A Good Man

Rabia, la guida beduina durante il viaggio in Sinai

Lo scroscio di pioggia era caduto con perfetta sincronia nell’istante esatto che avevo messo piede  fuori dal taxi. Ma in Inghilterra è normale. Per questo stavo partendo per il Cairo. Partivo per vedere la luce e trovare un poco di avventura.

Cairo, del resto, gronda avventura, esotismo ottomano e intrighi; evoca spionaggio, omicidi sul Nilo, misteri dietro la morte violenta di un faraone, furti di amuleti, malefici che proteggono tombe, servizi segreti con licenza di uccidere.

Ero vestita per il viaggio come un’americana: occhiali da sole, impermeabile leopardato e unghie rosa laccate.

Mi ero appena riparata sotto il tetto del terminal quando il telefono squilla e la mia assistente dall’ufficio mi mette al corrente che … “l’agenzia dice di non avere trovato l’esistenza della particella al catasto”. La particella all’apparenza poco importante è, di fatto, una piccolissima rotella sulla quale ho poggiato una macchina enorme costruita in vent’anni di lavoro. Senza la rotella la macchina si era praticamente inceppata.

Ci penso su, ancora non sono partita, sono ancora in tempo per tornare indietro e affrontare il problema. Uno dei milioni di problemi che ho sempre affrontato. Ma poi veramente siamo in grado di risolvere i problemi, o l’esistenza del problema tra noi e quei corridoi di libertà che ci concediamo è solo una prova da superare? Se rimango e affronto il problema, sono migliore dell’altra me, quella con le unghie rosa che vuole partire in cerca di avventura?

Mentre riflettevo, procedo lentamente in coda per il bag drop e senza rendermene conto vedo partire i bagagli.

Ho avuto l’idea geniale di prenotare la stanza in un hotel di charme downtown Cairo, The Talisman. Quindici anni fa era già caotico girare per la città, questa volta volevo essere accanto al bazaar e al Museo Egizio. Sono le 10 di sera ma è ancora tutto aperto e i negozi sono illuminati a giorno in barba al risparmio energetico.

L’autista del taxi deve scendere e chiedere dove si nasconde il Talisman prima di lasciare le valige sul marciapiede e indicarmi vagamente un grande portone aperto di una traversa. Un bambino mi guida fino all’androne e mi indica una placca di ottone dove, annerita, a stento si legge la scritta The Talisman. L’ascensore è antico come il palazzo, dalla grata aperta butto l’occhio, per la durata dei sei piani, su strati di polvere, sabbia, sporcizia accumulata e mai rimossa. Arrivata al piano, dalla branda in fondo al pianerottolo, si alza un vecchio fragile, fragile che suona alla porta dell’hotel di charme annunciando l’arrivo di una cliente a tarda serata.

Forse sfondo una porta aperta con chi viaggia ma il Talisman non emana neanche lontanamente un briciolo di charme. Dalla foto alla realtà, dalla mia immaginazione alla realtà. È una bugia come lo sono certi uomini che si costruiscono una fama inventata, poi li conosci dal vero e scopri che dentro non hanno né un giardino, né un’oasi di pace e di silenzio per accoglierti e farti riposare fosse anche per una notte.

Benvenuta al Cairo!.. una metropoli di 20 milioni di abitanti stipati uno sull’altro in edifici decrepiti, che affacciano su strade decrepite, affiancate da marciapiedi decrepiti e rotti. Dopo una notte che è riuscita a farmi scivolare a stento nel sonno, per il rumore del traffico, sono in piedi.

La proprietaria, una vecchia signora dal trucco pesante, esce da un corridoio buio di quella che doveva essere la sua sontuosa casa di famiglia prima che le esigenze della sopravvivenza non la obbligassero a trasformarlo in albergo. Mi parla in francese, la lingua dell’élite egiziana. Siedo a un tavolo in legno scuro di buona antica fattura in un salotto elegante, per la prima colazione e mi accorgo di essere l’unica ospite.

Per cambiare i soldi mi consiglia di uscire solo dopo le 12 alla fine della preghiera, oggi è venerdì.

