto partire un vero e proprio tzunami, che vuole inchiodare il sistema politico alle sue responsabilità.

Non è la prima volta che una giovanissima scuote le coscienze sui problemi ambientali. Nel 1992, al Rio Earth Summit delle Nazioni Unite, il discorso di Severn Collins Suzuki, allora dodicenne, commosse il mondo. Ma restò di fatto inascoltato. Il metro di ciò che è successo da allora è in un numero: dal 1992 al 2018 ben 3000 miliardi di tonnellate di ghiaccio dall’Antartide si sono riversate in mare .

Con la Thunberg qualcosa è cambiato. Se prima si parlava di sensibilizzare, stavolta c’è un chiaro invito all’azione. La consapevolezza popolare sul cambiamento climatico è cresciuta (una volta tanto) insieme al consenso scientifico. La percezione del cambiamento climatico come problema è condivisa dalla maggior parte della popolazione mondiale. In Italia arriva all’80%. Una presa di coscienza scientifica e civile che contrasta con l’inerzia politica. È questa la prospettiva in cui si colloca il People’s Seat, iniziativa delle Nazioni Unite. La gente è ormai consapevole del cambiamento climatico e ne conosce le cause, adesso si tratta di fare pressione su chi ha, o amministra, il potere.

Greta Thunberg, a Davos, ne ha avute anche per i leader dell’imprenditoria mondiale:

“Alcune persone, alcune aziende, e in particolare persone che hanno preso certe decisioni, sapevano esattamente quale valore inestimabile hanno sacrificato per continuare ad accumulare quantità di denaro inimmaginabili. E penso che molti di voi, qui oggi, appartengano a quel gruppo di persone.”

The Guardian parla dell’inizio di un grande cambiamento. Un cambiamento non solo auspicabile ma necessario. La nostra società è brutalmente ancorata ad apparati industriali considerati vitali, a regole basate su profitti e perdite, a un ideale di crescita eterna al quale viene subordinato il benessere sociale e ambientale, quando questo non viene defilato in secondo piano. Ma possiamo davvero fermare tutto ciò e tornare indietro in un colpo?

Al momento le emissioni globali di CO₂ ammontano a circa 37 miliardi di tonnellate all’anno, e questo trend ci porterà verso un innalzamento di almeno 3 C° (se non quattro) delle temperature entro il 2100. Ridurre drasticamente le emissioni di CO₂ dal livello attuale ai 15 o 20 miliardi di tonnellate all’anno entro il 2030 (come dagli accordi di Parigi) comporterà uno sforzo politico e industriale senza precedenti. Qualcuno sostiene, e non senza qualche ragione, che perseguire questo obiettivo con il sistema economico attuale potrebbe causare un cambiamento così drastico da indurre al collasso la nostra intera civiltà.

Il problema è che si è aspettato troppo. Si è ascoltata la voce di chi chiamava cassandre scienziati e ambientalisti, si è guardato troppo ai combustibili fossili nell’architettare gli assetti internazionali, si è indugiato fuori tempo limite sulla convenienza delle fonti d’energia pulita, rallentandone lo sviluppo e quindi la loro appetibilità economica. Adesso, frenare in tempo la produzione di CO₂ senza drastici cambiamenti sembra un’impresa impossibile. Molte convergenze industriali e politiche, nel panorama internazionale giocano a sfavore. Ma se non riusciamo a limitare in tempo le emissioni, possiamo toglierle dall’atmosfera?

Il miglior sistema per togliere CO₂ è quella di piantare più alberi, lo sanno anche i sassi. Gli alberi, soprattutto durante il loro accrescimento, assorbono CO₂ in grande quantità. Le foreste da taglio che offrono legname per l’edilizia potrebbero far pendere la bilancia a favore del clima.

