Green Big Projects

© Imperial Bulldog

Per massimizzare lo sfruttamento superficiale è necessaria una disposizione spaziale verticale. Questo concetto geometrico non appartiene solo al ragionamento umano, con i suoi scaffali e i suoi palazzi, bensì è universale e naturale. Basti pensare alle foreste: si tratta di spazi fotosintetici tridimensionali, ovvero sviluppati nelle tre dimensioni (volendo essere precisi anche nella quarta, il tempo).

Nelle città, zone altamente popolate, lo spazio sembra non bastare mai. Questo è dovuto ad una serie di fattori tra cui la maggiore longevità, conquistata grazie allo stile di vita moderno ed ai progressi della medicina, all’incremento della popolazione e, soprattutto, al costante spopolamento delle zone rurali in favore di quelle urbane. Secondo le previsioni dell’ONU, entro il 2050, quasi l’80% dell’umanità risiederà nelle città e questo dato continua a crescere ogni anno; non dimentichiamoci, soprattutto, che per allora il numero di umani sarà maggiore rispetto a quello attuale. Nel tempo, l’aumento dei cittadini e la necessità di mantenere relativamente circoscritta l’area urbana, hanno portato l’uomo a pensare in 3D, verticalizzando le costruzioni fino alla loro massima espressione: i grattacieli. Ma costruire metropoli con edifici altissimi non è certo una soluzione sufficiente poiché la vera risorsa spaziale carente è quella agricola. L’incremento della popolazione previsto, infatti, richiederà ulteriori 109 ettari di terreni coltivabili (un’area del 20% superiore all’estensione dell’intero Brasile) per soddisfare il fabbisogno alimentare del domani. Il problema è che si tratta di una superficie semplicemente non disponibile.

Secondo fonti FAO e NASA, oltre l’80% dei terreni idonei all’agricoltura è attualmente in uso, ma il 15% di questa risorsa è già stato distrutto da cattive pratiche di gestione. Il sistema agricolo che conosciamo, lo stesso che ci ha permesso di proliferare come specie, passando da cacciatori-raccoglitori ad abitanti urbani in soli 10.000 anni, è in fallimento. Incrementare l’impiego di sostanze nocive quali fertilizzanti ed antiparassitari, così come continuare la sconsiderata trasformazione dei paesaggi naturali in campi coltivati (disboscamento), sono soluzioni inefficaci e insostenibili. Lo sfruttamento di nuove terre, la risorsa più richiesta poiché fonte di tutto il nostro cibo, ci sta portando a distruggere il mondo intero. Da un lato stiamo riducendo la superficie polmonare-verde del Pianeta, dall’altro stiamo incrementando le emissioni con l’urbanizzazione e le attività antropiche. In pratica è una corsa verso l’autodistruzione in un pianeta sempre più consumato.

La soluzione più ovvia che a questo punto dovrebbe venire in mente ad ognuno di noi è quella di applicare il ragionamento in 3D anche all’agricoltura, attualmente sviluppata bidimensionalmente. Non abbiamo abbastanza terreni coltivabili per soddisfare il fabbisogno del domani? Verticalizziamo le colture! Massimizziamo lo sfruttamento superficiale!

Vertical farming – © farm.one

È così che è nata la proposta del Vertical farming, ovvero la progettazione di appositi centri urbani di produzione alimentare, sviluppati all’interno di edifici molto alti. Si tratterebbe di rivoluzionare l’agricoltura indoor, concetto già noto e ben applicato alle serre, al punto da rendere anche la più grande delle città autonoma e indipendente dalle risorse naturali oltre i suoi limiti superficiali. Già li immagino: bellissimi grattacieli verdi fuori e dentro che svettano nei quartieri delle città, producendo in ambiente controllato e protetto cibo a Km 0.