La macchina fotografica non esce con me, rimane nella stanza, non la userei. Nel quartiere ci sono due moschee e un caravanserraglio medievale ma il traffico e il rumore m’impediscono di passeggiare. Prendo un taxi per il bazaar. Rimaniamo imbottigliati nel traffico. Il tassista mi dice che il bazaar non è lontano, è solo al di là di un cavalcavia che intravedo. Eppure ci mettiamo più di un’ora per arrivare a destinazione.

Devo essere agile per muovermi a piedi, dopo il muro di macchine passo al muro di gente che riempie la piazza davanti alla moschea. È un caos asfissiante senza meta e senza nessuna qualità. Gli autobus vomitano turisti che si sparpagliano per i viottoli dove le botteghe vendono tutte la stessa chincaglieria che finirà per intasare le discariche. Sto cercando la bottega di un vecchio sarto. Nel passato senza avere il suo indirizzo ero riuscita a ritrovarlo ma adesso ogni riferimento era nascosto dalla folla.

Era un uomo decente, un vecchio sarto, forse figlio di un sarto erede a sua volta del mestiere del padre. Quel tipo di mestiere che si tramanda di generazione in generazione perché quando arrivi alla perfezione delle cuciture e a dominare i capricci della stoffa, gli angeli ammettono che sei alla stregua di un discepolo esoterico che segue la via per la conquista del paradiso: hai domato la materia.

Vedevo nella sua arte e nelle sue mani qualcosa di magico. Il vecchio sarto del souk del Cairo evocava il sarto delle fiabe arabe, colui che tesse lo scialle dell’invisibilità con cui la principessa si copre la testa per fuggire dal palazzo.

Passare al Cairo è stato un pellegrinaggio per vedere l’ultima volta quest’uomo uscito da un’altra epoca con la bottega nascosta giù, in fondo, nel cuore del souk che cuce e ricama tuniche infuse con l’incantesimo di trasformarti in una principessa ogni volta che le indossi.

Provo due volte a entrare nei viottoli e per due volte vengo respinta dalla folla. Provo un’entrata diversa e mi lascio andare. Seguo il dedalo di stradine senza pensare. Miro al cuore del souk. La memoria si riaccende improvvisamente, riconosco qualche bottega di antiquariato, quella di gioielli antichi e poi improvvisamente eccola lì la bottega di M. Khoury inconfondibilmente antica come lui.

‘Mi dispiace ma Monsieur Khoury è mancato molti anni fa’ – e con lui è scomparsa la magia delle sue creazioni, penso. Sugli scaffali non c’era ombra della sua creatività. Niente che valesse la pena di essere acquistato. Quando manca un artigiano muore con lui un mondo.

I souk sono grandi contenitori di persone magiche. Uomini che rincorrono il solo desiderio di dominare il tempo e l’irrequietezza, per creare qualcosa di originale e assicurarsi il pane della sopravvivenza. Non avevo nessuna intenzione di parlare di lui in questo articolo che si allungherà terribilmente. Ma perché non celebrare quest’uomo decente? Nell’epoca in cui molti pretendono la celebrità ricordo un uomo che forse aveva toccato la Qualità, l’essenza ultima a cui Pirsig dedica ‘lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta’. Viaggiare del resto significa incontrare persone straordinarie e avere occasione di conoscerle e rimpiangerle.

L’aria al Cairo è polvere e veleno. Devo rientrare in taxi non posso camminare. Passiamo sopra Sharia Muski. Dal finestrino guardo sotto il cavalcavia e l’immagine mi spaventa: file infinite di bancarelle si stendono per le strade principali gremite di gente. Sono mercati giornalieri che vendono cose a bassissimo prezzo a gente povera. Non ci sono polmoni verdi al Cairo, solo qualche giardino ingiallito che sembra ostaggio della città. Mi viene da pensare che questa sia la loro unica attività, l’unico sfogo: comprare e vendere.