Costruire in legno, preferendolo dove possibile ad acciaio e cemento, offre una serie di vantaggi per il clima. Oltre a prelevare la CO₂ ed essere un ottimo isolante termico, il legno può aiutare a ridurre le emissioni che vengono da due industrie particolarmente inquinanti. La produzione di acciaio e cemento richiede temperature altissime e consumi vertiginosi. Soprattutto di carbone, il più inquinante dei combustibili fossili. Il 6% delle emissioni globali provengono dalla produzione del cemento, il 5% dall’acciaio. Quella dell’acciaio ha aspetti davvero inquietanti. Mentre una tonnellata di cemento ‘costa’ all’atmosfera 86 kg di CO₂, per ogni tonnellata di acciaio se ne immette quasi il doppio: 1,83 tonnellate di CO₂ per ogni tonnellata d’acciaio prodotto. Va tuttavia osservato che entrambe le industrie, almeno attraverso i loro organismi associativi e di controllo, sono consapevoli della loro impronta e stanno valutando tecnologie in grado di tagliare drasticamente le emissioni. Ma il loro successo sarà subordinato alle azioni dei governi. Soprattutto sul piano internazionale. Se il cambiamento climatico è un problema globale, la globalizzazione accoglie ‘zone franche’ che costantemente minano i buoni propositi. Le intenzioni scellerate del Brasile sull’Amazzonia e il disprezzo di Washington per gli accordi di Parigi ci danno il quadro esatto dello scenario globale. Col quale bisogna fare i conti.

È possibile togliere CO₂ dall’atmosfera senza utilizzare gli alberi?

La tecnologia CCS, Carbon Capture and Storage (cattura e stoccaggio del carbonio) nasce da questa domanda. Alcune start-up visionarie, quanto determinate, offrono la risposta.

“Una tecnologia che sembra un viaggio nel tempo”

– New York Times.

Dall’era industriale in poi non abbiamo fatto altro che prelevare carbonio dal sottosuolo per bruciarlo e immetterlo nell’atmosfera. L’idea è quella di riprendere il carbonio dall’atmosfera e riportarlo sottoterra. E di farcelo restare in eterno, se possibile.

La Climeworks di Zurigo è l’azienda che ha compiuto i passi più lunghi. Sul tetto dei suoi laboratori viene prelevata tanta CO₂ quanta ne trattengono 36.000 alberi. Il processo comporta un enorme dispendio di energia. Ma in Svizzera, con il 65% del fabbisogno prodotto dall’idroelettrico non c’è il rischio di creare un circolo vizioso. Semmai i problemi vengono dai costi e dallo stoccaggio in profondità. Per ora l’anidride carbonica, o CO₂, prodotta da Climeworks viene pompata nelle serre o fornita a una locale fabbrica della Coca-Cola. Sottocosto. L’anidride carbonica presente nelle bibite ha costi di produzione che vanno dagli 80 ai 120 euro la tonnellata. I costi di estrazione dall’atmosfera si aggirano su cifre sei volte maggiori, dai 500 ai 900 euro. Ma l’opzione migliore non è riciclare l’anidride carbonica. È farla sparire.

Ci stanno provando in Islanda. Laggiù un anno e mezzo fa, sempre Climeworks in collaborazione con CarbFix, la Columbia University e la UE, ha avviato il più importante progetto di stoccaggio in Europa, se non nel mondo. La CO₂ prelevata viene diluita in acqua e pompata nelle rocce basaltiche a grandi profondità. L’enorme pressione del sottosuolo e la porosità della roccia permettono la solidificazione dell’anidride in forma di carbonio minerale, che in questo modo rimane inerte per milioni di anni.

La tecnologia CCS è stata impiegata anche in alcuni impianti che utilizzano combustibili fossili. La CO₂ viene catturata utilizzando l’energia degli stessi impianti in modio più economico. I filtri consentono di prelevarne fino al 70%. Ma i costi, soprattutto se è previsto lo stoccaggio, restano alti.

I primi produttori di panelli solari e generatori eolici hanno affrontato lo stesso problema nel passato. Prima di sviluppare impianti a costi ragionevoli hanno dovuto ricorrere agli incentivi governativi, al ritorno d’immagine di alcune aziende, a privati che avevano a cuore l’ambiente. Ma anche chi non ce l’aveva . Paradossalmente, tra i primi acquirenti di tecnologia eolica e fotovoltaica c’erano i militari e l’industria petrolifera. Entrambi avevano bisogno di più fonti di back-up per garantire forniture energetiche piccole, ma continue, a sistemi che non potevano permettersi di fermarsi. Come i satelliti, i sistemi radar e di comunicazione, le centraline di controllo degli oleodotti. Non stupisce quindi che oggi le compagnie petrolifere siano potenzialmente interessate alla tecnologia CCS avendo già proposto di pompare CO₂ nei giacimenti esausti.