Ci tengo a sottolineare che questa non è una soluzione specifica, ma una di quelle chiave che, a catena, sblocca altri problemi. I vantaggi immediati e scontati che derivano dal Vertical farming sono la maggiore produzione per ettaro, la costante protezione delle colture da qualsiasi evento avverso (meteorologico, parassitario) e i bassissimi costi di trasporto dal produttore al consumatore. Oggi, nonostante i progressi tecnologici, non è facile prevedere deviazioni meteorologiche significative (siccità, grandine, alluvioni, uragani) a causa della crescente imprevedibilità dovuta al cambiamento climatico; da quest’ultimo deriva anche l’alterazione dei cicli biologici dei parassiti che, come nel caso delle locuste nell’Africa sub-sahariana, possono devastare intere colture in pochi giorni. In generale, quindi, la vulnerabilità dell’agricoltura outdoor porterà sempre più spesso alla compromissione dei raccolti da cui dipendono milioni di persone. La sicurezza di un ambiente controllato, invece, renderebbe garantito e costante l’approvvigionamento di cibo, oltre che, ovviamente, massimizzato dalle condizioni di crescita ottimali selezionate dagli operatori, prescindendo dalla stagione. La resa totale, infine, risulterà maggiore anche per l’azzeramento della percentuale di prodotti deteriorati nelle fasi di stoccaggio, spedizione e vendita. Si stima che un solo acro di Vertical farm equivalga a dieci o venti acri tradizionali, a seconda delle specie presenti. La facilità di gestione delle colture (semina, irrigazione, fertilizzazione, raccolta, spedizione) andrebbe inoltre ad abbassare gli attuali consumi di combustibili fossili impiegati dai macchinari agricoli e, soprattutto, dai mezzi di trasporto del prodotto. Per la realizzazione di queste strutture si potrebbero sfruttare degli immobili abbandonati da ristrutturare, oppure edificarle da zero con le giuste pratiche di bioedilizia. A giovarne molto ci sarebbe anche la sostenibilità dei centri urbani e, quindi, la salute dei cittadini che vivrebbero in un ambiente meno inquinato. Studi approfonditi ed approcci multidisciplinari che vanno dall’idrobiologia alla genetica, dall’ingegneria alla gestione dei rifiuti e alla pianificazione urbana, potrebbero permetterci di ricreare un ecosistema controllato, in equilibrio con la specie umana, proprio come quelle affascinanti sfere sigillate che si vendono, ma molto più in grande. È stato confermato che persino una grande varietà di pollame e maiali potrebbe essere tranquillamente allevata secondo le pratiche del Vertical farming, ma sempre tenendo a mente che l’impatto ambientale derivante sarebbe maggiore della produzione ortofrutticola. Rendere le città indipendenti dall’ambiente esterno vorrebbe dire ridurre drasticamente l’impatto dell’uomo sui sistemi naturali a partire dal restauro a costo zero degli ecosistemi agricoli, secondo il principio della “negligenza benigna”. La ricrescita delle foreste nelle zone disboscate permetterebbe, finalmente, di incrementare il sequestro di carbonio ad opera del normale ciclo di vita delle piante e, forse, ci permetterebbe di invertire l’attuale andamento del cambiamento climatico globale. Come dicevo prima, appunto, il Vertical farming è una soluzione chiave che risolve problemi economici, ecologici e, sì, persino occupazionali; pensate a quante nuove opportunità lavorative uscirebbero con progetti simili…

The Growroom (Ikea) esibita al Copenhagen Opera House – © Alona Vibe

Sulla scia verde del momento, stanno spuntando sempre più idee e progetti innovativi, alcuni grandiosi ed altri più modesti, molti inattuabili e qualcuno già operativo. Noi tutti speriamo nello sviluppo del Vertical farming, e, intanto, possiamo cominciare a prendere confidenza con il verde indoor grazie alla Growroom che ci regala Ikea. Il colosso svedese non si ferma mai e ci propone un orto do-it-yourself, sferico, da tenere in casa per soddisfare i bisogni dell’intera famiglia. Il progetto è stato ideato all’interno dello Space10, il laboratorio di ricerca dell’azienda sito a Copenhagen, e presentato alla Chart Art Fair nazionale già l’anno scorso. Oggi la Growroom è stata perfezionata e resa idonea alle case di tutti: alta meno di tre metri, composta da soli 17 pezzi di compensato da montare facilmente a incastro, in perfetto stile Ikea. Lo scopo dei designer è di riportare la natura nell’ambiente urbano, stimolando le persone a coltivare autonomamente i propri ortaggi, senza impattare sull’ambiente. È per questo che le istruzioni complete sono a disposizione di tutti sul sito del Lab (https://space10.io/project/the-growroom/), in modo che chiunque possa costruire la propria sfera verde.

Per chi non avesse lo spazio necessario a montare una Growroom in casa propria, non disperate, perché un growWall sarà altrettanto performante, design a parte. Non è forse questo il periodo in cui tutti pensano di costruire un muro? No… non mi riferisco allo scandalosamente ignorante progetto di Trump, bensì all’epica iniziativa avviata per la realizzazione del Great Green Wall dell’Africa, nel cuore del Sahel, il cui scopo è riqualificare le zone desertiche per restituirle ai popoli locali come terre fertili. I primi risultati li hanno ottenuti in Senegal che è finalmente tornato verde, ma il progetto deve arrivare sino in Gibuti, dall’altra parte del continente.

Se è possibile trasformare terreni aridi e privi di vita del deserto in campi coltivati, perché non cominciare a trasformare anche il grigio deserto urbano in un ecosistema vitale e fertile?

 

Per approfondire:

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  1. Matteo
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    • Marianna Savarese
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