Quando ho conosciuto i beduini del Sinai ho pensato che fossero le persone più povere della Terra. Dopo essere stata al Cairo ho capito che si può essere ancora più poveri: ti possono avvelenare l’aria che respiri, rovinare il paesaggio, offuscare il sole, stordire con il rumore e restringerti in una cella che chiami casa, venderti a caro prezzo la sepoltura. Al Cairo vivono zombies: gente che non ha assolutamente più niente, neanche la coscienza della propria situazione. Chi è costretto a vivere in una metropoli senza 1mq di terra dove crescere una pianta o un fiore, è la persona più povera del mondo.

Adesso capisco perché hanno venduto Giulio Regeni innocente ai servizi segreti per soldi. Adesso è molto più chiaro. Bisogna passare un giorno al Cairo per capire come hanno mandato in rovina una città e disumanizzato i suoi 20 milioni di abitanti. Una povertà voluta perché toglie ogni resistenza contro il potere. Sorprende il fatto che l’Egitto sia stata classificata 137esima su 156 paesi nell’indice di felicità pubblicato dal UN Sustainable Development Solutions Network? Non sorprende.

Sono nuovamente in Egitto a distanza di pochi mesi dall’ultimo viaggio per vedere il deserto fiorito dopo le forti piogge di febbraio. Rabia, la guida beduina, mi manda una macchina a prendere al Cairo di buon mattino. Mi congedo senza nessuna malinconia anzi con il timore di soffrire un attacco cardiaco ed essere costretta a rimanere. La nuvola di panico nei pensieri si placa solo quando, dopo molti chilometri di strada, riconosco la costa desertica del Sinai, e questo avviene almeno dopo 4 posti di blocco.

Incontro Rabia in un villaggio sulla costa, Abu Zenima, e questo è il diario di quello che ho scritto in viaggio.

16 marzo

“Ho appena scoperto che Rabia ha una seconda moglie e altri due figli piccoli per un totale di nove. La moglie più giovane abita qui a Abu Zenima. Guida nel deserto per sali e scendi che non immagini possano esistere, butta la jeep in discesa sulla duna come se fosse su una pista da sci. Percorriamo un grande e lungo wadi incorniciato da gruppi di palme, molte sono a terra secche e morte. Prima mi ha portato sulla sommità di una duna, dove hanno incastonato una roccia sacra con una storia mitologica, dentro una casetta bianca sulla quale sventola una bandiera che sbatte al vento. Tira vento freddo e il cielo è coperto di nuvole di pioggia, molto drammatico il contrasto con la sabbia bionda, è abbastanza incredibile.

Arriviamo a Serabit percorrendo una strada diversa dal solito che passa dietro al villaggio. E questa volta i muri delle case mi appaiono come se appartenessero a un popolo appena uscito dalla guerra da quanto sono malandati e rovinati.

Nel cubo fuori dalla sua casa dove mi sta alloggiando fa caldo. C’è il vassoio con la sabbia e la brace accesa che sta scaldando il tè. Gli do i regali che ho portato: le luci, il profumo, le scarpe di un numero troppo grande, la torcia, il telefono che non ho programmato.

Mi cambio. Poi mi porta dalla healer nella casa accanto. È la madre di sua moglie (la prima). Fa liquefare dei pesi di piombo in un cucchiaio sulla brace poi lo versa d’un colpo in una brocca con l’acqua. Sono 7 pesi di piombo uno per ogni posizione vicina al corpo, iniziando dal petto… Dice che la tosse dovrebbe passarmi per sempre e che devo prendere un cucchiaino di miele la mattina e uno la sera. Il piombo succhia via tutta l’energia negativa racchiusa nel corpo. Funzionerà questa medicina?

Poi arriva l’altra sua figlia, velata, senza chance di vederne la fisionomia. Delle volte muoio dalla curiosità di capire che viso hanno queste ragazze. Impossibile.

17 Marzo

Incontriamo il fratello di Rabia, Sheik Selim e un gruppo di stranieri. Ben, un inglese, sta creando con il consenso di 8 tribù beduine una rete di cammini nel Sinai come hanno fatto Diana Taylor e Tony Howard in Giordania. Conosco Julie Paterson un’australiana che vive a Dahab, accompagna gruppi in viaggio di sole donne …. Marocco, Etiopia, Cuba e altri paesi.