Ma con loro il rischio è dietro l’angolo. Eliminare la CO₂ che abbiamo immesso nell’atmosfera è oggi più che mai irrinunciabile. E anche se l’efficacia della tecnologia allo stato attuale assomiglia al ricostruire un spiaggia un granello di sabbia alla volta, va sviluppata. La stessa Exxon-Mobil, dopo lo scandalo degli studi pilotati per smontare la teoria dell’origine antropica del riscaldamento globale ha cambiato rotta ammettendo l’origine antropica. Il rischio oggi è che, sviluppata o meno, la tecnologia CCS finisca per procurare un alibi ai produttori di combustibili fossili e a chi deforesta. La proposta di utilizzare l’anidride carbonica estratta dall’atmosfera per farne dei carburanti era lì sul piatto ed è stata già accettata. Si parla pur sempre di sacrosanto riciclaggio, ma questo rischia di fornire un ulteriore alibi alle industrie che non vogliono abbandonare i motori a combustione.

Sul sito di Climeworks si legge:

 

“Perché non piantare semplicemente alberi?

Gli alberi devono essere piantati, assolutamente. Se fatto bene il rimboschimento fornisce una serie di importanti benefici come la riduzione dell’erosione del suolo e l’aumento della biodiversità. In termini di inversione delle emissioni il rimboschimento deve essere integrato con emissioni negative consentite attraverso la cattura diretta dell’aria e altre misure. Una misura da sola non sarà sufficiente a fornire la quantità necessaria di emissioni negative.”

Piantare alberi resta la soluzione ottimale. Anche se allo stato attuale ce ne vorrebbero miliardi. Oggi si disbosca per produrre mangimi e altri combustibili. La scusa di popoli da sfamare, per dirla alla Fantozzi è una boiata pazzesca. Secondo la FAO, il settore dell’allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d’uso antropico delle terre. Direttamente e indirettamente, la moderna zootecnica complessivamente utilizza il 30% della superficie terrestre emersa non ricoperta dai ghiacci e il 70% di tutti  i terreni agricoli.

Piantare alberi nelle aree destinate al bestiame può contrastare un altro grande inquinante atmosferico: l’agricoltura intensiva. Si stima che il 3% delle emissioni globali provengano dalla produzione di fertilizzanti. Senza parlare del famoso metano prodotto dalle flatulenze animali, che è reale, ma è stato usato troppo spesso come fumo negli occhi. Per quanto anche il consumo di carne andrebbe ridotto drasticamente, per la salute nostra e delle foreste, il problema dei combustibili fossili resta il problema principale.

In una corsa contro il tempo l’unica variabile che possiamo controllare è la velocità. Possiamo soltanto muoverci. E in fretta. I ragazzi che seguono Greta Thunberg con gli scioperi del venerdì sembra l’abbiano capito prima dei politici. E pensare che li credevamo incapaci di distinguere un messaggio pubblicitario da una notizia reale…

Non c’è un pianeta B.

Questo scrivono sui loro cartelli. Nessuno tra chi sta leggendo ora sarà in grado di andare a vivere su un Marte abitabile, sempre ammesso che ne abbia le possibilità economiche. Possiamo cambiare sistema, e tecnologia, questo sì. Ma il pianeta dobbiamo tenercelo. E senza dire ‘purtroppo’ perché è questo l’Eden: è la Terra, è un paradiso vero, unico. Se solo lo trattassimo bene.

 

Per approfondire:

le cause

Scioperi del venerdì e movimenti che si ispirano a Greta Thunberg

Acciaio e cemento

Tecnologia CCS

Agricoltura, zootecnia, ghiacci e foreste

Newsletter sul clima del New York Times

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.