Sulla strada nel deserto, Rabia incontra un gruppo di donne con l’asino che raccolgono legna. Il paesaggio è straordinario, è un tappeto di piccole margherite. Tutte vogliono farsi fotografare sui fiori. Le nuvole di ieri sono scomparse. Appaiono e scompaiono in un baleno.

Mangiamo in un campo beduino dove vive la donna che sta tessendo il tappeto che Rabia mi vuole regalare. Non vuole farsi fotografare.

Rabia guida la macchina su per una montagna per farmi vedere la vista dall’alto. Scendendo scopro per caso un bellissimo fiore che cresce nella sabbia. Questo è quello che fa di un viaggio un’avventura: scoprire la natura di un’altra terra.

18 marzo

Il portatile di Moamen che squilla mi sveglia stamattina, insieme alla luce che filtra dalla porta, le grida dei bambini e il chicchirichì del gallo. Mangio la prima colazione in una nuvola di mosche ma nessun altro se ne preoccupa – devono averci fatto l’abitudine. Ogni quarto d’ora si affaccia qualcuno in visita, dalla porta della casa di Rabia. Questa mattina solo donne. Arriva la suocera, Fteha.

È l’ultimo a svegliarsi, ma so che in pochi minuti sarà pronto e allerta. Ferma la macchina vicino a un piccolo villaggio su un’altura. Proseguiamo a piedi fino a un passaggio tra due pareti rocciose. Oltre, si apre una vista panoramica incredibile sulle montagne a 180 gradi.

Mi spiega che i Nabatei sono migrati dalla Giordania in Egitto attraverso questo passaggio – mi domando come fa a saperlo – finché non punta il dito sui graffiti e sui disegni di cammelli che avevo proprio davanti al naso – è il classico esempio di non vedere quello che è assolutamente evidente di fronte a te.

Guida poi fino a un villaggio beduino. Qui vivono gli Hamada. Come al solito le giovani donne m’invitano dentro casa per bere il tè, gli offro i dolci che abbiamo comprato stamattina al mini market. Anche loro non vogliono essere fotografate.

Proseguiamo in un lungo wadi. Noto un giardino perché il verde qui è raro e un giardino qualcosa di eccezionale. Non è un orto ma una coltivazione illegale di papaveri da oppio.

Posso fotografare solo l’ultimo giardino in fondo al wadi dove le macchine non possono passare ed è deserto. Sento l’abbaiare di un cane. È legato a un albero senza acqua. Giro un contenitore vuoto e lo riempio con l’acqua della mia borraccia. Scopro come raccolgono l’oppio: fanno incisioni verticali sulla capsula. Lo raccolgono con un utensile a lama.

Tra i giardini di papaveri c’è la tomba di un inglese morto nel 1955. Strano posto per riposare. Una colonia di inglesi lavorava alla miniera di manganese. Saliamo sulla montagna. Le miniere non sono sotto terra ma in cima alle montagne. Hanno costruito le loro case sulla dorsale delle alture. Cercavano il fresco nei mesi arsi.

Le case più belle sono collocate in cima alla montagna accanto alla teleferica che portava il manganese dall’altra parte della valle. La vista era l’altra faccia della medaglia dell’isolamento e del lavoro pesante. Oltre le montagne si vede il mare dello stretto di Suez. Sta calando il sole proprio di fronte a noi. Chissà se esiste un diario dell’ingegnere inglese che ha progettato e costruito la teleferica. A cosa pensava isolato sulla montagna di manganese in Sinai?

Doccia nel bagno di casa di Rabia. Lui si ritira nel cubo che è la mia stanza a fumare la shisha con altri uomini e bere tè. In ogni casa beduina gli uomini hanno una stanza dove socializzare tra di loro, lontano da moglie e figli.

Quando arrivo nella stanza per dormire è calda e secca. Mi ricorda altri casolari simili che bruciano l’umidità durante il giorno rilasciando il caldo la sera quando ne hai più bisogno. È il tipo di temperatura che dovrei avere tutto l’anno. L’Inghilterra è così umida.

19 marzo

Oggi si parte per il mare. Ci fermiamo al mini market a comprare dolci da portare in regalo. Rabia parla con un vecchio beduino molto povero con due cammelli. Gli scrive il suo numero di telefono su un pezzo di carta perché vuole che lavori con i turisti. Poi entra un beduino con un turbante color lavanda. È un tagliatore di turchesi. A questo punto la mia immaginazione spicca il volo tra cammellieri, l‘uomo dei turchesi con il turbante color lavanda, la guaritrice e i coltivatori di oppio.

Ho sciolto in bocca una pallina amarissima. Ho tutto il viaggio per capire che effetto fa.

YOU MUST STAY DRUNK ON WRITING SO REALITY CANNOT DESTROY YOU dice Ray Bradbury. Da quando ho letto questa frase non ho smesso di pensare quanto siamo schiavi della realtà. A volte devi entrare in un’altra dimensione o meglio allenarti a saltare da una dimensione all’altra.

Il mini market è l’unico negozio che serve il villaggio, Lo spaccio di una terra di frontiera dove incontri le quattro anime che abitano queste case. Cairo è arrivata al capolinea. Ha esaurito la visione che avevano gli uomini che l’hanno fondata, costruita, gonfiata e infettata d’infelicità. Questo villaggio è all’alba della sua storia. Può prendere qualsiasi strada. La sua direzione è nelle mani di uomini come Rabia e dei loro figli.

Nel deserto incontriamo vari accampamenti. Ogni volta che ci fermiamo è una festa. C’invitano dentro la tenda e offrono tè e caffè. Rabia entra con un mini vassoio di dolci.

Mangiamo in un villaggio beduino di case di cemento dove vive la madre di suo padre. Le ha portato due coperte nuove. Chiedo quanti anni ha, mi mostra un documento dove c’è scritto 01.09.14.

Sulla strada incontriamo un pick up strapieno di beduini. Si fermano, scendono tutti e si abbracciano perché si conoscono. Arrivano da Santa Caterina e vanno a lavorare in un campo di papaveri.

La strada è tutta sassi. Ci fermiamo davanti a una roccia. Rabia parla e l’eco riporta fedelmente la sua voce. Non una parola, non una mezza frase ma esattamente tutte le parole che ha pronunciato. Stregoneria. La roccia dell’eco è un’altra meraviglia. Lui dice che Mosè ha parlato alla roccia durante l’esodo dall’Egitto. L’esodo è intrecciato nella storia del Sinai molto profondamente.

Il sole sta tramontando. Vedo un gruppo di cammelli in fila indiana in controluce sul crinale di una montagna mentre la jeep fila veloce sull’asfalto. Villaggio Muzeina. Chiedo di Deena. Lascio a lei tutti i regali che ho portato.

Rabia vuole rimanere a cena con lo sceicco del villaggio. Io perdo le staffe perché sogno di arrivare in albergo a Dahab per sedermi a un tavolo invece che per terra per l’ora di cena. Rabia mi chiede scusa in macchina. È la prima volta che sento un uomo chiedere scusa. Non un uomo beduino. Un uomo.

20 marzo

Dahab – è cambiata oltre misura. Ti affezioni a un posto per un paio di anni e poi viene divorato dal turismo. Difficile chiedere ai beduini di salvare il loro deserto se noi per primi non riusciamo mai a salvare un posto.

21 marzo

Stasera dormiamo a Ras Mohammed. Facciamo provviste. I polli qui li uccidono al momento della spesa. Compro 4 tasche di pane farcite con felafel, insalata e sottaceti a un chiosco per gente locale dietro la città. Gli ambulanti e i chioschi locali vendono cose sempre più saporite. Il mio ex diceva che avrei preso una brutta malattia. Non era un gastroenterologo, era solo un ortopedico igienico e ottuso che non capiva dove si prendevano le vere infezioni. Ad esempio con le puttane che cercava ad ogni viaggio.

Rabia cambia i soldi che gli ho dato. Sulla strada si ferma a lasciarne una parte a sua sorella. Il marito non abita più con lei. Tenda sulla spiaggia di Ras Mohammed, troppo piccola per dividerla con Rabia. Lui capisce.

22 marzo

Stanotte ho vomitato l’anima. Il pollo per quanto mi concerne poteva rimanere vivo e libero perché è finito tutto sulla sabbia. Colpa dell’oppio.

Mi ha addormentato la linfa vitale di tutte le cellule. Il vento disperde le mosche, posso stare ferma a leggere sotto la tettoia della spiaggia. Sono ancora paralizzata dall’effetto. Passano i delfini a poca distanza.

Una tempesta di sabbia m’investe e mi acceca mentre sono su una duna a picco sull’acqua per fotografare. Rabia è in macchina, se cado mi troverà solo tra qualche ora. Soffro di vertigini. Incontro il taxi per Sharm dal benzinaio. Ci lasciamo. Se torno quest’estate mi porterà sulle montagne di Santa Caterina con i cammelli ma si raccomanda di viaggiare leggeri …

Cos’è un uomo decente? Forse non sapevo cosa fosse prima d’incontrarlo.  L’uomo decente è un uomo generoso, uno che si preoccupa degli altri, che lavora e mantiene figli, mogli, sorella, nipote e zia centenaria. È l’uomo che porta i dolci, le coperte e le luci a energia solare alla gente isolata nel deserto. È l’uomo che non dice una parola fuori posto alla donna straniera, che non gli vieta di provare l’oppio perché si fida che sarà un’esperienza isolata. È l’uomo che ha pena sempre dei bisogni degli altri e li anticipa. L’uomo decente prega ogni giorno, cinque volte al giorno e mette solo Dio sopra di sé.

Avere incontrato e conosciuto Rabia è stato come avere incontrato un uomo preistorico nel senso antecedente a questa storia di soldi e consumismo che ha ridotto gli uomini a criminali legalizzati senza rimorsi. Il cuore, nell’uomo che conosco è un organo che si è atrofizzato. Si vanta di non averlo.

Questo viaggio non doveva succedere. Non avrei dovuto vedere il deserto in fiore, incontrare il cammelliere, la suocera-guaritrice, il tagliatore di turchesi, la tomba di Paul Ellis morto e sepolto nel 1955 in fondo a un wadi, la roccia dell’eco, i campi maturi di oppio, la miniera abbandonata di manganese, i graffiti dei Nabatei sulla roccia, la casa dell’anonimo ingegnere inglese che guarda il tramonto sul mare di Suez dal punto più alto della montagna, la bottega del vecchio sarto nel souk. Non sarei dovuta partire perché avrei dovuto mettere tutto a posto prima della partenza. Ma non ho più l’età per rimandare. Non ho più l’età per rimandare a quando tutto sarà in ordine, a quando avrò guadagnato abbastanza per coprire il conto in rosso, in banca. Oggi viaggio con i soldi della banca e non me ne faccio un problema. Il sistema é fatto per negarmi i soldi che vorrei spendere per essere felice. Abitiamo tutti in un mondo che assomiglia sempre più al Cairo.

Ma cosa è veramente la ricchezza di una persona? Ci riflettevo dopo avere letto una frase dal libro di Ray Bradbury …‘UBRIACATI NELLA SCRITTURA COSÌ LA REALTA’ NON TI DISTRUGGE’.

Ci dobbiamo ubriacare di scrittura, di viaggi, della nostra arte, di qualsiasi cosa ci aiuti a fuggire anche per una sola ora al giorno dalla realtà.

C’è qualcosa di me che si è sgranchito le gambe in questo viaggio. Chiamatelo spirito, chiamatelo con il vostro nome. Qualcosa si è deliziato in questa folle, fantastica avventura. È tornato a casa felice. 

Il problema di lavoro? Sono arrivata alla convinzione che i problemi devono imparare a cavarsela da soli, senza la nostra attenzione costante. E se sei una persona decente, morale, integra, che pensa agli altri quanto a se stessa, troverai sempre una persona decente come te sulla strada del tuo problema disposta ad aiutarti a risolverlo. 

 

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